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Aggiornato al 30/09/2020

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Roz Abellera (Contemporaneo - Florida)  - The Network

 

La concorrenza nelle comunicazioni: appuntamento con la morte

di Fabrizio Cugia di Sant’Orsola

 

Un indizio è un indizio, due indizi una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova, diceva Agatha Christie.

Dopo il blocco un mese fa del progetto di fusione tra operatori mobili UK O2 e 3, decretato dal Commissario alla Concorrenza UE Vestager – operazione che il caso (ammesso ch’esista) ha fatto maturare proprio a ridosso del referendum Brexit, decretando un assist non da poco agli indipendentisti distratti e poco avvezzi ai temi tecnici (l’operazione di reductio da 4 a 3 operatori mobili era in realtà già invisa all’Antitrust UK) – , e le nubi fosche che s’addensano sull’operazione parallela nostrana Wind-3 (per la quale i due operatori coinvolti avrebbero iniziato un pressing alla Commissione ponendo sul piatto la disponibilità a cedere risorse frequenziali strategiche a qualche MVNO, quale Fastweb o Tiscali, tirati per la giacca ma di fatto inidonei a concorrere con i restanti 3 MNO in caso di fusione), le campane a morto parrebbero suonare anche per il futuro degli investimenti in banda ultralarga nazionale, per i quali gli obiettivi BUL di connettività diffusa e superamento del digital divide sembrano oramai svanire nel mare ignoto ed indeterminato della regolamentazione di settore.

Gli investitori fuggono (a ragione, direi) dalle incertezze regolamentari, per non dire di quelle concorrenziali, ed il piano BUL presentato dal Governo per l’approvazione di Bruxelles riguardavano tutt’altra cosa rispetto a quella sulla quale la Commissione è chiamata a giudicare.

Il Piano BUL intendeva stimolare gli investimenti degli operatori concorrenti trasformando di fatto aree a fallimento di mercato in aree competitive, dove lo stimolo all’erogazione dei servizi avrebbe giustificato gli investimenti nella banda ultralarga con coperture oltre i 30 MBts. Secondo le finalità del Progetto, la rete da stendere doveva servire a supportare e stimolare il mercato dei servizi di comunicazione a banda larga sul territorio, mediante la messa a disposizione di i) infrastruttura di posa per la stesura di fibra da parte di operatori di comunicazioni autorizzati, ii) fibra ottica spenta in eccesso di proprietà delle PA per impiego ed illuminazione da parte degli operatori interessati e iii) capacità trasmissiva all’ingrosso (wholesale) su fibre già illuminate, il tutto teoricamente con tecnologie alternative e neutrali.

Ben altra cosa è quella che verrebbe fuori della decisione del CdA Metroweb (controllato da Cassa Depositi e Prestiti) di preferire l’offerta della semipubblica Enel a quella formalizzata dall’operatore Telecom Italia (scelta per l’esorbitante differenza di fatidici due milioni su 816), in virtù della quale ENEL entrerebbe nel mercato delle reti avvantaggiandosi dei meccanismi d’incentivazione previsti sulle aree a fallimento (cluster C e D) individuati nel Piano per sovvenzionare gli investimenti da parte di operatori in regime concorrenziale. Parteciperebbe all’offerta giocando anche la carta solitaria dell’offerta multiutility, stravolgendo di fatto il meccanismo stesso posto a base del BUL.

Per certo non è il piano BUL presentato a Bruxelles, viene da dire. E s’ignora in che modo il Governo intenderà modificare – se lo ritiene, naturalmente -, le informazioni date a Bruxelles in merito ai dettagli del piano BUL, prima della pronuncia che è attesa a breve.

La Commissione ha letto un dossier vecchio, e avrà vagliato il piano tenendo presente i players autorizzati e presenti sul mercato, nonché la tipologia di aiuto di stato in controluce con i servizi offerti. Avrà vagliato uno schema di incentivi e margini applicabile ad operatori concorrenti sui servizi. In tal senso non appaiono certo sufficienti le conclamate attestazioni di ENEL di indifferenza all’offerta bundled di servizi al pubblico. Il problema è genetico, non prospettico, verrebbe da dire.

In altre occasioni (quali la fusione O2/3 UK cassata) l’Antitrust UE ha evidenziato tutti i rischi di operazioni che possano condurre al detrimento delle dinamiche concorrenziali. L’ingresso di ENEL nei progetti di cablatura nazionale avrà come probabile primo effetto quello di indurre Telecom Italia a richiedere all’Agcom di rivedere i meccanismi di contribuzione del servizio universale, nonché gli obblighi di orientamento al costo delle infrastrutture non duplicabili, con immediato cortocircuito regolamentare e stallo delle richieste di nuove accessi a capacità di rete.

Il tutto a danno degli operatori OLO nuovi entranti e minori, viene da pensare.

Inserito il:27/05/2016 17:38:29
Ultimo aggiornamento:27/05/2016 17:47:22
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