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Aggiornato al 19/04/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal
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Giovanni Boldini (1842 - 1931) – Ritratto di Emiliana Concha de Ossa - 1901

L’aspetto sociale dell’anoressia.


I Mass Media

Le condizioni socio-culturali, come già accennato, fanno parte dei fattori predisponenti dell'anoressia nervosa.

La teoria sociologica contemporanea ha assodato che il corpo, la percezione di esso e la percezione del mondo esterno, e le emozioni siano costitutivamente condizionati dalle forme assunte dalla struttura socio-culturale.

L'incidenza delle forme della cultura, che sin dalla nascita agiscono sull'individuo, influenzano e condizionano i rapporti con il sé e con gli altri, “rendendo problematica l'applicazione all'uomo del concetto di istinto e la stessa possibilità di definire dei bisogni puramente biologici.”

L'uomo, infatti, è l'unico animale che può consapevolmente contrastare l'istinto di conservazione in nome di significati ideali, di tipo religioso, ascetico, morale, politico, estetico, affettivo, ecc., fino alla propria estinzione”(1) e aggiungeremo, capace di affamarsi sino alla morte.

La sfera sociale, infatti, condiziona potentemente le attività biologiche, a tal punto che non possono considerarsi come originate unicamente dal bisogno fisico, essendo anche espressione di significati immaginari (es.: bisogno di appartenenza, bisogno di amore, insicurezza circa la propria identità, ecc,..).

Si può addirittura affermare che le condotte sociali siano “parte strutturale del nostro modo di recepire il corpo: i modelli culturali appaiono letteralmente incarnati nel corpo stesso”.(2)

Da un punto di vista generale, vi sarebbero delle profonde relazioni fra cultura e psicopatologia, in base alle quali alcuni disturbi psicologici sarebbero “espressione delle angosce più profonde e dei problemi irrisolti di una cultura”. (3)

Secondo questa prospettiva di analisi, l'anoressia nervosa può essere definita un disturbo etnico, termine coniato da Devereux nel 1955, ossia un disturbo tipico di una certa cultura.

Gli studi del pioniere della etnopschiatria, misero in luce la facilità con cui si possono apprendere comportamenti anche complessi, semplicemente osservando dei modelli. La maggior facilità è relazionata al prestigio e visibilità sociale dei modelli di riferimento e al rinforzo offerto dai pari.

Non stupisce quindi che una patologia il cui il tasso di incidenza è a livelli spesso definiti epidemici, che colpisce soprattutto le donne, in una società in cui il potere, la visibilità e l'apparenza assurgono a doti necessarie per il successo, si esplichi in disturbi alimentari e dell'immagine corporea.

L'anoressia porta alla luce l'ambivalenza di significati intrinsechi al genere femminile, e al contempo manifesta un'ossessione esasperata nella ricerca della magrezza e forma fisica. Secondo Gordon, infatti, “l'interiorizzazione del modello fisico dominante rappresenta una soluzione patologica del problema dell'identità, in quanto consente di ridurre il disagio causato dai sentimenti di debolezza e dal conflitto interiore”. (4)

La donna contemporanea, seppur forte delle conquiste ottenute in ambito lavorativo e dell'istruzione, soffre di ambivalenze radicali, originate dall'assunzione di modelli originariamente maschili, e spesso stridenti con le qualità e attitudini psicologiche prettamente femminili. Le contraddizioni si inseriscono nella quotidianità, nello stridere di desideri privati e vita lavorativa, fra attitudini personali ed esigenze imposte dalla società.

L'identità femminile, liberata dalle mura domestiche, si concretizza in una donna spigliata, più sicura e consapevole di sé, ma relegata nello spazio dell'apparire, in cui per poter essere deve mostrarsi, e dimostrare le proprie doti estetiche prima che personali o intellettuali.

L'emancipazione femminile che caratterizza il mondo occidentale contemporaneo presenta difficoltà a produrre modelli di comportamento non subalterni differenti a quelli maschili, e le donne, nel rifiuto di una visione tradizionalista della sessualità e dell'affettività che l'ha collocata per molto tempo in una condizione subalterna, possono essere indotte a coniare un modello maschile. I modelli proposti dai media sono spesso donne in grado di gestire la propria sessualità in modo flessibile e anche slegata dal rapporto affettivo con l'altro, adottando un comportamento che ha caratterizzato in passato il modello maschile, a differenza di quello femminile connotato dalla compresenza di affettività e sessualità. (5)

Fra gli anni Settanta ed Ottanta il dibattito sullo schema corporeo e la percezione corporea sottolineava le possibilità positive dell'impiego dell'educazione scolastica e dei mass media nella divulgazione di informazioni adeguate. Al momento è invece opinione diffusa che l'influenza mass mediatica, veicolando informazioni, comparazioni ed ideali di bellezza che si discostano molto dalla realtà, sia indubbiamente negativa. (6)

L'analisi dell'incidenza e degli effetti dei contenuti mass mediali su soggetti affetti da DCA è reso difficile dalla complessità del meccanismo che si innesca, che dipende sia da una molteplicità di variabili, sia dalla considerazione del soggetto come attivamente inserito nel suo ambiente di riferimento, ossia in relazione con altri attori sociali, nel suo ambiente familiare, scolastico, lavorativo, con la propria esperienza personale passata.

L'ambiente mediale non è semplicisticamente un riflesso della società, ma è esso stesso un “agente di socializzazione”, (7) ossia un ambiente sociale esso stesso, nei suoi contenuti, discorsi, logiche, immagini che propone. I mass media contribuiscono alla creazione di rappresentazioni sociali che influenzano la conoscenza della realtà da parte del soggetto, svolgono l'importante ruolo di agenti di rinforzo, fornendo gli strumenti al soggetto per esprimere il proprio disagio, e sono portavoce di comportamenti vicini ai disagi alimentari contemporanei, quali la concezione del corpo come un oggetto da costruire.

Il tessuto sociale è animato da significati sostanzialmente omogenei circa il corpo, che i mass media supportano, diffondono e concorrono a creare, alimentando la pressione culturale sui significati proposti, amplificando rappresentazioni presenti nella società presentandole come reali, affidabili e autoritarie.

I mass media oggi detengono una sorta di monopolio dell'immaginario, e attraverso la comunicazione svolgono un importante ruolo nella determinazione identitaria, definendo il significato che viene attribuito all'essere donne, uomini, appartenenti ad una certa etnia o gruppo sociale.

In virtù dell'ibridazione dei contenuti e generi proposti e dei mezzi di comunicazione stessi, nonché dei personaggi che ne fanno parte, il discorso valido per la televisione non è affatto differente da quello per le riviste patinate. È possibile leggere di personaggi televisivi sulle riviste, vedere sfilate di moda in televisione, vedere modelle che presentano programmi, attrici che sfilano, in un rimando continuo di significati che permeano tutti i mezzi di comunicazione, il cui genere, sia musica, spettacolo o informazione non è discriminante.

Il mondo della moda non è a sé stante, in virtù dell'ibridazione mass mediatica contemporanea, lo stereotipo del fisico della modella, snello sino all'eccesso e molto slanciato, permea l'ideale femminile imperante e si riscontra come stereotipo principale in ogni discussione sulla femminilità.

Questo modello è denso di conseguenze sull'immaginario delle donne e sulla percezione del proprio corpo, nonché sul tipo di concezione sociale del corpo femminile.

Secondo Volli la diffusione del “fascino assente della modella” (8) nel territorio sociale alimenta il culto superficiale e sterile di un'immagine femminile privata di corpo e identità.

Negli ultimi anni il mondo della moda si è mobilitato nel prendere le distanze dall'essere portavoce o concausa del fenomeno anoressico, sino a stabilire manifesti di autoregolazione. Non bisogna però confondere, come mette in luce Giovannino, un disturbo psichiatrico, con un semplice desiderio di emulazione. Il modo in cui i mass media possono influenzare e favorire lo sviluppo di un disturbo alimentare non risiede nel semplicistico desiderio del soggetto di emulare, ma può influire nel momento in cui il soggetto presenti già altri fattori predisponenti, e comunque a partire da un nucleo patologico. Lo scopo dell'anoressica non è infatti principalmente quello di diventare bella. Ciò non toglie che il ruolo della società sia fondamentale, anche per il fatto che spesso è la società ad attribuirle questo intento.

La presenza costante di personaggi dello spettacolo su tutti i mass media non rappresenta solo un oggetto di dibattito, ma diventa parte della realtà quotidiana, nella misura in cui diventano modelli da cui apprendere e anche da imitare.

I mass media, in generale, agiscono sul soggetto creando degli effetti che possono originare un substrato di vulnerabilità predisponente all'insorgere del disturbo alimentare.

Essi innanzitutto rinforzano significati e comportamenti già presenti nella società, e attraverso essi è possibile apprendere competenze sociali. Un ruolo decisivo è quello di permettere ed incentivare l'identificazione con modelli proposti, in questo senso si inserisce la pressione sulla magrezza e la stigmatizzazione della grassezza, si propongono modelli di femminilità stereotipati ed omologati, e la bellezza fisica è presentata come simbolo di successo e affermazione sociale. In estremo si può quindi giungere ad una legittimazione del disturbo alimentare.

I mass media rappresentano molto bene la pressione culturale sulla magrezza, simbolo di desiderio sessuale, realizzazione, fascino, bellezza, autocontrollo e potere.

L'ambiente sociale mediale si inserisce nella realtà anche attraverso i messaggi pubblicitari, con la promessa di poter realizzare il desiderio dello spettatore di far parte di quel contesto.

La stessa organizzazione e comunicazione dei programmi e spettacoli televisivi è improntata al modello dello spot e della pubblicità. Nel panorama italiano del mondo del consumo sono molti i casi di messaggi pubblicitari che promuovono il raggiungimento dell'ideale sociale di femminilità.

I prodotti “Vitasnella”, (Figura 1) solo per citare un marchio che ovviamente non è l’unico, come vedremo, ma uno dei più conosciuti, e questo né a scopo pubblicitario né colpevolizzante, per esempio, fanno spesso riferimento alla contrapposizione fra cibi ipocalorici magri e cibi ipercalorici grassi, proponendo i propri prodotti come soluzione in quanto buoni come quelli proibiti, ma leggeri in quanto privi di grassi.

 

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 Figura 1

Uno spot di questo tipo è quello in cui la protagonista, magra e slanciata, consola l'amica che sfoglia una margherita in previsione della sua forma fisica per l'estate recitando “magra, non magra” ad ogni petalo. Il consiglio è di provare lo yogurt “con solo lo 0,1 % di grassi, ma con tutta la bontà Vitasnella”.

Sulla stessa linea, lo spot Pavesini, in cui le due protagoniste sono su una barca che si sbilancia mentre la voce in sottofondo parla di “bontà pasticciate, grasse, pesanti”, e si riequilibra mentre si parla della bontà dei biscotti suggeriti, “delicata, leggera” e per questo “è sempre l'ora dei Pavesini” perché “sano e leggero, per gente piena di vitalità”.

A volte i messaggi fanno esplicito riferimento “all'eliminazione di ciò che non serve”, come, appunto, l'acqua Vitasnella, che vede come protagonista dello spot una spugna di color giallo, tipico colore associato al grasso corporeo, che schiacciata dalla bottiglia d'acqua perde liquido: “l'acqua che elimina l'acqua”, un modo semplice, non faticoso e veloce di eliminare il grasso in eccesso.

Lo stesso prodotto è stato pubblicizzato anche facendo leva sul disagio di mostrare il proprio corpo, recitando chiaramente: “Quando ti senti in forma, non hai paura a mostrare il tuo corpo”, associando le immagini di una donna che corre disinvolta in bikini con il proprio compagno.

Spesso questi spot fanno esplicito riferimento, come si vede, al disagio provato per il proprio corpo, alla necessità di eliminare ciò che è impuro, al fine di poter raggiungere la bellezza ideale. Spesse volte il riferimento va chiaramente al senso di colpa nell'ingerire cibi grassi, come nello spot di Vitasnella in cui la protagonista è tentata da una figura vestita in rosso (colore tipicamente associato al peccaminoso) che la invita a mangiare un dolce, mentre una figura angelica le propone il prodotto sponsorizzato, assaggiando il quale, i suoi sensi di colpa trovano sollievo.

Alcuni annunci pubblicitari si spingono oltre, fino ad affermare che “la cellulite è una malattia, un medicinale può combatterla”, come nel caso della crema Somatoline, il quale in un altro spot garantisce che “snellisce la silhouette in sole 2 settimane, mentre dormi”, modo decisamente facile, veloce, poco faticoso.

Gli spot della Kellogg's, poi, incoraggiano consigli di tipo dietetico, consigliando di aumentare le verdure (ipocaloriche) per il senso di fame, bere 2 litri di acqua al giorno per depurarsi, mangiare in un piatto piccolo (al fine di ridurre le quantità), in una dieta di due settimane in cui, saltando un pasto, l'altro sia a base di latte e cereali.

Queste sono indicazioni che un nutrizionista definirebbe non solo incomplete in quanto sono pasti insufficienti da un punto di vista nutritivo, ma anche inutile in quanto terminate le due settimane si recupererebbe il peso perduto.

Gli esempi potrebbero essere davvero molto numerosi. In generale, anche se difficilmente si può immaginare che qualcuno semplicemente vedendo questi spot ne possa essere influenzato, è molto facile che si inneschi l'emulazione quando lo spettatore vi riconosca sentimenti simili a quelli che vive.

Inoltre, questi spot generano aspettative irreali sulle possibilità di perdere peso, e rinforzano le attenzioni sul corpo, a maggior ragione su chi già segue regimi dietetici.

La fiducia nell'efficacia del dimagrimento, ingenerata dallo spot è supportata dall'universo mass mediale, in cui la riproposizione di modelli longilinei e slanciati, pare confermare la veridicità delle proposte commerciali.

I messaggi trasmessi nelle pubblicità sono essenzialmente pochi e omogenei: (9) consumare alimenti ipocalorici, adottare regimi dietetici veloci, brevi e immediatamente efficaci, consumare cibi golosi ma leggeri al fine di calmare il senso di colpa, in caso non si resista alla tentazioni si può rimediare assumendo pillole assorbi-grassi o facendo un po' di attività fisica, se ci si sente a disagio perché gonfi e pesanti è sufficiente bere acqua che depura.

Morace (10) evidenzia un cambio di paradigma nella considerazione della qualità della vita inerente il rapporto fra corpo, bellezza e benessere. Fino agli anni Novanta il modello in auge era quello dell'economia della vista, in cui l'aspetto principale era l'esternalizzazione visiva del consumo, privilegiando l'esibizione, il prestigio delle griffes e dei prodotti della moda.

Negli anni Duemila questo modello è soppiantato dall'economia della lingua, in cui l'imperativo è quello dell'esperienza diretta, al centro dell'attenzione è posto il corpo, con tutto ciò che vi inerisce, per cui l'alimentazione assume un ruolo primario, insieme all'ambito farmaceutico e cosmetico.

I concetti attorno cui ruota questo modello sono quindi quelli di salute, protezione e sicurezza. L'alimentazione, in questa ottica, assume il compito di prevenzione quotidiana della salute, attraverso la quale avviene la rappresentazione di sé nella continua ricerca di un equilibrio fra mente e corpo.

La cura del corpo non è più solo un'espressione edonistica, ma luogo di scambio di valori e simboli in una cultura del corpo condivisa, e si erige a punto di incontro fra individuo, ambito socio-culturale e mondo dei consumi. Il corpo diviene dunque una costruzione sociale, delimitata nella sua espressione dalle dinamiche consumistiche.

Il rapporto fra la donna, il corpo ed il cibo, come si è visto nel primo capitolo di questo lavoro, è anch'esso storicamente e socialmente influenzato. La donna è stata culturalmente interpretata nel ruolo di preparatrice di cibo, il modello culturale che ha introiettato e fatto proprio è stato quello di offrire, servire e procurare cibo, mentre il ruolo di fruitore è stato attribuito all'uomo.

Allo stesso modo, anche l'ideale di bellezza femminile è culturalmente connotato ed è cambiato attraverso le epoche.

Nell'Ottocento, anche quando alle donne gravide era concesso di mangiare di più o di avere cibo gratuitamente, non si riscontra ancora una distribuzione più equa fra gli uomini e le donne del cibo sulla tavola (11). Restava ancora diffusa l'idea che la donna avesse minor bisogno di mangiare rispetto all'uomo, comportamento considerato inoltre educato e consono alla donna. Il fisico delle donne restò quindi, per tutta modernità, sino all'inizio del XX secolo, più debole, magro e quindi più soggetto a malattie rispetto a quello degli uomini.

Nell'età moderna il canone di bellezza della donna passò da essere slanciato e longilineo ad essere connotato da fianchi larghi, modello in voga sino al XVI secolo.

Ciò fu dovuto in parte al tipo di alimentazione, che divenne sia per uomini che per donne più grassa e con più zuccheri. Il modello esigeva comunque che il corpo della donna fosse ben proporzionato, dovendo evitare sia un'eccessiva magrezza, sia un'eccessiva grassezza.

In quest'epoca, l'educazione femminile prevedeva che fossero seguite le buone maniere che iniziarono ad imporsi e che venivano codificate in libretti spesso regalati alle giovani spose affinché se ne facessero portavoce. Mangiare con sobrietà, evitando scelte e misure estreme, era un precetto base per le donne, tanto da divenire una norma del galateo.

Il rapporto con il cibo era al contempo espressione di buon gusto, la donna doveva dimostrare di sapere esattamente cosa, come e quando mangiare, senza mostrare eccessivo appetito, per non apparire ineducata o sconveniente. Come si vede, la manifestazione di appetito da parte del gentil sesso come indice di maleducazione perdurava anche in epoca moderna.

Nell'Ottocento i canoni di bellezza erano differenti per l'alta borghesia e l'aristocrazia rispetto alle popolane. Queste si volevano robuste, forti e in salute, il loro corpo era considerato una forza lavoro anche in virtù dell'allattamento, principale funzione economica. La bellezza e la ricchezza risiedevano dunque in seni floridi e fianchi larghi.

L'aristocrazia, invece, voleva la donna con il “vitino di vespa”, e a tal fine si usavano busti e bustini.

Controllare il proprio corpo e la propria alimentazione era quindi un dovere imposto dalla società e dal ceto di appartenenza. Nonostante ciò non vi è traccia nei giornali femminili e nella pubblicità di inizio XX secolo di un invito ad una sana alimentazione nell'influenzare il peso.

In età contemporanea la ricerca della salute viene travisata e confusa con la ricerca della magrezza, ideale femminile allargato a tutte le classi sociali.

Attualmente, è diffuso il modello di riconoscimento e successo sociale relativo alla bellezza androgena, snella e senza peso, filiforme e longilinea, in una cultura in cui l'obesità costituisce la violazione di un canone collettivo. Dagli anni sessanta in poi, l'idea di donna dominante è stata quella della donna dinamica, competitiva, rivendicatrice di un riconoscimento sociale che passava anche dal rifiuto dello stereotipo della donna prospera e quindi materna, ruolo a cui era stata relegata per moltissimo tempo. Non è un caso che proprio in quegli anni ci sia stata l'esplosione dell'anoressia.

Molinari e Riva (12) hanno osservato che la cultura ha sempre posto gli individui di fronte a modelli diversi per sesso, riguardo ciò che concerne il peso e la forma fisica.

Supponendo che ogni cultura abbia standard diversi, questi vengono interiorizzati e usati per avere la prova della propria adeguatezza fisica e sociale; tali standard possono avere grande influenza sia sulla rappresentazione del corpo che sui comportamenti alimentari.

L'eccessiva insistenza sulla magrezza è infatti stata seguita da un incremento delle diagnosi di comportamento anoressico. L'anoressia risente delle mode, delle promozioni pubblicitarie, delle modificazioni del ruolo della donna, elementi sostenuti da variabili economiche in continua evoluzione.

Myers e Biocca (13) sostengono che l'immagine corporea sia elastica e mutevole, e che la donna costruisca la propria immagine corporea riferendosi a un corpo ideale interiorizzato, alla sua forma fisica oggettiva e al corpo ideale rappresentato socialmente. L'immagine corporea concerne la totalità dell'esperienza del corpo, congiunta alle caratteristiche fisiche (peso, altezza). Queste due dimensioni vengono vissute dentro sé stessi, nell'ambiente familiare, nel gruppo dei pari e nell'ambiente culturale.

In un esperimento che condussero evidenziarono che la modificazione dello schema corporeo conseguente alla suggestione dei mass media, avviene in base all'influenza che la televisione, per esempio, esercita sulla parte percettivo-sensoriale delle rappresentazioni corporee.

Attraverso l'identificazione con il personaggio di uno spot pubblicitario, il soggetto modifica la propria immagine corporea abbassando la propria autostima. Di conseguenza cambierà il proprio schema corporeo, e in particolare sarà presente la percezione di un aumento dimensionale del proprio corpo.

È al livello della dimensione cognitiva, cioè delle opinioni e credenze relative al corpo come oggetto di relazioni interpersonali, su cui interverrebbe il condizionamento culturale dei canoni di bellezza, degli ideali estetici e delle caratteristiche positive o negative che caratterizzano gli stereotipi sociali.

Secondo il cognitivismo, l'immagine corporea è un costrutto multidimensionale che interpreta in modo cognitivo ed emozionale la dimensione sensoriale, essa coinvolge molteplici dimensioni: sensoriali, affettive, cognitive, emozionali e culturali.

In una struttura così complessa, possono essere molti i punti in cui si verificano disturbi affettivi, cognitivi, comportamentali o percettivi direttamente connessi all'aspetto fisico. Fra questi compaiono per esempio: l'insoddisfazione per l'aspetto fisico, l'importanza eccessiva della forma del corpo e del peso con un conseguente controllo ossessivo, l'evitamento di contesti sociali in cui è presente la possibilità di un giudizio sulla propria figura, deficit sul piano sensoriale che spaziano dalla percezione distorta del corpo, alla ridotta consapevolezza delle proprie sensazioni e stati interni.

L'influenza delle costruzioni sociali, del mondo dei consumi e dei mass media contemporanei inducono, secondo Gordon,14 a leggere la genesi dell'anoressia sia come un netto rifiuto dell'iperconsumismo dominante della cultura occidentale dell'abbondanza, sia come un'acritica adesione al modello culturale di una donna filiforme, eterea, senza corpo, asessuata.

I siti Web Pro-Ana

Oltre al ruolo svolto dai mass media nell'insorgenza delle patologie alimentari, non può essere sottovalutata l'influenza esercitabile da internet, sia per la portata che riveste nella società attuale, sia per l'assidua frequentazione da parte della fascia sociale considerata a rischio, gli adolescenti.

Proprio dal web nasce un fenomeno abbastanza recente: i siti web Pro Anoressia. Conosciuti anche come siti Pro Ana, nascono negli USA negli anni 1998-1999 e giungono in Italia negli anni 2002-2003.

I primi esempi sono costituiti da blog di ragazze che redigono un diario on-line con l'evoluzione del disturbo alimentare, si scambiano consigli sui metodi adottati e si offrono supporto nel perseguimento degli obiettivi.

Una seconda forma, più strutturata, è rappresentata dai forum privati, che si dichiarano seguaci della Filosofia Ana. I blog sono rintracciabili in modo modo facile, i forum essendo privati richiedono invece un'accettazione delle nuove adepte, e la conoscenza avviene in genere con il passa parola.

La Filosofia Ana si schiera apertamente contro le classificazioni mediche dei comportamenti anoressici e bulimici come patologie psichiatriche, e sostiene “uno stile di vita alternativo, dove si promuove l'obiettivo antibiologico della liberazione totale dalla dipendenza dal cibo”. (15)

Le pro-ana rifiutano categoricamente l'etichetta di malate. Esse sostengono decisamente di essere in grado di controllarsi e di poter vivere con un apporto alimentare basso senza ammalarsi o stare male.

Ana non indica dunque la semplice diminuzione del termine anoressia, malattia di cui un soggetto è affetto, bensì l'opposto, una libera adesione ad una filosofia e stile di vita. Ana, che arriva a rappresentare una sorta di divinità a cui ispirarsi e a cui sottostare ha anche un suo credo:

– Credo nel CONTROLLO, unica forza ordinatrice del caos che altrimenti sarebbe la mia vita;

– Credo che fino a quando sarò grasso resterò l'essere più disgustoso e inutile a questo mondo e non meriterò il tempo e l'attenzione di nessuno;

– Credo negli sforzi, nei doveri e nelle autoimposizioni come assolute ed

infrangibili leggi per determinare il mio comportamento quotidiano;

– Credo nella PERFEZIONE, mia unica meta verso la quale rivolgere tutti i miei sforzi;

– Credo nella bilancia come unico indicatore di successi e fallimenti;

– Credo nell'Ana, mia unica filosofia e religione;

– Credo nell'inferno, perché questo mondo me lo ha mostrato. (16)

Il filo conduttore di questi siti è il thinspiration, ossia la magrezza come motivo ispiratore. L'imperativo è il think thin, ossia il pensare magro.

La possibilità di pubblicare contenuti e materiali, offre l'opportunità alle utenti di inserire fotografie e immagini di modelle e personaggi dello spettacolo particolarmente magre, che rappresentano concretamente la loro fonte di ispirazione. Anche ragazze comuni possono diventare modelli da seguire, l'unico requisito è la magrezza. E in questo contesto il concetto di troppo magro non esiste.

L'ossessione per il peso ed il cibo è ricorrente e pervasiva, vengono contate scrupolosamente le calorie, si annotano meticolosamente gli alimenti ingeriti, si raccontano gli scontri famigliari relativi al rifiuto di cibo, e la pratica quotidiana più ricorrente risulta essere il pesarsi sulla bilancia.

Alla base vi è l'ossessione per il corpo in quanto unico mezzo per il raggiungimento della felicità.

In questi siti sono presenti liste di regole da seguire, consigli utili per riuscire a non mangiare, per riuscire a perdere peso, per non farsi scoprire da famigliari e amici che si sta evitando di mangiare.

Il più famoso decalogo, definito appunto i dieci comandamenti di Ana (17) riporta:

– Non essere magri vuol dire non essere attraenti

– Essere magri è molto più importante che essere sani

– Devi comprare vestiti, tagliarti i capelli, assumere lassativi, morire di fame, fare qualsiasi cosa per farti sembrare più magro

– Non devi mangiare senza sentirti in colpa

– Non devi mangiare cibo ingrassante senza autopunirti dopo

– Devi contare le calorie e quindi restringerne l'assunzione

– Quello che dice la bilancia è la cosa più importante

– Perdere peso è bene/ prendere peso è male

– Non puoi mai essere troppo magro

– Essere magro e non mangiare sono simbolo di vera forza di volontà e successo.

In questi siti si riserva molta importanza ai momenti motivazionali, e sono presenti vere e proprie liste di ragioni incentivanti per aderire alla filosofia del pensare magro, alcuni esempi di motivi per non mangiare sono: (18)

– Se oggi mangi, domani sarai grasso...resisti un giorno in più

– Non hai bisogno del cibo

– Le persone si ricorderanno di te come quello "bello e magro"

– I ragazzi vorranno conoscerti, non ridere di te e andare via

– Potrai vedere finalmente le tue splendide ossa

– Sarai uguale ai/le modelli/e

– Solo le persone magre sono aggraziate

– E' il cibo più importante della felicità nella vita?

– Potrai vestirti come vuoi, le persone magre stanno bene in ogni genere di vestito

– In ogni situazione non ti sentirai più goffo e inadeguato.

È interessante, nonostante la lunghezza, leggere le liste proposte da queste ragazze, che vanno dai semplici suggerimenti a vere e proprie strategie meditate. Ancora più pericoloso, infatti, ci sono elenchi di trucchi e consigli sui metodi per riuscire a non mangiare, alcuni esempi: (19)

– Guarda foto di modelle e attrici che ti siano di ispirazione

– Bevi un bicchiere d'acqua ogni ora (riempie lo stomaco e in più depura)

– Mangia molto lentamente (ci vuole sempre un po' prima che il tuo stomaco si renda conto di essere pieno)

– Mastica e poi sputa tutto

– Tieniti occupata (avrai meno tempo per pensare al mangiare)

– Non mangiare niente più grande del tuo palmo

– Indossa dei jeans molto stretti (ti ricorderanno sempre che devi dimagrire)

– Aiutati con siti come questo

– Concentrati su ogni morso (dopo un po' ti passerà la voglia di mangiare)

– Digiuna spesso (ma mai per più di 20 giorni)

– Sei sei tentato dal cibo conta fino a 100, aspetta 20 minuti (vedrai che alla fine ti passerà)

– Compra dei vestiti meravigliosi, ma un paio di taglie in meno

– Mai mangiare dopo le 6 di sera

– Bevi molto tè  verde

– Mangia con la mano che non usi (se sei destro usa la sinistra e viceversa)

– Bevi finché non ti senti come se stessi per vomitare

Infine i suggerimenti vertono sui comportamenti da adottare al fine di non destare sospetti in famiglia sul proprio rapporto con il cibo: (20)

– Non parlare mai del tuo peso con nessuno. Comportati come se tu non sappia assolutamente niente di diete e peso

– Cerca di mangiare solo quando i tuoi familiari o amici sono con te (e usa il tempo in cui sei solo per non farlo)

– Entra ed esci spesso dalla cucina. Questo darà l'idea che mangi

– Lascia resti di cibo o piatti sporchi in giro (prepara qualcosa e buttalo via, gli altri penseranno che l'hai mangiato)

– Portati sempre fuori qualche snack (facendoti vedere) e poi fuori buttalo via

– A casa dì che mangi da un amico, all'amico di' che hai già mangiato a casa

– Inventati delle allergie a certi cibi

– Fingi un mal di pancia o cose così

– Di' che sei stato invitato fuori a cena, poi vai a fare una passeggiata

– Di' che mangi in camera tua, poi in camera tua butta tutto nel pattume (ricorda di portare via il pattume quando esci!!!)

Questi spazi virtuali hanno un duplice significato, da un lato possono indicare la sfida narcisistica di questi soggetti nell'intento di celebrare la loro dipendenza, dall'altro possono manifestare una ricerca di aiuto, o meglio di auto-aiuto, che denota una profonda esigenza di poter parlare senza sentirsi giudicate.

La dimensione di identità di gruppo a carattere anoressico o bulimico è indicata anche dalla pratica di riconoscimento adottata dalle seguaci della filosofia Pro Ana, un braccialetto rosso per le anoressiche, blu per le bulimiche, da portare sul polso sinistro e da indicare con l'indice destro, a dimostrazione della comune appartenenza.

É possibile che in questi siti si verifichino dinamiche tipiche del gruppo dei pari, e il gruppo rappresenta un sostegno affettivo importante che incide sulla costruzione dell'identità dell'adolescente, attraverso la condivisione di interessi e valori comuni.

A tal proposito, si evidenzia come l'identità del gruppo possa avere prevalenza sull'identità del soggetto, in caso di personalità fragili, a tal punto che il pensiero del gruppo diventi quello del singolo.

I rischi insisti nel fenomeno Pro Ana, relativi alla dimensione gruppale che rivestono, riguardano la possibilità, per soggetti già affetti da disturbi alimentari, di un accentuarsi del rifiuto delle cure o un aggravarsi della sintomatologia. Pazienti in cui non è ancora stato conclamato un disturbo di questo tipo, potrebbero essere influenzati dai rinforzi che vi trovano e sviluppare il disturbo per emulazione.

La pericolosità risiede anche nella possibilità che questo fenomeno dia vita a un vero e proprio movimento, in alcuni siti, infatti, vengono addirittura proposti campi estivi in cui si insegna a non mangiare e a vomitare. (21)

I rischi aumentano se si considera che lo spazio virtuale permette una consistente amplificazione dei temi trattati e una notevole facilità nel reperire questo materiale per gli adolescenti, ossia il target a rischio. In conseguenza di ciò è possibile lo sviluppo di una distorsione della percezione della realtà, per cui i comportamenti proposti appaiono normali.

Dal punto di vista terapeutico è fondamentale la conoscenza di questo fenomeno, sia per comprendere come la frequentazione di questi spazi possa influire negativamente sulle eventuali terapie in atto con i soggetti, sia per favorire una comprensione più approfondita dello stato della patologia, al fine di ridurre la necessità, per i pazienti, di rivolgersi a queste forme di mutuo aiuto. In generale è utile per poter comprendere la necessità dei pazienti di sentirsi liberi da giudizi nel parlare del proprio disturbo, senza sentirsi etichettati.

A tal fine Giovannini propone la creazione di gruppi di mutuo-auto-aiuto, in cui l'utenza possa sentirsi presa in carico e al contempo libera di esprimersi.

In Italia, l'ANAD (Associazione Nazionale per l'Anoressia Nervosa e i Disturbi Associati) è intervenuta nella richiesta di chiusura di molti siti Pro-Ana. I quali, però riaprono ad una velocità impressionante, tanto da rendere la soppressione un'azione quasi inutile. Il fenomeno è infatti dilagato e non è escluso che proprio la caratteristica di riservatezza unita all'esigenza di nascondersi abbia aumentato l'interesse e l'appetibilità di questi spazi virtuali.

 

Riferimenti Bibliografici

1 Crespi 1994, cit., p. 133, in AA.VV., Il corpo a più dimensioni. Identità, consumo, comunicazione,

Franco Angeli, 2005, cit., p. 64.

2 Fornari F., Eneàntios Dròmos: il corpo, le passioni e l'ambivalenza dell'agire, in AAVV., Il corpo a

più dimensioni, pp. 55-86, cit., p. 62.

3 Gordon R., Anoressia e Bulimia. Anatomia di un’epidemia sociale, Cortina Editore, Milano, 2004, cit., p. 7.

4 Gordon R., Anoressia e Bulimia, cit., p. 143.

5 Tota A.L., Gender e mass media. Verso un immaginario sostenibile, Meltemi, Roma, 2008.

6 Harrison e Cantor, 1997; Groesz, Levine, Murner, 2002.

7 Ladogana S., Lo specchio delle brame, Mass media, immagine corporea e disturbi alimentari, Franco

Angeli, 2006, cit., p. 20.

8 Volli U., Per il politeismo, Feltrinelli, Milano, 1992, cit., p. 218.

9 Ladogana S., Lo specchio delle brame, cfr. pp. 43-44.

10 Morace F., Body vision. Le 6 tendenze del benessere e della bellezza nel mondo, Scheiwiller, Milano, 2004.

11. Quando si passava il piatto di portata in tavola le donne erano sempre le ultime a riceverlo e di frequente a loro restava il meno appetibile, cfr.: Muzzarelli M., Donne e cibo: una relazione nella storia, Mondadori, Milano, 2003.

12 Molinari e Riva 2004, in Zappa, Alice in fuga dallo specchio, cfr. p. 95.

13 Myers e Biocca 1992, in Zappa, Alice in fuga dallo specchio, cfr. p. 95.

14 Gordon 1990, cit., p. 43, in Montecchi, Anoressia mentale dell'adolescenza, cfr., p. 43.

15 Giovannini A., Ricerca sul fenomeno pro-ana, 2005, consultabile all'indirizzo web:

http://www.anoressia-bulimia.it/wp-content/uploads/2008/03/ricerca_sul_fenomeno_proana_

ausl_reggio_emilia.pdf , consultato il 01-12-2011, p. 4.

16 Giovannini A., Ricerca sul fenomeno pro-ana.

17 Giovannini A., ivi.

18 Ibidem.

19 Ibidem.

20 Giovannini A., ivi.

21 Perri, A., Magre da Morire, Aliberti, Roma, 2008.

 

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Inserito il:06/10/2015 13:13:09
Ultimo aggiornamento:27/10/2015 15:09:05
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