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Aggiornato al 06/12/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Wayne Bonney (Calgary, Canada - Contemporary) - Behind The Mask - 2009

 

Cambiamenti semantici

di Marco Valerio Principato

 

La volontà dei big è inarrestabile. Mirano a un certo risultato e, pur di ottenerlo, sono disposti a forgiare - con «le buone» o con «le cattive» - il campo semantico di un termine a propria immagine e somiglianza.

Oggi quando si parla di privacy ormai tutti fanno spallucce e cambiano pagina, o sito, o libro. «Tanto non esiste più». È vero, non esiste più, ma domandiamoci almeno come fa a non esistere più. La risposta è semplice: perché i big, di fatto, ripudiano quel termine nella sua accezione originale. Ma, siccome non possono rimuoverlo con la forza dal lessico, ne hanno promosso e alimentato una metamorfosi semantica. Ossia, in pratica, privacy non ha più lo stesso significato di prima, ne ha un altro.

Google Foto pensa a privacy, possibile nascondere immagini. È un titolo di Ansa di giovedì 25 maggio 2017. Cioè, Google «pensa alla privacy e rende più semplice nascondere alla vista alcune foto, ad esempio quelle inappropriate o senza veli. Nell'applicazione per Android è infatti stata introdotta la funzionalità "Archivio", che consente di archiviare le immagini così che non compaiano mentre si sfoglia la galleria».

Dunque: nello scenario appena delineato, chi è protetto e chi non lo è? E chi è a proteggere?

Qualche settimana fa l'Antitrust ha multato WhatsApp (cioè Mark Zuckerberg) con una sanzione di 3 milioni di euro (circa 14 centesimi, in proporzione a un professionista che guadagna 25mila euro lordi l'anno): avrebbe violato la privacy degli utenti condividendo con Facebook i dati di WhatsApp. La risposta da Silicon Valley è sempre la medesima: «vogliamo continuare a collaborare, abbiamo sempre rispettato la legge», praticamente uno stampino. E seguitano a fare esattamente come vogliono, vista l'esiguità della sanzione.

Poi ti esce l'articolo sul Guardian che spiega quali linee a difesa della privacy vengono seguite da Facebook in relazione a questioni legate a sesso, terrorismo e violenza.

Non può non emergere una considerazione: cosa diavolo significa privacy per “loro” e cosa significa secondo quel codice condiviso che è la lingua? Per quest'ultima, l'enciclopedia Treccani spiega: «privacy – La vita personale, privata, dell’individuo o della famiglia. In psicologia, le aree private di azione, apparentemente sottratte agli influssi sociali, in particolare nel campo della sessualità».

Un campo d'azione, dunque, che va difeso dall'accesso indiscriminato di altri e il punto è proprio qui: chi sono questi altri? I miei vicini di casa? Senz'altro. I passanti per strada? Senza meno. Il pubblico sul Web? Senza dubbio. E perché questo campo d'azione, invece, non deve essere difeso dall'accesso (indiscriminato, pressoché sempre) di Facebook? O di Google? Non sono forse anch'essi altri?

Certo che lo sono. Ma proprio perché lo sono e non vogliono esserlo – ossia vogliono mantenere il privilegio di essere al di sopra e poter accedere indiscriminatamente alle informazioni – bisogna cambiare il significato della parola. E come lo fanno? Facendoti credere che tutelano la tua privacy, nascondendo «alla vista alcune foto, ad esempio quelle inappropriate o senza veli» (vedi sopra). Quindi, domanda: nascondono tali foto (o tali «questioni legate a sesso, terrorismo e violenza») anche a sé stessi, visto che sono anche loro altri? Ma figurarsi.

Anzi: più l'utente fa capire ai big di voler “coprire” certe aree della propria esistenza – che siano foto, filmati, fraseggi, scambi interpersonali o altro – più i big hanno a disposizione un ulteriore dato interessante, che naturalmente per sé stessi non occultano affatto e, al contrario, impiegano per corredare la “scheda” della persona con informazioni ancor più caratterizzanti.

Risultato: la privacy è valida per impedire ad altri l'accesso a determinate informazioni ma, naturalmente, non a noi big, visto che siamo noi a concedertela. E siccome tu, di noi, ti devi fidare per forza perché ormai WhatsApp ce l'hai e non lo molli (se no ti senti “escluso/a”), ecco fatto che – con la forza bruta – il termine ha cambiato significato e tutti lo accettano nella sua nuova accezione, accogliendolo come prodotto di una sorta di determinismo inesorabile, che impone ai soggetti un libero arbitrio parzializzato: vale per tutti ma per qualcuno no, e va bene così.

Come se ne esce? Non in questa vita. Per farlo, occorrerebbe ricostruire un intero sistema di valori che non c'è più, sviluppare cultura e senso critico, riedificare totalmente l'intera catena dell'istruzione, dalla famiglia all'università, abituare a quella ipercomplessità di cui da anni parla il prof. Piero Dominici (e, indegnamente, anch’io nella mia ultima tesi di laurea) proprio perché (cito il docente):

Nella cd. società della conoscenza non basta più “sapere” e non basta più “saper fare”: dobbiamo necessariamente educare e formare a “sapere”, “saper fare”, ma anche, e soprattutto, a “saper comunicare il sapere” e a “saper comunicare il saper fare”.

Ossia (cito sempre il docente):

Educare alla complessità, al metodo scientifico, al pensiero critico, nutrendo e alimentando un pensiero che non può che essere multidimensionale.

La via è questa, non c’è scampo. E, aggiungerei, occorre far studiare filosofia sin da piccoli. Perché è solo lì che si impara, sul serio, cosa vuol dire altri.

Inserito il:28/05/2017 22:30:25
Ultimo aggiornamento:29/05/2017 06:27:29
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