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Aggiornato al 03/07/2020

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Robert Wapahi (Springfield, South Dakota, 1945) – Always Watching Over Us

 

Web, Social e paternalismi digitali

di Marco Valerio Principato

 

«Buongiorno! Non farti sorprendere dalla pioggia, oggi è prevista lì dove ti trovi». Può infastidire, è vero. Ma è solo lo specchio della società digitale a cui noi stessi abbiamo dato via libera.

 

Lo spunto proviene dalle più che condivisibili – almeno sul piano viscerale – rimostranze di Pietro Bordoli, pubblicate il 16 maggio 2018 su questo sito. Pietro, nel suo (apparentemente) moderato, morigerato e contenuto impiego di Facebook, si è visto raccomandare da Mark Zuckerberg di non farsi sorprendere perché in quella posizione geografica, in quel giorno, sarebbe stato necessario l'ombrello.

Per cercare di spiegare il perché Facebook abbia conosciuto quel dato, ipotizza lo scambio dati con l'operatore telefonico, la rilevazione su precedenti post da parte dello stesso Facebook, la presenza di georeferenziazione sul computer, più varie ed eventuali. Nessuna meraviglia da parte sua, ma una giusta indignazione, diciamola tutta, per la faccia tosta con cui il paternalistico suggerimento spiattella la conoscenza di un dato sensibile, quale è quello della posizione geografica, con estrema naturalezza, come se fosse normale farne impiego. Neanche il pudore di tenerlo per sé, insomma. E ora vedremo perché va detto “apparentemente moderato” a proposito dell'uso di Facebook.

Chi legge starà forse sorridendo, magari perché ha visto decine di volte quell'indicazione. Naturalmente è successo – e succede – anche a chi scrive, pur nell'impiego davvero marginale di Facebook. Be', le modalità con cui Facebook può accedere a quell'informazione (e moltissime altre, beninteso) sono tante, ben di più di quelle che Pietro ipotizza e di cui una buona parte sono insospettabili per il grande pubblico. Proviamo a mettere a posto qualche tassello: in questo modo, forse, riusciremo a non stupirci più e ad acquisire maggiore consapevolezza.

Cominciamo con l'operatore cellulare, chiunque sia. Esso, come noto, conosce la posizione geografica del nostro smartphone sempre, anche se lo… smartphone non è tale ma è un vecchio Nokia 3210 o un Ericsson T28, che il GPS non sanno neppure cos'è. Fa parte del protocollo, ogni cella è geograficamente referenziata, dunque basta eseguire una banale triangolazione et voilá, con un'approssimazione di circa 600 metri in area urbana e circa 2,5-3 chilometri in area extra-urbana, l'operatore sa dov'è il terminale mobile. Ma normalmente non lo “dice” a Facebook (o altre App): non ce ne è quasi mai bisogno.

Poi c'è il cosiddetto A-GPS (Assisted GPS, ossia GPS “assistito”): in pratica è un modo per accelerare la geolocalizzazione con l'aiuto di risorse locali. Ricordate quando, anni fa, ci fu lo scandalo di Google che scandiva e archiviava tutte le reti Wi-Fi che trovava in giro con le Google-Car (e di cui non si è più parlato)? Ecco, serviva a quello. Ogni rete Wi-Fi trovata era memorizzata, unitamente alla posizione geografica.

Dunque, basta che un'App qualsiasi “senta” una di quelle reti e può risalire a una posizione, ancorché approssimativa e non “certissima”. Google mette a disposizione apposite API (Application Program Interface, un metodo formale per le App per accedere a librerie di dati di Google) per ricavare quel dato. Il concetto è estendibile al Bluetooth: se uno smartphone “vede” un qualsiasi altro apparecchio, la cui posizione geografica è nota, con il Bluetooth attivo, di certo lo smartphone in questione non può trovarsi a più di una decina di metri di distanza da quello sentito e “noto”.

Quindi, abbiamo il GPS vero e proprio: con esso, l'approssimazione è proporzionale al numero di satelliti “visti” dallo smartphone. Quando sono almeno quattro, l'approssimazione arriva a poche decine di metri e la posizione può diventare ancor più precisa al salire dei satelliti GPS “visti”. Ci sono, naturalmente, degli “aiuti” per accelerare il processo quando i satelliti GPS ricevuti sono pochi: tra questi, l'inferenza nel registro storico delle posizioni geografiche e il lavoro in squadra con l'A-GPS.

Ma non basta. Oggi smartphone e PC sono “sempre connessi”. Dunque, viene assegnato loro un indirizzo IP, ossia la risorsa che consente loro di dialogare con Internet. Pur non essendo un'informazione precisa, ogni indirizzo rivela con buona approssimazione almeno la zona in cui opera. Un esempio è sul mio sito radioamatoriale: a sinistra, in basso, c'è una sezione che rivela diverse informazioni basandosi sullo stesso principio. Così come può farlo quella sezione (che non ne ricava né memorizza alcun dato, nel mio caso), altrettanto – anzi, di più – possono fare gli smartphone.

In realtà ci sarebbe molto altro, ma ci fermiamo qui per non tediare. Ora par di sentire la voce di Pietro: «d'accordo, ma io quel post l'ho pubblicato dal PC, dove non ho il GPS, ero al chiuso, utilizzavo il browser in dotazione e lo avevo appena riacceso dopo molto tempo, quindi continuo a non spiegarmi come Facebook abbia indovinato la posizione».

Dipende. Se lo smartphone utilizzato da Pietro è basato su Android (un Samsung, LG, Huawei, Nexus o persino gli ultimi BlackBerry, che chiamare tali è un'autentica bestemmia), Facebook ha potuto sapere con esattezza la posizione con estrema facilità e l'ha, naturalmente, associata alla posizione geografica dell'indirizzo IP fornito dal suo operatore cellulare. Se, viceversa, è un iPhone, Facebook può sapere ugualmente molto ma – se non altro – dipende da come sono impostati i permessi di accesso alle risorse da parte delle App.

In ogni caso subito dopo, impiegando il PC (a sua volta anch'esso collegato alla Rete e dotato di indirizzo IP) con la stessa utenza, Facebook ha concluso che, trattandosi dello stesso utente e di un indirizzo IP dislocato nella stessa zona, salvo sottrazioni delle credenziali di accesso, quel PC si trovava esattamente dove si trovava il cellulare. Ed ecco il suggerimento dell'ombrello, perfettamente azzeccato e, per di più – attenzione – confermato proprio dall'articolo di Pietro, nonché da questo di chi scrive, benché volto a sconfessare l'operato che c'è dietro.

Sembra di sentire il coro: «come sarebbe a dire “confermato proprio dall'articolo di Pietro nonché da questo di chi scrive”?». E qui bisogna disconnettersi dal concentrarsi su una singola entità – che sia Facebook, Google o altri big – e ricordare che esistono i famosi Big Data, su cui di certo qui non possiamo fare un riassunto soddisfacente, perché è materia troppo complessa. Volendo azzardare una estremissima sintesi con piena libertà di scorrettezze concettuali, potremmo dire: una gigantesca nuvola di dati, nella quale ci sono “tutti i dati”, di tutti: operatori cellulari, Google, Facebook, Twitter, LinkedIn, Samsung, Apple, Microsoft, LG, Huawei, Cisco, governi, ospedali, università, istituzioni, imprese grandi e piccole, eccetera eccetera, ma molti “eccetera”.

Chi fosse incuriosito, potrebbe leggere il saggio di V. Mayer-Schönberger e K. Cukier, Big data – Una rivoluzione che trasformerà il nostro modo di vivere e già minaccia la nostra libertà, Garzanti, Milano. Letto e compreso quel saggio, benché di “digestione” non proprio agevole, tutto sarà spaventosamente chiaro.

Purtroppo torna a galla quel che ogni tanto sentiamo ripetere da quei pochi sociologi, filosofi e intellettuali ai quali il concetto non sfugge e che non temono di indicare: tutta la difficoltà nel rapportarsi con questo mondo digitale e le sue mille sfaccettature dipende dalla complessità. Non c'è modo di sottrarsene, se si vuol capire bisogna imparare a rapportarsi con la complessità. Lo si può fare ricordando un principio informatico basilare: un problema complesso si affronta scindendolo in problemi più semplici e, se ciascuno di essi è ancora complesso, lo si scinde in ulteriori problemi più semplici, fino ad arrivare a unità concettuali sufficientemente elementari da essere comprese e risolte facilmente.

Ciò consentirà, ad esempio, di interrogarsi su ogni singola risorsa che lo smartphone, il computer e la Rete mettono a disposizione e porsi nella posizione di poter decidere, nei limiti del possibile, a quale di esse consentire l'accesso e a quale no. Non è semplice, è maledettamente complesso e i grandi turbocapitalisti neoliberali (quei big nominati infra, dei quali alcuni sono sfrontati, altri sono almeno voti alla decenza: a ciascuno di noi capire quali) lo sanno perfettamente, facendo del tutto per occultare quella complessità, nascondendola dietro una semplicità disarmante, a volte stucchevole, talmente semplice da stimolare la riflessione: se è così semplice, da qualche parte mi stanno fregando.

So di lasciare un certo amaro in bocca, ma non sarebbe intellettualmente onesto fare diversamente. Basti sapere che non è uno scenario alieno, è umano, è possibile affrontarlo, in buona parte dominarlo e riuscire a non farsi turlupinare oltre un certo limite. Ha un prezzo, certo. Ma ripaga. E molto bene.

 

Inserito il:17/05/2018 17:11:47
Ultimo aggiornamento:17/05/2018 17:42:21
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