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Aggiornato al 15/12/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Vasilij  Kandinskij (1866 - 1944) – Weiches Hart - 1927

 

Che differenza c'è tra il Web e Facebook?

«Nessuna». Giusto. Oppure: «Facebook è un sito e fa parte del Web». Giusto anche questo.  Oppure ancora: «Sono due Web». Giusto anche stavolta. Ma allora dov'è la verità? Proviamo a ragionarci.

di Marco Valerio Principato

 

È notizia recente l'ulteriore “rimodulazione” delle modalità con cui il celebre social network di Mark Zuckerberg sceglie cosa visualizzare quando i propri utenti scorrono la bacheca. La scorsa settimana l'ingegner Moshe Blank e il ricercatore Jie Xiu, entrambi al soldo della grande F, hanno partorito[1] nuovi criteri di selezione il cui scopo è duplice: agevolare la visualizzazione di articoli di più lunga lettura, possibilmente superiore al minuto, e aumentare di conseguenza il tempo di permanenza su Facebook.

In sostanza, il tentativo è quello di cercare da un lato di delineare sempre di più e sempre meglio la sfera di interessi e interrelazioni dei propri utenti, dall'altro di aumentare il più possibile il tempo di permanenza all'interno dell'App mobile, sulla quale il team del social network riversa ormai la maggior parte delle proprie attenzioni. Più ci si intrattiene, più possibilità ci sono – naturalmente – di imbattersi nei cosiddetti “post sponsorizzati”[2] e altro materiale pubblicitario veicolato da Facebook. L'effetto collaterale – nota bene: collaterale, non principale – è quello di evitare o almeno ridurre pratiche poco eleganti che sottraggono reddito al social network e lo procurano a chi le attua, quali quella del c.d. link baiting[3].

Cosa sta combinando, dunque, il nostro fervido e macchiavellico Mark? Semplice: sta cercando di andare oltre i semplici criteri interattivi, sui quali si è peraltro già divertito con l'introduzione delle mood icons, quelle iconcine che consentono di “sagomare” un semplice “mi piace”. Esse permettono, infatti, di esprimere un consenso diversificato (Mi piace “tradizionale”, Amore, Risata, Wow, Tristezza, Dissenso adirato) a seconda di quale di esse si impiega per concedere il proprio riscontro.

Non gli basta più. Dopo aver introdotto gli Instant Articles[4], vuole far crescere ancora la frequentazione fedele, duratura e prolungata, cioè quella di coloro che si intrattengono all'interno del social network e in esso fanno tutto: mantengono relazioni sociali (il social network vero e proprio), compiono interscambio di messaggi personali scritti e vocali (Messenger), si informano (in modo particolare grazie agli Instant Articles), leggono notizie di agenzia (per chi non lo ricorda, Facebook ha pensato anche a questo[5]) ed eseguono acquisti di beni e servizi.

In buona sostanza: un “duplicato” (essenziale, rispetto al Web vero e proprio, ma pur sempre tale) di ciò che le masse fanno sul Web, con il vantaggio di rendere più semplice tutto ciò che si fa “dentro” Facebook e, quindi, aumentare a dismisura il tempo di permanenza, possibilmente sottraendone a qualsiasi altra attività svolta “fuori” da Facebook.

Su queste pagine, in verità, avevamo anticipato da molto tempo[6] che la direzione intrapresa sarebbe stata questa. Avevamo indicato una serie di obiettivi[7], ai quali Mark Zuckerberg aveva mirato (e mira tuttora), per il conseguimento di una condizione di sfericità omnicomprensiva, che renda assolutamente non indispensabile qualsiasi cittadinanza globale, perché il “certificato di cittadinanza zuckerberghiana” risulti già da solo l'unico veramente necessario.

Ecco che, lasciando fare, tra il Web (quello vero, esterno) e Facebook le differenze, gradualmente, agli occhi delle masse si annichiliscono completamente: nell'immediato, senza sguardo critico, danno le stesse cose. E questo per un motivo preciso: perché – come anticipavamo in occhiello – è vero che Facebook è un sito che fa parte del Web (e quindi non è il Web), ma se il progetto zuckerberghiano riesce a radicarsi fino in fondo, il Web “residuo” verrà occultato dalla modalità di fruizione, che non è più attraverso il browser, ma attraverso l'App, che farà “vedere” all'utenza la propria proiezione del Web, ma non il Web. Cioè, è come vedere “due Web”, simili nelle dinamiche, ma diversissimi in un aspetto di importanza vitale: la libertà. Un aspetto, come è facilmente intuibile, che senza l'opportuna consapevolezza è percepito dalle masse come un accessorio, per ottenere il quale il prezzo da pagare – continuare a confrontarsi con “tutti e due i Web”, sia “dentro” sia “fuori” da Facebook – è ritenuto troppo alto.

Sul Web (vero), l'utente è libero. Può fare pressoché quello che vuole. Può decidere di sopprimere le proposte pubblicitarie (il che, come ho scritto in altra sede[8], è molto poco gradito e genera delle singolari conflittualità tra produzione e fruizione, ma è la giusta reazione di adeguamento del technium[9] ed è troppo tardi per “prendersela a male”). Può selezionare fonti e servizi alternativi. Può leggere, salvare, stampare, riproporre a proprio modo e con propri contributi. Può tendere all'anonimato e anche riuscirci, se si impegna. Può delimitare a proprio piacimento settori di interesse, consultazioni, strumenti usati, servizi. Può decidere in autonomia se, quando, come e da chi svolgere transazioni economiche e/o acquisti di beni e servizi. Eccetera. Senza la necessaria consapevolezza, le masse che non si rendono conto di perdere tutto questo, tranceranno presto il loro rapporto con il Web “esterno”: è più scomodo, meno facile da capire e praticare, più lento, più macchinoso.

Per questo Mark Zuckerberg già da tempo non vuole che le masse dispongano di quelle libertà. Vuole condizionare i metodi, così che sia lui a decidere. Vuole impedire che le menti siano in grado di discernere in maniera critica, vuole che esse accettino e fruiscano solo del materiale “approvato”, che rispetti le linee guida da egli imposte, appositamente progettate per far convergere interessi e pecunia laddove egli desidera. E con lui sono d'accordo i principali magnati: basta guardare con quale prepotenza Microsoft stia “obbligando” (lo fa, ormai, direttamente tramite Windows Update) l'utenza più sprovveduta (la maggior parte, purtroppo) al passaggio a Windows 10. O a come Android imbottigli la propria utenza di massa in un ecosistema del quale non ha alcun controllo e nessuna conoscenza profonda.

«Io autorizzo e cedo il mio diritto di governare me stesso a quest'uomo o a questa assemblea di uomini, a questa condizione, che tu gli ceda il tuo diritto, e autorizzi tutte le sue azioni in maniera simile. Fatto ciò, la moltitudine così unita in una persona viene chiamata uno stato, in latino civitas. Questa è la generazione di quel grande Leviatano o piuttosto - per parlare con più riverenza - di quel Dio mortale, al quale noi dobbiamo, sotto il Dio immortale, la nostra pace e la nostra difesa... » (Thomas Hobbes, Leviatano, pag. 167).

Già... perché, opportunamente storpiato, è proprio quanto accade con Windows 10 e con Android, tanto è vero che all'interno del primo, ad esempio, non si parla più di “programmi” ma di App, esattamente come per il mondo mobile. E, naturalmente, c'è – tra le altre – l'App per Facebook (al netto di considerazioni sulla funzionalità).

Quando tutto, ma proprio tutto, sarà “visibile” solo ed esclusivamente con la mediazione di sistemi mobili come Android e di App, più o meno scaltre, disoneste, conniventi, ermetiche, melliflue, viscide, sagomate alla perfezione per il compimento della circonvenzione d'incapace, standardizzanti, teleguidanti e via discorrendo, allora sarà la fine della libertà.

Perché le App non saranno altro che la codifica, come afferma Piero Dominici, di «politiche (?), strategie che, al di là di tecnologie, piattaforme e pubbliche dichiarazioni d’intenti, continuano ad essere sostanzialmente “calate dall’alto”»[10]. Ciò comporta un grave rischio: «quello di una cittadinanza senza cittadini»[11], assieme a quello di «promuovere una partecipazione a soggetti/attori sociali che, di fatto, non hanno gli “strumenti” (evidentemente, non mi riferisco a quelli tecnici e tecnologici) per partecipare concretamente»[12].

Quanto si è appena delineato, naturalmente, non vale solo per Facebook, ma per qualsiasi realtà dalle linee di condotta analoghe.

La risposta? «Conoscenza = potere», incalza ancora Dominici nel suo articolo. Equazione a cui, immodestamente, aggiungerei anche “consapevolezza”, formando il necessario antidoto ad una così subdola manipolazione delle masse.

Certamente non è facile, certamente c'è da passare per un approccio completamente nuovo alla scuola e all'istruzione in generale. C'è da affrontare – come precisa ancora Dominici – «una riforma complessiva del pensiero e, nello specifico, dell'insegnamento» tenendo presente che tra le discipline non è più eludibile l'educazione alla complessità e alla visione sistemica.

Cominciamo, ognuno per quel che può e con tutto l'impegno possibile, ma prima di subito, per favore. Perché subito è già tardi.

 

[1] Moshe Blank e Jie Xiu, News Feed FYI: More Articles You Want to Spend Time Viewing, 21 aprile 2016, Facebook Newsroom, in http://newsroom.fb.com/news/2016/04/news-feed-fyi-more-articles-you-want-to-spend-time-viewing/

[2] Un “post sponsorizzato” non è altro che un post, di aspetto identico agli altri, pubblicato però su commissione e a pagamento, munito dell'apposito avviso “sponsorizzato” per dare comunque modo di distinguerlo. L'argomento del post cerca di essere il più pertinente possibile con la sfera di interessi e relazioni dell'utente che lo visualizza, così da avere più chances di risultare appetibile e, meglio ancora, cliccato.

[3] Pratica nata sulla falsariga del c.d. click baiting, ossia contenuti Web di dubbia o nessuna reale utilità per il lettore, progettati specificamente per procurare a chi ne fa impiego dei profitti derivati dal click su pubblicità, su parole chiave concepite a bella posta per trarre in inganno ed altri mezzucci con cui ricavare più denaro possibile dall'esposizione del proprio contenuto.

[4] Articoli scritti appositamente per Facebook, che testate e blog si impegnano a pubblicare secondo criteri ben precisi e, soprattutto, con l'impegno di fornire contenuti unici, quindi non presenti sui propri siti. In cambio, Facebook ne offre una visualizzazione molto veloce, nettamente di più di quanto non accada quando viene aperto un link esterno, con il vantaggio (per sé) di poter misurare più agevolmente e con maggior precisione l'impiego che i suoi utenti fanno dei contenuti pubblicati. Vedi in proposito https://instantarticles.fb.com/.

[5] E lo ha fatto pensando ad una versione dedicata alle notizie generiche (FB Newswire, accessibile in https://www.facebook.com/FBNewswire), nonché ad una versione dedicata al mondo tecnologico (FB Techwire, accessibile in https://www.facebook.com/FBtechwire/).

[6] Vedasi articolo dello stesso autore, intitolato Facebook e Web: convergenze parallele?, Nelfuturo.com, in http://www.nelfuturo.com/facebook-e-web-convergenze-parallele.

[7] Vedasi articolo dello stesso autore, intitolato Facebook vuole superare il Web, Nelfuturo.com, in http://www.nelfuturo.com/facebook-vuole-superare-il-web

[8] Vedasi articolo dello stesso autore, intitolato AdBlock: volete la guerra? E guerra sia, Blog Nibble, 19 aprile 2016, in http://nibble.it/idee-e-pensieri/adblock-volete-la-guerra-e-guerra-sia-13616.html.

[9] Il termine Technium è stato diffuso da Kevin Kelly, che nel suo libro Quello che vuole la tecnologia, ed. Codice, Torino 2011, lo impiega per spiegare le linee evolutive del rapporto tra conoscenza e modificazioni della tecnologia.

[10] Piero Dominici, I rischi di una cittadinanza senza cittadini, 20 gennaio 2016, Forum P.A., in http://www.forumpa.it/riforma-pa/i-rischi-di-una-cittadinanza-senza-cittadini. Piero Dominici è ricercatore e docente di Sociologia dei Processi Culturali e Comunicativi presso l'Università di Perugia, pagina personale in http://www.unipg.it/pagina-personale?n=piero.dominici.

[11] Ibid.

[12] Ibid.

Inserito il:26/04/2016 18:38:15
Ultimo aggiornamento:26/04/2016 19:38:34
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