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Aggiornato al 17/06/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Margaret D. H. Keane (1927 - Nashville)  - Big Eyes

 

Sulle tracce della Pedofilia (Parte Prima)

 

Chi ora ti fugge, presto ti inseguirà,

Chi non accetta doni, ne offrirà,

Chi non ti ama, pure controvoglia, presto ti amerà.

Saffo

Il termine “Pedofilia” deriva dall’etimo greco pais che significa fanciullo, e philìa amore, dunque “amore per i bambini”: ma il termine forse cela significati più reconditamente morbosi. Si tratta di amore sì, ma di un amore malato a sfondo sessuale. Le attenzioni mascherate a volte da un intento psicopedagogico, mascherano, in realtà, una delle peggiori (la peggiore, direi), parafilia. La “cultura” della pedofilia tende a trasformare determinati periodi storici (tra cui, purtroppo per certi versi anche il nostro) in vera e propria mancanza di rispetto per l'infanzia, rappresentata dall'attrazione sessuale e dall'amore educativo. L’antica Grecia viene rappresentata come il luogo storico ideale per gli amori pedofili: i comportamenti di abuso sessuale su minori sarebbero sempre esistiti, ma vanno inseriti nell’ambito di determinate relazioni sociali e culturali, assumendo un significato differente a seconda del periodo storico considerato.

Il dato fondamentale, comunque comune ad ogni tempo, è la relazione asimmetrica esistente nel rapporto bambino o adolescente-adulto. Nella Grecia la pedofilia ebbe la massima diffusione tra il VI e il IV secolo a.C. a Sparta e Atene e tra i maestri del tempo Socrate e Platone e la poesia di Alceo e Anacreonte. La pederastia, intesa come relazione sessuale di un adulto e un minore in età compresa tra i dodici e i diciotto anni, era considerata lecita e riconosciuta come forma pedagogico-educativa, a differenza della pedofilia, intesa come relazione sessuale con un minore di dodici anni. Platone aveva indicato come presupposto filosofico dell'insegnamento l'eros, al contempo, desiderio, piacere e amore. L'eros avrebbe permesso l’emergere di un piacere legato al dono. La seduttività probabilmente è insita in ogni rapporto di “insegnamento” (1) e da qui alla pedofilia il passo era breve. Nella relazione c’era l’erastes, l'amante, colui che corteggiava e l’eromenion, l'amato, il corteggiato, che aveva il compito di procurare piacere all'altro, in cambio di accudimento e protezione. Dunque, proteggere l'infanzia, distinguendo la pederastia dalla pedofilia, era proprio degli Ateniesi. Secondo Calasso: “ l'amato si concederà perché desidera educazione e sapienza di ogni specie” (2).

Saffo, oltre ad essere maestra dell'intelletto, lo era anche del corpo. Nella sua scuola, le ragazze si amavano appassionatamente e questo rappresentava a Sparta, Lesbo e Mitilene, una sorta di preparazione al matrimonio: donne adulte usavano avere delle amanti tra le adolescenti. Nell'antica Grecia assumeva quindi rilevanza una relazione che oggi potremmo definire “pedofila”.

Presso i Romani, la pederastia ha continuato a essere praticata, il ragazzo non era più libero ma sostituito dallo schiavo. Come ci indica Foucault, l'eredità della grande speculazione greca sull'amore per i ragazzi era sostituita dalla tendenza alla brutalità e alla sopraffazione (3).

Plutarco racconta che i romani usavano mettere al collo dei figli un amuleto d'oro, affinché, «quando giocavano nudi, non venissero scambiati per degli schiavi e fatti oggetto di tentativi di seduzione» (4).

A questo proposito sono famose la Lex Scatinia, secondo la quale in caso di rapporto fra adulti e puer o praetextati (praetexta era la tunica bianca orlata di porpora che portavano i ragazzi ancora non maturi sessualmente) veniva punito solo l'adulto (5).

La successiva Lex Iulia de adulteriis (18 a.C.) puniva lo stupro solo nei confronti degli uomini liberi. (6)

L'imperatore Domiziano impose il divieto di "facere eunichos", cercando di eliminare quelle condizioni che favorivano i rapporti contro natura. Il Cristianesimo fornì le basi religiose per la condanna di ogni comportamento non eterosessuale e non finalizzato alla procreazione. Il mondo pagano, invece, non riuscì a comprendere l'identità umana e la dignità del fanciullo, perché partiva dal presupposto che il fanciullo non fosse una “persona” e non godesse dei relativi diritti.

Nel Medioevo il matrimonio tra una bambina di 10 anni e un uomo molto più anziano non rappresentava un'eccezione. (7). È nell'ambito di questa dimensione socioeducativa che va inquadrata la vita del bambino (garzone o discepolo), all'interno della bottega d'arte, dove l'artista assumeva contemporaneamente diversi ruoli, quello di padre putativo, di maestro e di padrone.

La relazione maestro-discepolo rappresentava una continua oscillazione tra seduzione e scoperta di sé (8) con uno sbilanciamento ed una “perversione” della relazione.

D’altronde ogni relazione docente-discente contiene in sé il rischio dell'investimento narcisistico, da un lato e dell'idealizzazione indiscriminata, dall'altro, in cui i rapporti possono diventare simbiotici: il bambino esiste solo come proiezione del sé ideale del docente, quasi una sua propaggine. Per l'allievo il maestro può rappresentare l'oggetto d'identificazione, il porto sicuro, il padre.

Nella Firenze del XIV secolo erano frequenti ragazzi e ragazze che vendevano il loro corpo.

Le Roy Ladurie ci parla di un bambino di 12 anni, che era andato a studiare grammatica presso un prete. Successivamente il bambino, violentato, diventa pederasta attivo [...]. (9).

L'abuso sessuale sul bambino non assume un grande significato di riprovazione sociale, in quanto, come sottolinea Ariès, è proprio il sentimento dell'infanzia che risulta carente in questo periodo storico (10). La concezione dell'infanzia come fase della vita (e non come mera fase di transizione) si fa partire dal XIV secolo, mentre la comparsa di uno specifico atteggiamento nell'adulto nei confronti del bambino va ricercata in età moderna con la famiglia borghese.(11). Negli scritti dei Padri della Chiesa le debolezze infantili erano la prova dell'esistenza del peccato originale e della imperfezione della natura umana. Sant'Agostino definiva l'infanzia, come una mancanza, un non essere, una privazione (12). Soltanto nei secoli della rinascita la riscoperta dell'uomo nella sua naturalità aprirà la porta al riconoscimento delle potenzialità infantili.

De Mause scrive che purtroppo la concezione del bambino come essere innocente e incorruttibile è la più comune difesa adottata da coloro che li molestano, per negare che le loro violenze gli rechino danno (13).

Nel tratteggiare il clima familiare in questo periodo storico, Ariès ricorda che la mancanza di riserbo per le cose sessuali nei confronti dei bambini era totale; era frequente una certa “licenza di linguaggio…gesti audaci, contatti di cui è facile immaginare cosa direbbe un moderno psicoanalista, ma lo psicoanalista avrebbe torto…(14).

Per De Mause (15) il meccanismo centrale di tutta l'evoluzione storica è la psicogenesi, una forza spontanea presente in ogni relazione adulto-bambino che permette agli adulti di rivivere il proprio trauma infantile nei propri figli. Resta, in ogni caso, la sensazione di un bambino poco difeso, non riconosciuto nella sua individualità, negato nei suoi bisogni, oppure trasformato in oggetto passivo, vittima, ma anche protagonista di una violenza diffusa.

Nell' Ottocento, al bambino innocente e all'infanzia intesa come sinonimo di bontà dell'Emile di Rousseau (16), si contrappongono il bambino colpevole, secondo la dottrina cristiana, del peccato originale, e l'infanzia come luogo dell'imperfezione secondo Agostino (17). Le debolezze infantili erano sempre più la prova dell'esistenza del peccato originale e la convinzione che la natura del bambino fosse più incline al male che al bene, implicava la necessità di svolgere una continua azione di correzione, che si espletava anche attraverso modalità violente, dirette a sviluppare il carattere e la ragione. Tale convinzione favorì il consolidarsi di un sistema educativo incentrato sulla necessità di reprimere l’inclinazione dei bambini al male, che fu vincente sulle teorie di Rousseau, secondo le quali i bambini dovevano essere lasciati crescere liberi e indipendenti. Questa dicotomia si perpetuò anche nel Novecento, anzi fu proprio l'immagine cattiva a prendere il sopravvento, nonostante le fotografie, la pubblicità e tanta letteratura tendessero a favorire una immagine di innocenza dell'infanzia.

Per Cesare Lombroso (18) l'uomo nasce come criminale assoluto e l'educazione consiste sostanzialmente nel recupero del bambino in un tipo sociale, dimostrandogli che nuocere agli altri individui è deleterio per tutta la specie:

Il senso del bene e del male manca ai bambini nei primi mesi ed anche nel primo anno di vita: il bene e il male è ciò che è permesso o proibito dal papà e dalla mamma (19).

Sostanzialmente, la conclusione che Lombroso sembra trarre dunque, è che la tendenza generale dei fanciulli è criminosa e solo la buona educazione può spiegare la normale metamorfosi che avviene nella maggioranza dei casi. È l'immagine di un bambino cattivo da correggere e redimere, pertanto, a prevalere nella cultura del tempo e a informare di sé non solo le teorie pedagogiche, ma anche le teorie psicologiche e la stessa psicoanalisi.

Nel pensiero di Freud si rilevano movimenti non lineari, dissimmetria e anche contraddizioni, che testimoniano dell'intenso lavoro che fu alla base della costruzione di un coerente pensiero psicoanalitico. Il bambino freudiano assume una sua grandiosità quando alberga all'interno dell'adulto, quando si muove nelle pieghe del suo inconscio e se ne fa rappresentante, quando cioè, viene costruito come bambino psicoanalitico, mentre diventa un oggetto di scarsa rilevanza e considerazione, quando viene osservato nella sua realtà anagrafica e nella relazione con l'adulto.

Il bambino che affiora dalle annotazioni successive è un bambino sano e dotato di una risposta intelligente e curiosa, orientata alla realtà e alla relazione e aperta alla vita e alla novità, spesso costretto a sottrarsi al confronto con gli adulti a causa del loro non ascolto (20). Se nel primo Freud possiamo notare un intento preventivo ed educativo, quando esplicitamente rimprovera i genitori per le scarse attenzioni rivolte al rischio che i bambini corrono di subire abusi sessuali da parte degli adulti (21), nei Tre saggi sulla teoria sessuale del 1905 (22) il bambino viene definito come "perverso polimorfo", indicando nella perversione una specie di primo sviluppo della sessualità, e ancora in Un bambino viene picchiato del 1919 (23), ci viene detto che la fantasia perversa attrae il bambino e lo conquista nell'infanzia.

Meltzer, (24) aveva differenziato la sessualità polimorfa da quella perversa: mentre la seconda rimanda a un attacco alla simbolizzazione della coppia genitoriale, la sessualità polimorfa appartiene al regno della sessualità indifferenziata.

La psicoanalisi moderna attribuisce al bambino riconoscimento e conservazione dell'integrità e della sua capacità relazionale. Tra il bambino angelico e il bambino perverso, trova una sua collocazione  il bambino relazionale. Green (25) parla di rèverie del legame che intercorre fra i genitori e fra il bambino e il padre, una rèverie del ricongiungimento triangolare, di cui la madre è il luogo comune. Il bambino quindi, assume le caratteristiche di persona in via di sviluppo, e integrata all'unità materna tramite la capacità contenitiva della madre.

Foucault e Tournier adottano una visione giustificatrice della pedofilia, in particolare la "pedofilia dolce", sostenendo la liceità dei comportamenti pedofili, mentre Freud (26) aveva messo in guardia circa il peso che la seduzione ha nell'avviare il bambino a tutte le possibili prevaricazioni.

Su questa scia, le esperienze sessuali precoci subite vengono descritte da molti pedofili in termini positivi, come una fonte di gratificazione (27). Spesso i pedofili dichiarano, proiettivamente, attribuendo all’altro ciò che non vuole vedere in se stessi, di essere stati provocati e irretiti nelle maglie della seduzione messa in atto dal bambino.

L'intensità e il calore infantili vengono tradotti nel linguaggio della passionalità (28) ed in una società che nega il tempo dell'attesa, anche nelle relazioni pedofile non c'è tempo di attendere che il processo di maturazione fisica e psichica possa concludersi in modo naturale.

Il pedofilo è convinto della giustizia e della liceità delle sue inclinazioni, dei suoi desideri, dei suoi atteggiamenti, e si oppone ad una società, che gli impedisce di godere pienamente del bambino e impedisce al bambino di godere dell'amore dell'adulto (29). D’altro canto, la pedofilia soddisfa pienamente il mito dell'eterna giovinezza.

 

Riferimenti bibliografici:

1. E. Morin, La testa ben fatta. Riforma dell'insegnamento e riforma del pensiero, trad. it. Raffaello Cortina Editore, Milano, 2000.

2. R. Calasso R., Le nozze di Cadmo e Armonia, Adelphi, Milano, 1988, p. 96.

3. M. Foucault, L'uso dei piaceri. Storia della sessualità 2, trad. it. Feltrinelli, Milano, 1984.

4.  Plutarchus, Dell'educazione dei figliuoli, G.C. Sansoni, Firenze, 1916, p. 52.

5.  D. Dalla, Ubi Venus mutatur, Giuffrè Editore 1987, Oygkuesem Diritto penale Romano in Diritto Romano, di Arangio Ruiz, Guarino, Roma, 1980.

6.  I. Ormanni, A. Pacciolla, Pedofilia: una guida alla normativa ed alla consulenza, Due Sorgenti, Roma, 2000.

7. M. Maggi, M. Picozzi, Pedofilia, non chiamatelo amore, Guerini e Associati, Milano, 2003.

8. A. Lampignano, A proposito del rapporto tra maestro e allievo, Riv. it. Gruppoanal., 14, 3, 2000, p. 37-50.

9. E. Le Roy Ladurie, Storia di un paese: Montaillou. Un villaggio occitanico durante l'inquisizione, tra. it. Rizzoli, Milano 1977 p. 158.

10 P. Ariès, Padri e figli nell'Europa medievale e moderna, trad. it. Laterza, Roma-Bari, 1994.

11. E. Becchi, I bambini nella storia, Laterza, Roma-Bari, 1994.

12. Ibidem.

13. L. De Mause (a cura di), Storia dell'infanzia, trad. it. Emme, Milano 1983, p. 89.

14 P. Ariès, Padri e figli nell'Europa medievale e moderna, trad. it. Laterza, Roma-Bari, 1994 p. 116-117.

15. L. De Mause, op. cit., pp.103-133.

16. J.J. Rousseau, Emilio o dell'educazione, trad. it. Mondadori, Milano 1997.

17. E. Becchi, I bambini nella storia, Laterza, Roma-Bari, 1994.

18. C. Lombroso, Pazzo morale e delinquente nato, in Frigessi D. Giacanelli F., Mangoni L. (a cura di) 1996.

19. C. Lombroso, Pazzo morale e delinquente nato, in Frigessi D. Giacanelli F., Mangoni L. (a cura di) 1996, pp. 551-552.

20. F. Borgogno, Psicoanalisi come percorso, Bollati Boringhieri, Torino, 1999.

21. S. Freud, op. cit., 1896.

22. S. Freud, op. cit., 1905.

23. S. Freud, op. cit., 1919.

24. D. Meltzer, Stati sessuali della mente, trad. it. Armando, Roma, 1975.

25. A. Green, La rèverie e il mito etiologico, in A. Green, Psicoanalisi degli stati limite, trad. it. Raffaello Cortina Editore, Milano, 1991.

26. S. Freud, op. cit., 1905.

27. C. Schinaia, Pedofilia, Pedofilie. La psicoanalisi e il mondo del pedofilo, Bollati Boringhieri, Torino, 2001.

28. S. Ferenczi, Confusione delle lingue tra adulti e bambini, in Fondamenti di psicoanalisi, vol. 3, trad. it. Guaraldi, Rimini 1974.

29. C. Schinaia, Pedofilia, pedofilias, Rev. de Psicoanalisis, nùmero especial internacional, Violencia y perversidad, 2000, p. 7.

 

William Shakespeare

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Inserito il:26/04/2016 20:13:15
Ultimo aggiornamento:26/04/2016 20:40:48
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