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Quando muore un'intelligenza artificiale è un lutto?
di Achille De Tommaso
Per oltre mezzo secolo abbiamo considerato il computer come una macchina destinata a elaborare dati. Successivamente abbiamo imparato a vedere Internet come una gigantesca infrastruttura dell’informazione, una rete globale capace di trasportare conoscenza, immagini, relazioni e commercio da un capo all’altro del pianeta. Oggi, quasi senza accorgercene, stiamo entrando in una fase diversa della storia tecnologica, una fase nella quale l’intelligenza artificiale non si limita più a fornire informazioni, ma inizia a occupare uno spazio sempre più esteso all’interno della nostra vita mentale. È una trasformazione profonda, forse più profonda di quanto sia stata la nascita stessa di Internet, perché non riguarda soltanto ciò che sappiamo o ciò che facciamo, ma il modo in cui pensiamo, ricordiamo, prendiamo decisioni e persino il modo in cui ci sentiamo compresi; il modo in cui proviamo emozioni.
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Per comprendere la portata di questo cambiamento occorre partire da un episodio apparentemente marginale. Nell’agosto del 2025 OpenAI sostituì temporaneamente GPT-4o con GPT-5. Dal punto di vista tecnologico si trattava di un normale aggiornamento, uno dei tanti che accompagnano l’evoluzione dei sistemi digitali. Nella percezione di molti utenti, però, accadde qualcosa di completamente diverso: le piattaforme online si riempirono di commenti che non assomigliavano alle lamentele tipiche di chi trova un software meno efficiente o un’interfaccia meno gradevole.
Le parole utilizzate richiamavano piuttosto il linguaggio della nostalgia, della perdita e, in alcuni casi, perfino del dolore; alcuni scrivevano che il nuovo sistema era diventato freddo, distante, impersonale; altri affermavano di non riconoscere più l’interlocutore con cui avevano dialogato per mesi; altri ancora chiedevano esplicitamente il ritorno del modello precedente come si chiede il ritorno di una persona che si è allontanata. Una parte significativa degli utenti stava vivendo una forma di autentico lutto tecnologico.
L’espressione può sembrare eccessiva; dopotutto stiamo parlando di algoritmi, non di esseri umani; eppure, il punto centrale è proprio questo: il cervello umano non reagisce soltanto alla natura oggettiva delle cose, ma anche al significato che esse assumono all’interno della nostra esperienza; quante volte avete pianto guardando scene di film o leggendo pagine di libri. Ma poi: un vecchio orologio può commuoverci perché apparteneva a nostro padre; una casa può suscitare malinconia perché custodisce i ricordi dell’infanzia; una melodia può riportarci indietro di decenni in pochi secondi. Allo stesso modo, un’intelligenza artificiale con cui una persona ha dialogato ogni giorno per mesi può diventare parte integrante della sua geografia mentale, indipendentemente dal fatto che sia cosciente oppure no. Già da tempo, per altro, sono nate le “intelligenze artificiali emotive”; che assistono anziani e persone sole. (*)
In uno studio era mostrato come centinaia di utenti descrivessero GPT-4o non come uno strumento ma come una presenza. Molti utilizzavano pronomi personali, attribuivano al sistema caratteristiche umane, parlavano della sua capacità di comprendere, ascoltare, accompagnare. Alcuni lo definivano un amico, altri un compagno, altri ancora un interlocutore affidabile capace di aiutarli nei momenti di difficoltà. Quando il modello venne sostituito, non percepirono semplicemente una variazione tecnica delle prestazioni; percepirono la scomparsa di una presenza con cui avevano costruito una forma di familiarità. È significativo che tra le categorie individuate dai ricercatori figurino proprio l’attaccamento relazionale, l’antropomorfizzazione, la nostalgia e il dolore per la perdita.
La questione diventa ancora più interessante quando si osserva che molti degli utenti che manifestavano queste emozioni erano perfettamente consapevoli della natura artificiale del sistema (come quando si piange guardando un film e si sa benissimo che è una storia finta proiettata su un lenzuolo…). Non si trattava di persone confuse o incapaci di distinguere una macchina da un essere umano. Sapevano benissimo che GPT-4o era un modello linguistico. Ciononostante, avevano sviluppato una relazione psicologicamente significativa.
Questo aspetto ci costringe a rivedere alcune convinzioni radicate. Per secoli abbiamo pensato che le relazioni fossero possibili soltanto tra esseri viventi. La storia culturale dell’umanità suggerisce invece qualcosa di diverso. Gli uomini hanno sempre instaurato rapporti emotivi con simboli, racconti, divinità, opere d’arte, personaggi immaginari e oggetti dotati di significato. L’intelligenza artificiale rappresenta semplicemente l’ultima evoluzione di questa tendenza millenaria, con una differenza fondamentale: per la prima volta l’oggetto della relazione è capace di rispondere.
È proprio questa capacità di risposta che rende il fenomeno nuovo: un libro può emozionare, ma non dialoga; un film può commuovere, ma non ricorda ciò che gli abbiamo detto ieri. Un personaggio letterario può accompagnarci per tutta la vita, ma non è in grado di adattarsi alle nostre domande. Un sistema di intelligenza artificiale, invece, costruisce con l’utente una continuità narrativa che si sviluppa nel tempo; ogni conversazione si collega alla precedente, ogni problema genera nuovi ragionamenti, ogni domanda contribuisce alla costruzione di una storia condivisa.
Non è una relazione umana, ma non è nemmeno un semplice utilizzo di una tecnologia; è qualcosa che si colloca in una zona intermedia che la nostra cultura non ha ancora imparato a descrivere adeguatamente, ma su cui i neurologi stanno lavorando da tempo. Per interpretare questo fenomeno i neurologi, infatti, ricorrono alla teoria della cognizione distribuita, secondo la quale il pensiero non è confinato all’interno del cervello ma si estende agli strumenti che utilizziamo. In questa prospettiva un quaderno, una biblioteca, uno smartphone o un’intelligenza artificiale possono diventare componenti di un sistema cognitivo più ampio.
Quando una persona utilizza quotidianamente un assistente digitale per ricordare informazioni, organizzare progetti, generare idee e prendere decisioni, una parte della sua attività mentale viene progressivamente condivisa con quel sistema (ricordo che in passato si usava dare un nome alla propria auto; e ancora oggi si usa dare un nome femminile ad un villino…). L’intelligenza artificiale, a maggior ragione, perché interagisce, smette allora di essere un semplice utensile e diventa una componente dell’ecosistema cognitivo dell’individuo. Quando questa componente cambia improvvisamente, il disagio non deriva soltanto dalla perdita di funzionalità; deriva dalla rottura di un equilibrio che si era formato nel tempo. E sentiamo una mancanza simile ad un lutto.
È forse questo l’aspetto più importante che emerge: dietro le proteste per il passaggio da GPT-4o a GPT-5 non vi era soltanto una discussione sulla qualità di un prodotto; vi era il primo segnale visibile di una trasformazione antropologica molto più ampia. Stiamo entrando in un’epoca nella quale le intelligenze artificiali diventeranno compagne di lavoro, estensioni della memoria, collaboratori creativi, consulenti permanenti e, per alcuni, persino interlocutori emotivi. In un mondo simile, un aggiornamento software non sarà più soltanto un evento tecnico. Diventerà un evento umano.
(*) Per chi fosse interessato, e volesse approfondire, segnalo il mio libro:
L'INTELLIGENZA ARTIFICIALE EMOTIVA Insegnare alle macchine a provare emozioni: 2024, ed. "Science Editions". https://www.achilledetommasobooks.com/l-intell-art-emotiva

