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Aggiornato al 17/12/2018

Klavdija Kuharic (Polensak, Slovenia – Contemporanea) – Untitled

 

Nel corso del recente incontro tra Soci e Autori di Nel Futuro (vedi) si è deciso di dare un risalto particolare ad articoli che trattino il tema delle relazioni tra tecnologie e lavoro. In questo quadro si inserisce questo scritto di Sergio Fabris che, benché redatto ormai circa quattro anni fa, mantiene inalterata tutta la sua validità ed attualità.

 

Influenza dello sviluppo dell’ICT sul mercato del lavoro

di Sergio Fabris

 

Negli Stati Uniti è in corso un dibattito a seguito delle tesi sostenute da Erik Brynjolfsson e Andrew Mc Afee, professori al MIT di Boston, nel libro: Race Against The Machine. Il libro affronta il tema di come l’ICT influenza i livelli di occupazione, gli skill, le retribuzioni e l’economia. Vengono fornite tre spiegazioni alternative della persistenza della disoccupazione nell’attuale fase recessiva:

  • Ciclicità: nei periodi di grande crisi economica, come quella che stiamo vivendo, con notevole incremento della disoccupazione, è normale che si verifichi una ripresa lenta, lunga e frustrante. La disoccupazione è difficile da eliminare quando l’economia cresce ad una velocità tale da non consentire il riassorbimento della forza lavoro dismessa.
  • Stagnazione: che si riferisce a situazioni di lento declino delle capacità di innovazione e miglioramento della produttività. Situazioni che si creano quando in un periodo di recessione è mancata la capacità di reagire con nuove idee di innovazione per superare le stasi tecnologico/produttive. A determinare questa situazione gioca anche il fatto che nuovi paesi emergenti cominciano a svilupparsi in termini competitivi nei confronti dei paesi industrializzati.
  • ”End of work”, dal titolo del libro di Geremy Rifkin del 1995 che sostiene che grazie agli sviluppi tecnologici, ed in particolare dei computer, il mondo sta entrando in una fase in cui per la produzione di beni e servizi sarà necessaria sempre meno forza lavoro. E’ su questa tesi che Brynjolfsson/McAfee sviluppano le loro considerazioni. partendo dall’analisi dei più recenti progressi nei settori più innovativi dell’ICT ( Cloud computing, Intelligenza artificiale, Robotica, Mobile internet, Sensori intelligenti, Internet of things, Veicoli autonomi, Big Data …. ) che stanno provocando una “disruption” in molte organizzazioni, incrementando la produttività ma eliminando posti di lavoro a tutti i livelli: operai, impiegati, managers e professionisti.

Thomas Friedman, commentando il libro sul New York Time l’ha definito “ a terrible book”. Friedman, che ha vinto per tre volte il premio Pulitzer, nel suo libro “The world is flat” aveva già sostenuto che gli sviluppi della tecnologia, e la robotica, in particolare, potevano portare ad un permanente riduzione della domanda di forza lavoro.

Paul Grugman, premio Nobel 2008 per l’economia, ha sposato le tesi di Brynjolfsson/ McAfee. L’8 dicembre 2012 sul NYT scriveva: Una delle grandi sfide del 21° secolo sarà la gestione della prossima ondata di automazione. L’incremento in produttività potrà creare ricchezza per alcuni o generare consistenti conflitti sociali. ……. La crescita della nuova automazione (ed in particolare dei robot) non è una buona notizia per i lavoratori. Questa è una vecchia questione in economia: “capitale – predispone il cambiamento tecnologico” che tende a spostare la distribuzione del reddito dai lavoratori ai proprietari del capitale.

L'inarrestabile evoluzione dell’ICT la sua pervasività in ogni settore di attività hanno determinato nei paesi sviluppati un circolo virtuoso di crescita. La rivoluzione digitale ha diffuso l’uso dell’ICT nei processi operativi delle organizzazioni aziendali, governative e non profit e nelle transazioni tra le organizzazioni e tra individui che agiscono come imprenditori, consumatori e cittadini . L’ICT ha rivoluzionato il mondo delle organizzazioni con nuovi modelli di processi di lavoro, creando nuovi settori di business, incrementando la produttività e innovando i rapporti tra aziende e consumatori in ogni settore: nell’agricoltura, nell’industria e nella finanza, nei servizi e negli enti governativi. Ma ha anche creato seri problemi di occupazione e di riconversione di forza lavoro.

Ora le tecnologie digitali si innovano così rapidamente che le istituzioni, le aziende, i mercati e gli individui non riescono a tenere il passo e milioni di persone ne pagano le conseguenze E’ qui il caso di citare la “legge dei ritorni accelerati” che rileva che la curva dell’evoluzione tecnologica si sviluppa in modo esponenziale: ogni nuovo progresso innesca una catena di ulteriori progressi . Molti economisti hanno sostenuto che la distruzione di posti di lavoro determinata dall’automazione tecnologica avrebbe comunque creato nuovi posti di lavoro sostitutivi (creative destruction). Per oltre 200 anni questo è stato vero ma oggi , nella “digital era”, con l’accelerazione dell’innovazione tecnologica, questo postulato non sembra essere più valido.

Enrico Moretti, laureato in Bocconi, professore di economia all’Università di California, Berkeley, nel suo recente libro “ La nuova geografia del lavoro” basandosi sulle risultanze di una vasta ricerca condotta a livello internazionale, introduce una visione articolata del mercato del lavoro con enormi disparità geografiche in termini di istruzione scolastica, aspettative di vita, stabilità sociale e remunerazione. Ci sono zone ad alto sviluppo, capaci di generare lavoro e ricchezza, dove la creazione di un posto di lavoro Hi Tech genera mediamente cinque posti addizionali nelle industrie di supporto: medici, avvocati, elettricisti, giardinieri ecc. In queste economie dinamiche, ad alta produttività i salari medi sono più alti di quelli delle zone regressive con cultura più conservatrice dove il fattore moltiplicatore è molto più limitato fino ad essere, in molti casi, inesistente. Nelle zone a basso/zero tasso di sviluppo gli obiettivi sono focalizzati prevalentemente al mantenimento dei settori tradizionali, con scarsa innovazione.

Il problema della persistenza della disoccupazione è diventato un argomento centrale, determinante nea qualificazione delle politiche industriali per l’economia di tutti i paesi dell’occidente industrializzato. Dobbiamo rilevare che c'è una certa convergenza tra economisti sul fatto che l'innovazione tecnologica è un fattore importante per superare la recessione e rilanciare occupazione e sviluppo. Neo stesso tempo c'è accordo nel riconoscere che gli investimenti in innovazione tecnologica provocano la sostituzione di forza lavoro con sistemi automatizzati. E' altrettanto accertato che i posti lavoro sostituiti dall'automazione vengono difficilmente recuperati.
Siamo di fronte al paradosso dea crescita economica: "gli aumenti di produttività abbassano i prezzi al consumo e innalzano i salari ma finiscono per cancellare posti di lavoro". Ora visto che non è pensabile, e neanche sarebbe giusto, fermare l’innovazione tecnologica e la globalizzazione, ci si deve porre la questione di come risolvere il problema dea disoccupazione indotta. Certo, una parte dei posti di lavoro saranno riassorbiti per effetto dea generazione di attività collaterali o per la creazione di nuovi mercati, ma resterà una porzione di senza lavoro, sempre più crescente, che costituisce già oggi, in certe zone geografiche, un pesante problema sociale, economico e politico. Una situazione complessa, di difficile soluzione che prima o poi dovrà essere affrontata a livello politico da tutti i paesi per trovare un equilibrio sostenibile.

 

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Inserito il:27/11/2018 16:05:26
Ultimo aggiornamento:27/11/2018 16:17:47
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