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Aggiornato al 19/04/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Joe King aka "Vinciata" (1991-1996) - Young Mother - 1957 - Oil Painting

 

Veronica e il suo sorriso

di Anna Maria Pacilli

 

Veronica ha un sorriso triste. E’ la prima cosa che mi colpisce di lei.

E’ poco più di una bambina ma ha già un bimbo di nove mesi. Il papà è sparito. L’aveva conosciuto poco, è vero, per farci un figlio, ma ora il figlio c’è. Come c’è, ancora ben presente davanti ai suoi occhi, il suo recente passato. Di strada, dove lui la mandava per guadagnare da vivere per entrambi. Dove lei ha conosciuto il dolore e la sofferenza. Dove lei era come se si osservasse dall’esterno fare delle cose impensabili per la sua giovane età.

Veronica è sempre stata “dipendente” dalle persone come dalle cose. Non esprime mai il suo parere perché teme di contraddire l’interlocutore. Non si separa mai da nessun oggetto,anche quando usato e liso, perché teme di non poterlo sostituire. Non ha mai avuto una famiglia. La sua l’ha abbandonata in tenera età. Questo l’ha portata ad aggrapparsi a chiunque mostrasse di interessarsi a lei o di volerle un po’ di bene.

“Disturbo dipendente di personalità” è la diagnosi che le hanno fatto sin da ragazzina. Questo disturbo si caratterizza per la necessità continua di sviluppare e mantenere nuovi rapporti sociali e per la necessità di rendersi indispensabili alle persone per evitare un possibile abbandono. Anche un minimo segno di allontanamento può essere percepito come tale e quindi la persona si adopera per diventare indispensabile per l’altro nella speranza di scongiurare tale pericolo, sperimentando una fase ossessiva di ricerca di certezze, sicurezze e conforto da parte di altre persone (normalmente familiari e/o amici in generale).

Non è facile individuare il comportamento con cui si manifesta questa condizione: si possono avere casi di comportamento remissivo/depressivo come ossessivo/aggressivo e in casi particolarmente complessi e intersecati con altri disturbi paralleli si possono verificare entrambi i comportamenti, che si succedono fra di loro in modo repentino. Queste persone, inoltre, non sono capaci di stare da sole e, nel caso ci si dovessero ritrovare, percepiscono la loro esistenza e loro stessi come inutili e vuoti e tutto per loro perde di interesse, scatenando uno stato depressivo.

Chi soffre di questo disturbo ha una percezione tipica di sé, che si caratterizza per una bassa autostima. Chi ne è affetto si sente inadeguato rispetto agli altri, come se avesse sempre qualcosa in meno che lo porta a sentirsi inferiore e a percepirsi sbagliato. La loro perenne bassa autostima si ripercuote sul modo di relazionarsi con le persone e sul ruolo che gli altri rivestono nella loro vita. Un’abilità (che è anche però, spesso, la loro condanna) che questi soggetti hanno di solito ben sviluppata è la capacità di comprendere in anticipo i bisogni della persona a loro cara, così da anticiparla sul tempo. Così, però, senza un partner la loro esistenza diventa vuota e inutile; stati d’animo come il vuoto, sensazione di inutilità depressione e tristezza prendono il sopravvento.

La volontà altrui viene sempre prima della propria. Sono quindi le relazioni che guidano le loro scelte ed anche nel caso in cui le aspettative degli altri non siano in sintonia con le loro avvertono il bisogno di adattarsi. Questo provoca però, ovviamente, a livello emotivo un senso di frustrazione, rabbia e costrizione che li portano a credere che la relazione sia instabile e qualsiasi difficoltà in campo sentimentale viene interpretato come segno precursore di abbandono. La loro priorità è sempre quella di soddisfare i desideri del partner, ricreando uno stato transeunte di tranquillità in essi.

Diventa quindi estrema la difficoltà nel mostrare che non si è d’accordo con le idee degli altri per paura di perderne l’approvazione.
Scarsa è la capacità di decidere per se stessi senza essere rassicurati dagli altri.
Difficile perseguire i propri scopi se questi non sono appoggiati da qualcuno.
Pressante la sensazione di disagio, vuoto e depressione quando si è soli e timore eccessivo di non saper provvedere a se stessi.
Estremo, ancora, il bisogno di una relazione di compensazione al termine di una relazione importante.

Ora, il mio “padre” della psichiatria, il Prof. Filippo Maria Ferro mi ha insegnato che la diagnosi va fatta in itinere e non certo da un unico incontro. Io non so e non mi interessa sapere al momento se Veronica ha questo disturbo di personalità. Mi viene più facile da chiedermi quanto sarebbe stato possibile non diventare “dipendente” al suo posto, in una situazione di fragilità estrema. Si aggrappa dove può. Ed io la vedo così, tenera…aggrappata alla tenue speranza che le lascino fare la mamma. E, pur nell’imparzialità del mio ruolo, mi sento dalla sua parte.

Pubblicato anche su www.annamariapacilli.it

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Inserito il:26/09/2016 20:31:34
Ultimo aggiornamento:26/09/2016 20:42:47
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