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Aggiornato al 24/08/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal
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Manuel Gervasini (1967 - ) – Ritratto di Sigmund Freud


Psicoanalisi e Sessualità.  Seconda parte.

 

Il sintomo nevrotico costituisce, un modo di espressione ‘camuffata’ di impulsi sessuali, per cui i sintomi sono in realtà l’attività sessuale dei nevrotici. La sessualità espressa nel sintomo nevrotico non è però quella normale.

Il sintomo nevrotico esprime in modo mascherato un tipo particolare di impulsi che se fossero espressi manifestatamente sarebbero facilmente riconoscibili come impulsi perversi. Nasce da qui la formula freudiana ispirata al gergo fotografico, secondo la quale la nevrosi è  la‘negativa’ della perversione. Ciò ha un rilievo clinico particolare in quanto le pulsioni perverse diventano parte integrante della semiotica della nevrosi e della sessualità infantile.

Freud, partendo dalla separazione fra sessualità genitale, intesa come normalità e sessualità extragenitale intesa come anormalità e patologia, sostiene che ciò che è extragenitale è strettamente collegato alle psiconevrosi.

Successivamente egli capovolge i termini del problema, nel senso che è vero che la nevrosi è la negativa della perversione, e quindi c’è equivalenza tra nevrosi e perversione, ma poiché la disposizione alla nevrosi è una disposizione umana generale, anche la perversione obbedisce alla stessa legge e diventa una disposizione umana generale e quindi la normalità.

La scoperta della sessualità infantile e la sua esplorazione intensiva sono state certamente il contributo più rivoluzionario dato da Freud allo studio della sessualità umana.

Per Freud l’uomo è un essere sessuale fin dalla nascita. Il rapporto del bambino con il seno è già il prototipo dello scambio intercorporeo che interviene a livello di genitalità adulta. La sessualità infantile si appoggia prima alla funzione alimentare nella fase orale, poi alla funzione evacuatoria, nella fase anale. Le prime due fasi della sessualità infantile sono cioè veicolate non dall’apparato genitale bensì dal tubo digerente.

Dopo la fase orale e anale, nella fase cosiddetta fallica, che si sviluppa dai tre ai cinque -sei anni, la sessualità infantile ha soprattutto espressione attraverso fantasie riguardanti i rapporti affettuosi ed ostili verso i genitori, note come complesso edipico. In tali fantasie vengono elaborati in forma immaginaria i rapporti sessuali aggressivi tra i genitori, attraverso fantasie di tipo prevalentemente orale e anale.

Se la sessualità adulta appare a Freud labile nel suo legame con l’oggetto e con la meta, la sessualità infantile appare del tutto svincolata da ogni oggetto reale o da ogni meta reale. L’oggetto fisico è una parte del corpo del bambino, nella masturbazione, ma i suoi oggetti psichici sono del tutto immaginari.

La sessualità infantile, tramite il processo di sublimazione e di transfert che implicano uno spostamento dagli oggetti primari e immaginari a degli oggetti secondari, e un cambiamento di meta, sembra coinvolta ad alimentare importanti componenti di tutte le operazioni culturali umane.

La sessualità infantile presiede anche alla simbolizzazione della sessualità adulta in termini di oggetti infantili, ad opera del processo di transfert e alla simbolizzazione di ogni attività culturale. A sua volta la simbolizzazione, vista in chiave semiotica, sarebbe dovuta al fatto che non potendosi ‘presentare’ direttamente, la sessualità infantile può esprimersi solo ‘facendosi rappresentare’.

La sessualità infantile fa del bambino un ‘perverso polimorfo’. La perversione si rivela dunque come un comportamento svincolato da un oggetto e da una meta con funzione genitale e nello stesso tempo sostenuto da oggetti e mete immaginarie. Ciò fa sì che la perversione entri in un conflitto cognitivo con la realtà in quanto obbliga il soggetto a verificare ciò che è illusorio e ciò che è reale. Si può, così, rilevare un contrasto tra sessualità infantile e genitalità adulta, intesa come sessualità con oggetto e mete reali. Il bambino immagina di sostituirsi al padre e di accoppiarsi con la madre per generare bambini: ma un tale progetto, di fatto, a causa della sua immaturità genitale, è al di fuori della realtà. Per questa ragione il bambino deve spostare su degli oggetti e su delle mete possibili, gli impulsi che in fantasia rivolge su oggetti e su mete impossibili.

Vista in questa prospettiva, la rimozione della sessualità infantile non ha solo, come riteneva Freud, una origine morale, dovuta al sentimento di colpa per l’incesto e il parricidio e alla paura di essere castrato dal padre, ma ha una origine specificamente cognitiva. Il bambino cioè non sarebbe tanto castrato dal padre quanto piuttosto dal confronto tra la sua fantasia allucinatoria e la realtà, nel senso che il suo desiderio sessuale può esprimersi con fantasie masturbatorie ed ha solo uno sbocco autoerotico, senza uno sbocco reale (Abraham G., Pasini W., 1975). Il bambino sarebbe pertanto esposto al sentirsi castrato da un eccedere dell’immaginario sul reale, che lo espone ad una inevitabile delusione, vissuta poi come frustrazione.

L’ipotesi di una origine cognitiva della rimozione della sessualità infantile trova un suo punto di verifica nel fatto che il periodo che Freud ha postulato come implicante l’amnesia e la rimozione, cioè l’inizio del periodo di latenza, coincide con il periodo in cui il bambino, secondo J. Piaget(1967), impara a padroneggiare le operazioni logiche, che gli permettono un accesso cognitivo al reale di tipo adulto.

Vista alla luce della relazione con il suo oggetto, la sessualità infantile appare come essenzialmente autoerotica. L’attività erotica infantile si esprime attraverso il prendere come oggetto una parte del proprio corpo. Ciò avviene sia attraverso il pollice messo in bocca, sia attraverso le feci trattenute allo scopo di stimolare eroticamente la parte terminale dell’intestino, sia attraverso la masturbazione genitale. In tutti e tre i casi il processo masturbatorio implica una sostituzione di stimoli prodotti dall’oggetto esterno con stimoli prodotti dal soggetto. Tale processo di ‘sostituzione’ viene definito da Freud come la meta vera e propria della sessualità infantile. Anziché avere un accoppiamento con l’oggetto, abbiamo quindi una sostituzione all’oggetto. Tale sostituzione però non è un processo semplice, ma è mediata da un processo di proiezione, a sua volta mediata dal ricordo della stimolazione ricevuta dall’oggetto. Durante le manipolazioni della pulizia alla zona perineale il bambino si trova ad essere stimolato dalle mani della madre così come durante le poppate si trova ad essere stimolato dal capezzolo.

Il sorgere del desiderio sessuale infantile nascerebbe in modo ‘autoplastico’ per il fatto che il ricordo delle sensazioni di stimolo prodotte dalla madre viene proiettato sui genitali o sulla bocca. Attraverso il pollice in bocca o attraverso il toccamento dei genitali o attraverso il trattenere le feci, il bambino quindi si autostimola sostituendosi alla madre e appropriandosi quindi degli stimoli ricevuti da lei, realizzandosi così il progetto di darsi da solo la soddisfazione avuta da lei. Egli arriva così a trasformare il ricordo di una ‘sensazione di stimolo’ in ‘sensazione di soddisfacimento’, senza che intervenga un oggetto reale a procurarlo.

Si può quindi comprendere come la sessualità infantile possa essere elaborata dal bambino in una impressione di onnipotenza. Mentre cioè egli non può darsi realmente da solo il latte, ed in genere il cibo, in un modo autotrofico reale, sul piano sessuale egli può produrre la presenza immaginaria di un oggetto assente per mezzo di semplici rapporti che si instaurano con parti del suo corpo. Non solo, ma attraverso tale presenza illusoria può arrivare ad una soddisfazione erotica reale. Mentre non è possibile al bambino sfamarsi con un oggetto immaginario, gli è possibile con un oggetto immaginario soddisfarsi eroticamente. Ciò vale naturalmente anche per la masturbazione adulta. In questo senso la sessualità può diventare il luogo privilegiato della onnipotenza, eludendo la necessità di dipendenza dall’altro posta dalla genitalità. L’onnipotenza viene giocata come funzione dell’immaginario che si sostituisce al reale cioè alla madre come oggetto reale, mutuandola con una parte di sé.  La genitalità adulta sottopone invece l’onnipotenza immaginaria al riconoscimento della necessità e al bisogno dell’altro, in quanto costituisce il soggetto come ‘castrato’, cioè dimezzato.

In quest’ottica tutta la sessualità infantile andrebbe considerata come pregenitale.

Il carattere distruttivo della pregenitalità sarebbe legato a due suoi aspetti fondamentali, l’uno indiretto e l’altro diretto. L’aspetto distruttivo indiretto dipende dal fatto che la sessualità infantile non ha bisogno di ‘oggetto’: cioè tende alla soddisfazione allucinatoria. Poiché tale tipo di comportamento porta a perdere il rapporto con l’oggetto, esso crea, indirettamente, un grave rischio di sopravvivenza, in quanto questa è possibile solo attraverso la dipendenza dal mondo esterno. L’aspetto distruttivo diretto della pregenitalità si manifesta invece con il particolare rilievo che acquista nella sessualità infantile la ‘crudeltà’, che Freud collega alla ‘pulsione di appropriazione’, concepita come separata dalla pulsione sessuale, anche se tende a mescolarsi ad essa.

La crudeltà mescolata alla sessualità, a sua volta, si collega al sadomasochismo e il sadomasochismo all’istinto di morte. Si può così affermare che la prevalenza della crudeltà nella sessualità infantile, in quanto porta il bambino a concepire i rapporti sessuali tra i genitori sotto forma di maltrattamenti o addirittura di uccisione reciproca, induce a riconoscere, nella pregenitalità, una prevalenza di distruttività.

Benché Freud non l’abbia mai teorizzata come pulsione autonoma, nel descrivere la sessualità infantile, egli dà particolare rilievo alla pulsione di appropriazione, come distinta dalla pulsione sessuale. La pulsione di appropriazione agisce sia a livello orale, nella assunzione del cibo, sia a livello anale, attraverso l’apparato muscolare rivolto al trattenere. Si può anzi ritenere che la pulsione di appropriazione abbia avuto nell’uomo uno sviluppo specifico attraverso la liberazione degli arti anteriori - superiori, resa possibile attraverso l’acquisizione della stazione eretta. Il liberarsi degli arti anteriori, diventati così arti superiori, e il costituirsi delle mani come organi prensili ha enormemente aumentato, nell’uomo, la possibilità di realizzare concretamente i desideri di appropriazione.

Alla particolare importanza della pulsione di appropriazione nel bambino può essere collegata la teoria sessuale infantile del genitale unico.

Nella concezione sessuale infantile non esistono due genitali, l’uno maschile e l’altro femminile, ma esiste un solo genitale, il maschile. Il genitale femminile viene concepito come un genitale mancante, cioè come un genitale castrato. Il fatto che il bambino concepisca, come unico genitale, il genitale maschile e la sua preoccupazione che esso possa essere perduto, fanno sì che egli ignori la relazione genitale come relazione di scambio tra due organi che si integrano nella stessa funzione sessuale. L’universo sessuale del bambino è dominato dal problema dell’avere e non avere il pene ed anche le fantasie edipiche di identificazione con il padre e di possesso della madre appaiono messe in moto dalla appropriazione primaria della madre a livello orale.

Le fantasie edipiche elaborano cioè essenzialmente intenzioni di appropriazione sia della madre come oggetto d’amore già incorporato oralmente e analmente, sia del padre sotto forma di desiderio di incorporazione orale e anale del suo pene.

Benché nella prima edizione dei Tre saggi, Freud avesse descritto la sessualità infantile in riferimento alla negazione del bisogno dell’oggetto, e sotto il dominio esclusivo della organizzazione pregenitale orale a anale, in seguito, nel 1923, egli ha postulato, una fase genitale infantile. Tale fase genitale si colloca tra i tre e i cinque - sei anni e sarebbe caratterizzata da una scelta oggettuale, che si esprime nelle fantasie edipiche.

Freud stesso però ha attenuato il significato genitale di tale fase, chiamandola anche fase fallica, in riferimento al fatto che il bambino concepisce l’esistenza di un genitale unico: il fallo. 

Nella cosiddetta fase genitale infantile abbiamo un genitale unico, per il quale l’accoppiamento è senza senso proprio perché è unico. La fase genitale infantile risulta pertanto, nella concezione freudiana, molto ambigua. Da una parte egli ha sentito il bisogno di attenuarne il carattere genitale, chiamandola fase ‘fallica’, ma proprio il descrivere la fase genitale come fase fallica implica il non poterla considerare genitale. Questo ha suscitato molte riserve specialmente per i riflessi che tale teoria ha nella concezione freudiana della femminilità.  La fase fallica, cioè, implicando un genitale unico e cioè quello maschile, implica anche la negazione di una femminilità primaria.


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Inserito il:11/03/2015 17:43:46
Ultimo aggiornamento:26/03/2015 21:03:25
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