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Aggiornato al 03/06/2020

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal
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Marinus Van Reymerswaele (1490 - 1546) – Il cambiavalute e sua moglie - 1539

Il dato personale tra Parsifal Apple e l’orco Big Data.

In una intervista del 2015 di poco tempo fa, ancora visibile su web, il CEO di Apple Tim Cook negava che la sua azienda potesse conoscere i dati dei propri clienti, tanto da dichiarare espressamente di non poter dar seguito ad eventuali ordini di esibizione presentati dalle Autorità federali.

Fosse così non ci sarebbero stati problemi, sulla richiesta di esibizione fatta dalla NSA. Ma la storia è dotata di ironia, e ora occorrerà scoprire fino a che punto gli apparati Apple contengono o meno i dati, ed in che modalità esatta, oppure assistere alla strenua difesa di Apple Inc. della privacy degli utenti, paladina di questo nuovo strano confine dell’habeas corpus individuale esteso al dato personale.

Per chi ha memoria, ogni privacy policy stipulata dai clienti al momento di attivare i servizi contempla autorizzazioni del genere: ogni utente firma autorizzando espressamente l’esibizione dei dati da parte del titolare in caso di eventuali obblighi di esibizione derivanti da ordini di Autorità costituite.
Quindi la posizione Apple appare poco difendibile, e se non altro oltre al pregio di essere la prima stabilisce uno strano secondo primato, sostituendosi ai diritti individuali non in quanto titolare del trattamento dei dati stessi (per i quali è appunto autorizzata alla disclosure), ma in quanto paladina di libertà diverse, legate alla comunicazione ma comprese in un novero più ampio, di libertà e facoltà d’espressione libera e segreta della personalità individuale.

Nel marzo 2015 Apple ha depositato una domanda di brevetto per un “metodo e sistema di advertising mirato legato alla profilazione dei clienti su dispositivi mobili”, ancora giacente al Patent Office, dimostrando così in epoca non sospetta un chiaro interesse allo sviluppo di metodi di pagamento e di marketing mirati alle abitudini dei clienti. Tali sistemi garantirebbero, da un lato, una migliore fidelizzazione dei clienti per il tramite del controllo evolutivo delle loro preferenze, e dall’altro un servizio presuntivamente più selettivo e consumer friendly, facilitatore di esigenze espresse o meno (ossia in fieri).

Apple s’interporrebbe di fatto come intermediatrice dei pagamenti e dei bisogni dei suoi clienti, poggiandosi sui dati da essa trattati. Tutto ciò perché anche l’attività più pervasiva sul web, quale il web scraping di dati presi a strascico da spazzini delle navigazioni – attività recentemente censurata dal Garante per la Protezione dei Dati Personali per assenza di consenso espresso -, giunge fino ad un certo punto nel garantire l’esatta ricostruzione dei profili degli individui.

Al di là dell’ovvia constatazione (cara all’Eraclito del panta rei) per la quale l’utente web cambia i propri gusti con l’andare del tempo, di modo che soltanto una appendice intelligente accessoria dotata di memoria RAM sufficiente può garantire la “continuità” dei gusti (qui la mente spazia su chi è il vero “sé che compra” che Cupertino intende rintracciare, e viene alla mente la canzone di Battiato sulla parte di noi che si beve anche il caffè dato che siamo tutti dotati di un “sé” pirandelliano), il vero punto è che la nuova frontiera del marketing funziona solo se efficace, ossia atta a creare dialogo e condivisione, ossia intuire il momento e prevenirlo.
Il vero Limes dell’individuo non è quindi soltanto il sé “passato”, è anche il suo essere in divenire. La vera frontiera del dato non è racchiusa quindi soltanto nello scrigno delle comunicazioni, ma è l’algoritmo stesso con cui si può identificare l’identità fluttuante e mutevole del singolo nel tempo, la sua continuità di abitudini e facoltà predittive, le cui chiavi di lettura sono custodite da un genio della lampada.

In questo tira e molla tra sciacalli del web e custodi serafici giocano un ruolo essenziale le modalità di interazione e di pagamento prescelte dagli utenti. Il controllo dei comportamenti abituali di spesa passa per l’indirizzamento dei bisogni ed il tracciamento esatto nel quadro di servizi geo-referenziati. Ossia il dato è alimentato e processato tanto più c’azzecca ed è capace di autoalimentarsi.

Protocol.TV, fondata nel 2014, è una piattaforma di video online che fonda il suo modello di business sui pagamenti digitali eseguiti in moneta virtuale (tipo Bitcoin): i suoi utenti si iscrivono e pagano cifre irrisorie, nell’ordine di pochi centesimi, ossia fuori dai canali di pagamento tradizionali, per accedere e guardare video di loro gradimento, connettendosi in rete ed eseguendo pagamenti per il tramite della moneta virtuale. Visto il successo, gli stessi fondatori di Protocol.TV hanno poi dato vita a PopChest, altro servizio bitcoin-centrico con il quale i privati possono contribuire alla creazione di contenuti e partecipare alla loro distribuzione sul circuito mediatico.
I produttori, aderendo al circuito alternativo, ricevono quindi pagamenti in moneta virtuale, sommando micropagamenti diffusi che per la loro esiguità non interesserebbero neanche gli istituti tradizionali.
Anche qui, l’esperienza dell’utilizzatore-consumatore è essenziale, e l’ascolto “predittivo” dei suoi bisogni costituisce il vero faro dell’iniziativa. Lo scambio è bidirezionale, in altri termini, e i prodotti mediatici vengono individuati e partecipati dagli stessi consumatori futuri, in un circuito perfetto di chiaro successo preconizzato.

È il principio dell’equity crowdfunding, per il quale anche un moloch come Consob ha finalizzato di recente una consultazione circolando una bozza di delibera incentrata sulla chiara disintermediazione finanziaria ormai in atto, nella prospettiva dei ruoli intermediari previsti dalla direttiva PSD2 da attuare entro il 2017.
La finanza partecipativa è in un certo senso l’altra faccia del Big Data. È il salotto contro l’agorà comune, dove il singolo si sperde in una moltitudine irreale e poco predittiva anche ai fini commerciali, inutile anche per il pollo a metà di Trilussa.

La fintech partecipativa e la moneta virtuale dei sogni, il Bitcoin, sono la frontiera dove il singolo scopre il fondo delle sue motivazioni, la frontiera del suo coinvolgimento e della sua partecipazione e missione. Ciò che lo muove e lo rende ancora vivo e pulsante, hungry e foolish.

E non poteva che esserci Apple per capirlo.

Inserito il:02/03/2016 09:08:11
Ultimo aggiornamento:17/03/2016 21:36:05
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