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Aggiornato al 17/06/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal
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Agnolo “Bronzino” (1503-1572) – Particolare di Cristo in Pietà – 1569 - Santa Croce in Firenze

La Sindrome di Stendhal: l’ansia del bello in un caso clinico.

La Sindrome di Stendhal o Sindrome di Firenze è così denominata dallo scrittore francese Stendhal che nel 1817 si recò nel capoluogo toscano per visitarne le opere d’arte e lì visse un’esperienza di “estasi”, mai sperimentata prima, di fronte ad una bellezza artistica. Nel suo libro “Roma, Napoli e Firenze. Viaggio in Italia da Milano a Reggio”, durante il suo viaggio in Italia scrive, dopo la visita alla Basilica di Santa Croce a Firenze: “Là, seduto su un gradino di un inginocchiatoio, la testa abbandonata sul pulpito, per poter guardare il soffitto, le Sibilledel Volterrano mi hanno dato forse il piacere più vivo che mai mi abbia fatto la pittura. Ero già in una sorta di estasi, per l’idea di essere a Firenze, e la vicinanza dei grandi uomini di cui avevo visto le tombe. Ero arrivato a quel punto di emozione dove si incontrano le sensazioni celestialidate dalle belle arti e i sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce, avevo una pulsazione di cuore, quelli che a Berlino chiamano nervi: la vita in me era esaurita, camminavo col timore di cadere”….“Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti e dai sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce, ebbi un battito del cuore, la vita per me era inaridita, camminavo temendo di cadere”.

Altri Autori, oltre a Stendhal, narrano di un forte impatto emotivo alla vista di città italiane, soprattutto Roma, vissuta sia come capitale religiosa, che come cuore della cultura occidentale. Una testimonianza è quella di Goethe, che nel 1786, affronta un lungo itinerario, in cui i luoghi visitati tornano alla coscienza come immagini interiori prima di essere superati nella progressione dell'itinerario, perfettamente integrati con la coscienza stessa. L. Sterne propone il modello del "viaggio sentimentale" e con il termine "sentimental" ( A sentimental journey trought France and Italy, 1768 ), indica stati d'animo diversi, emozioni e descrizioni che preludono alla psicologia moderna: il viaggio diventa metafora di un movimento esistenziale. Importante fu l'influenza di John Ruskin (1836) nello sviluppo del 'turismo dell'anima'.

Proust con la denominazione di 'pellegrinaggio ruskiniano' indica la sacralità del viaggio, che ha come fine la rinascita individuale.

La Sindrome di Stendhal fu analizzata per la prima volta nel 1997 dalla psichiatra fiorentina Graziella Magherini, che osservò e descrisse la comparsa di crisi psichiatriche acute in turisti messi al cospetto di opere d’arte.

Da un punto di vista neurobiologico sembrerebbe dimostrato il coinvolgimento di particolari aree del cervello, come amigdala, striato ventrale, corteccia orbito frontale laterale e mediale, corteccia anteriore del cingolo, deputate al riconoscimento di caratteristiche significative dell’opera d’arte, con una iperattivazione dopaminergica, e quindi un aumento della sensazione di piacere, proprio come avviene nell’innamoramento, che è oggetto di studio della Neuroestetica e che è stata provata mediante tecniche di Neuroimaging (Risonanza Magnetica).

 Da un punto di vista psicoanalitico, a partire dallo stesso Freud che sperimentò uno “smarrimento cognitivo” sull’Acropoli di Atene, la Magherini ha basato i suoi studi su alcune teorie psicoanalitiche dalle quali ha estratto una formula che tenta di spiegare il rapporto tra fruitore ed opera d'arte:

Fruizione artistica = Esperienza estetica primaria madre-bambino + Perturbante + "Fatto scelto" + "F", dove per esperienza estetica primaria madre-bambino è inteso il primo incontro del bambino con il volto, i seni e la voce della madre, che rispecchia anche il primo rapporto con l'estetica ed il primo contatto con la bellezza; il perturbante, concetto ripreso da Freud, consiste in un'esperienza conflittuale passata che è stata rimossa, molto significativa da un punto di vista emotivo e  che si riattiva nel momento in cui c’è l'incontro con l'opera d'arte e in particolar modo con il "Fatto Scelto", ossia un particolare dell'opera sul quale la persona concentra tutta la sua attenzione, che richiama alla mente particolari vissuti e, quindi, conferisce all'opera quel particolare significato emozionale che sarebbe responsabile dello scatenamento della sintomatologia psichica.

Seguendo Hillmann, la sindrome di Stendhal potrebbe essere considerata, pertanto, una sindrome archetipica e le manifestazioni patologiche una rappresentazione mitica, la mimesis, cioè, di un modello archetipico. La crisi, dunque, può essere letta come espressione della necessità di oltrepassare i limiti dell'ordinario, come aspirazione alla trasgressione, alla rottura di schemi comportamentali abituali, come urgente spinta a riscoprire e realizzare tendenze psichiche profonde.

Alcune qualità dell'opera, in quel determinato soggetto, ed in quel determinato momento, possono diventare un potente 'fatto scelto' (W. Bion) per la mente dell'osservatore, acquistando un elevato significato emotivo. Il 'fatto scelto' estetico ci metterebbe in contatto con dimensioni della personalità con le quali non abbiamo rapporti di consuetudine.

Se si accetta questa prospettiva, si può concludere che non esiste una specifica opera d'arte, che possa considerarsi 'opera a rischio'. Vi sono, invece, notevoli differenze da soggetto a soggetto; la reazione dipende in gran parte dalla disposizione emozionale, dalle vicende interne in corso, ed in ultima analisi dal rapporto che si è instaurato fra fruitore e creatore, attraverso la mediazione dell'opera, nel momento dell'incontro.

Di fatto, la Sindrome di Stendhal in sé (cioè quando, come vedremo in seguito, non è collegata ad altri squilibri psicopatologici), non può essere definita una vera e propria patologia, tant’è che non è inquadrata nei manuali diagnostici, ma viene considerata un disturbo psicosomatico transitorio che si manifesta con forme di attacchi di panico, con vera e propria depersonalizzazione e derealizzazione, su un timismo di tipo depressivo-euforico e con dispercezione del mondo esterno che può diventare persecutorio. La sintomatologia si caratterizza per: tachicardia, vertigini, confusione mentale e allucinazioni. In realtà la sindrome inizia da prima delle crisi che poi la persona riferisce e che sono solo momenti di perdita del controllo paragonabili ad un attacco di panico.

Si può trattare, altre volte, di manifestazioni di patologie psichiatriche già note, tanto è vero che continuano anche in maniera slegata dalla contemplazione di bellezze. Oppure, possono essere l'esordio di un disturbo bipolare. La sintomatologia somiglia molto a quelle degli stati pre-deliranti o alle crisi "temporali" pseudo-epilettiche che possono verificarsi in questi pazienti prima dei classici sintomi della malattia.

Possiamo, dunque, individuare tre differenti tipologie di disturbo.

La prima è quella identificabile con crisi di panico e ansia somatizzata, dove i soggetti avvertono palpitazioni, difficoltà respiratorie, dolore toracico, sensazione di essere sul punto di svenire, depersonalizzazione e derealizzazione.

Questa è la forma meno grave. Le altre due tipologie sono più importanti. Una riguarda prevalentemente i disturbi dell’affettività, e si manifesta con stati di depressione, crisi di pianto, immotivati sensi di colpa, senso di angoscia, o, all’opposto con stati di sovraeccitazione – euforia, esaltazione di sé. La terza si caratterizza per i disturbi del pensiero, con alterata percezione di suoni e colori e senso persecutorio da parte dell’ambiente circostante: a differenza della altre due tipologie, questa si manifesta frequentemente in persone con precedenti di scompenso psicopatologico, che, tuttavia, si trovavano prima della partenza in uno stato di compenso.

Nella sua prima forma, quella “pura” potremmo dire, l’incidenza è piuttosto bassa e, secondo alcuni studi, colpirebbe principalmente turisti europei o giapponesi, mentre gli italiani solitamente ne sarebbero quasi immuni per affinità culturale. Elevata sarebbe la presenza nel sesso femminile che oscilla fra i 26 e i 40 anni.

La sindrome è stata riscontrata spesso a Firenze data l’alta percentuale di opere presenti nella città.

Spesso si manifesta quando la persona sta visitando un museo e rimane in una forma di estasi contemplativa delle opere in esposizione trascendendo l’immagine che ha di fronte, fino a immedesimarsi nell’opera stessa.

È frequente in persone sensibili, emotive, facilmente suggestionabili e che hanno molta immaginazione.

Infatti durante la crisi, “si animano vicende profonde della realtà psichica e si riattiva la vitalità della sfera simbolica personale. E il viaggio diventa pure, nella sue soste tanto attese nelle città sognate, un’occasione di conoscenza di sé” (Magherini). Le opere che possono generare la Sindrome di Stendhal sono diverse a seconda di chi le ammira, anche se si è notato come sia più probabile che il disturbo si verifichi al cospetto di opere cariche di significati simbolici, ambivalenti, sensuali e perturbanti che possono andare a colpire aspetti dell’inconscio inesplorati o rimossi. Dunque il soggetto che ne è affetto non riesce a godere della bellezza del capolavoro artistico, ma cade in preda dell’angoscia. Il “turismo dell’anima”, in senso lato denota la voglia di viaggiare, ma al contempo racchiude un atteggiamento volto alla scoperta di sé.

Non mancano riferimenti alla sindrome nel cinema, come il film di Dario Argento del 1996, “La sindrome di Stendhal”, dove la giovane poliziotta Anna Manni, interpretata da Asia Argento, sviene all’interno degli Uffizi, innanzi alla maestosità di un’opera d’arte o in campo musicale, come ad esempio “L’orizzonte di K.D.” di Francesco Guccini.

Il caso clinico

Roberto ha 19 anni. E’ unicogenito di Anna, medico dermatologo e di Lorenzo, archeologo. Ha appena dato gli esami di maturità al Liceo Artistico con successo e i genitori decidono di regalargli una vacanza-premio che consiste in un tour per molte città d’arte. Roberto ha ereditato la passione per l’arte dal padre, che lo ha educato, sin da piccolo, all’amore e al culto del bello. La scelta del liceo è stata, in qualche modo, naturale, senza alcuna pressione: era la prosecuzione di quell’amore. Già nel corso del liceo, però, durante le visite ai musei, ma spesso anche solo sfogliando i libri di Storia dell’Arte, Roberto notava, a volte, un certo disagio. Allo stupore e all’ammirazione si associavano una specie di ansia (che lui non sapeva ancora riconoscere come tale). Erano fenomeni, però, del tutto transitori ai quali egli aveva imparato a non fare caso.

Ma uno stato d’ansia più forte, caratterizzantesi con i classici sintomi dell’attacco di panico, si manifestò durante questo viaggio più lungo, oltretutto monotematico: era stato studiato in modo che il ragazzo avesse costantemente al suo fianco delle guide turistiche che gli spiegassero ogni cosa che vedeva. Il malessere diventava ogni giorno più accentuato, con sensazione di estraneità rispetto alla realtà circostante e rispetto al proprio corpo, tanto che, mentre si trovava a Venezia, fu condotto in Pronto Soccorso e tenuto una notte in osservazione. Poiché la sintomatologia non accennava a regredire, gli fu impostata la classica terapia per i Disturbi d’Attacco di Panico (paroxetina ed alprazolam), che il ragazzo continuò ad assumere per un paio di  giorni, non senza effetti collaterali. I genitori andarono a prenderlo il giorno successivo per riportarlo a casa e giunse, dopo quattro giorni, da me in ambulatorio: aveva ormai sospeso autonomamente la terapia farmacologica e ogni disturbo d’ansia era sparito. Il problema, giustamente, se lo posero i genitori, rispetto al futuro lavorativo del figlio, per cui lo avviai ad una psicoterapia di tipo supportivo che lo aiutò moltissimo, tanto è vero che riuscì ad iniziare e sta per portare a termine gli studi universitari nel settore artistico senza aver più accusato la sintomatologia ansiosa (fortunatamente si trattava della forma più lieve di Sindrome di Stendhal), ed ha molti progetti lavorativi per il suo futuro.

 

Riferimenti Bibliografici

Bion W.: Apprendere dall’esperienza , Armando, Roma (1972)

Freud S.: Il Perturbante (1919) in Opere 1917-1923, Vol.9: L’Io e l’Es e altri scritti Boringhieri , Torino (1977)

Goethe J.W.: Viaggio in Italia , Mondadori, Milano (1983)

Hillman J.: Psicologia archetipica , in Enciclopedia del Novecento,vol.5 (1981)

Hillman J.: Trama perdute , Raffaello Cortina, Milano (1985)

Magherini G.: La sindrome di Stendhal , Feltrinelli, Milano ( 1992 )

Proust M.: Alla ricerca del tempo perduto ,Einaudi, Torino (1978)

Stendhal: Roma, Napoli e Firenze nel 1817 , Bompiani, Milano (1977)

Sterne L.: Viaggio Sentimentale, Milano (1985)

 

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Inserito il:10/08/2015 12:37:01
Ultimo aggiornamento:01/09/2015 08:13:38
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