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Aggiornato al 17/06/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Michael Nixon (Digital artist) - Jack the Ripper

 

La Psicologia e la Psicopatologia criminale (Parte terza)

Schizofrenia e violenza

“La schizofrenia non si può comprendere se non si comprende la disperazione.” (R.D. LAING)

Manifestazioni cliniche della patologia

La sintomatologia della schizofrenia è piuttosto ampia, anche il concetto stesso di schizofrenia è molto complesso e contradditorio. La ricerca psichiatrica recente ha racchiuso i sintomi caratteristici della malattia in tre grossi gruppi.

1) Distorsione della realtà e disorganizzazione del pensiero (Sintomi attivi o positivi): vengono definiti sintomi attivi poiché derivano da un’esagerazione o distorsione di una funzione normale; comprende allucinazioni, deliri disturbi formali del pensiero e il comportamento bizzarro. Ora li vedremo nei particolari.

  • Allucinazioni: possono essere uditive, di voci commentanti, di voci conversanti, somatiche, tattili, visive e olfattive.
  • Deliri: possono avere contenuto persecutorio, di gelosia, di grandiosità, religioso, somatico, di riferimento, di controllo, di lettura del pensiero, di diffusione del pensiero, di inserzione del pensiero, di furto del pensiero.
  • Disturbo formale positivo del pensiero: consiste in un eloquio spesso fluente ma in cui le associazioni tra le idee possono apparire inusuali o incomprensibili sul piano logico, il discorso può risultare sconnesso con strane associazioni semantiche o fonetiche e accompagnato da un atteggiamento distratto. Vengono descritti tra questi disturbi il deragliamento e la perdita delle associazioni, la tangenzialità, l’incoerenza e la c.d. insalata di parole, l’illogicità, la circostanzialità, il linguaggio pressante o distrai bile, la risonanza.
  • Comportamento bizzarro: può essere associato al modo inusuale di vestire e all’aspetto esteriore, può esprimersi in condotte sociali e sessuali inappropriate, può presentare manifestazioni aggressive e di agitazione psicomotoria imprevedibile e stereotipato.

2) Impoverimento affettivo (sintomi negativi): è rappresentato dall’impoverimento di alcune funzioni, che per alcuni autori rappresentano i sintomi nucleari, cioè fondamentali della schizofrenia.

  • Appiattimento affettivo: evidenziabile nella riduzione dell’espressività mimica, nella diminuzione dei movimenti spontanei e la povertà dei gesti espressivi, nella riduzione del contatto oculare, nella non-responsività emotiva e nell’affettività inappropriata.
  • Alogia: comprende povertà di contenuto, vuotezza del discorso, povertà di linguaggio, povertà di contenuto e di informazione del linguaggio, blocco con interruzione totale o intoppo con interruzione episodica del discorso, aumento della latenza di risposta.
  • Abulia – apatia: si esprime con la ridotta attenzione alla cura e all’igiene personale, incostanza sul lavoro e nella scuola, in inerzia fisica.
  • Anedonia – asocialità: rappresentate dalle difficoltà nel provare piacere con perdita degli interessi e delle attività ricreative, perdita di interesse e di attività sessuale, incapacità a sentire intimità e vicinanza, riduzione della relazione con amici e coetanei (isolamento sociale).

3) Deficit neuropsicologici: rappresentati da:

  • Deficit della memoria di lavoro o operativa.
  • Deficit del mantenimento dell’attenzione.
  • Deficit delle funzioni esecutive (programmazione, pianificazione delle strategie, ragionamento e sensibilità cognitiva.)[1]

I criteri diagnostici della malattia sono:

  1. Sintomi caratteristici: due o più sintomi seguenti, ciascuno presente per un periodo di tempo significativo, durante un periodo di un mese (o meno se trattati con successo): deliri, allucinazioni, eloquio disorganizzato, comportamento grossolanamente disorganizzato o catatonico, sintomi negativi cioè appiattimento dell’affettività, alogia, abulia.
  2. Disfunzione sociale e/o lavorativa: per un periodo di tempo significativo dall’esordio del disturbo in una o più delle aree principali di funzionamento e confrontata con i livelli raggiunti in precedenza o quelli prevedibili per l’età del paziente.
  3. Durata: segni continuativi del disturbo persistono per almeno sei mesi; questo criterio deve includere almeno un mese di sintomi che soddisfano il criterio A.
  4. Esclusione del disturbo schizoaffettivo e dell’umore: il criterio di esclusione riguarda l’assenza di concomitanza di un episodio depressivo maggiore, maniacale o misto durante la fase attiva oppure una manifestazione concomitante ma breve relativamente alla durata complessiva del periodo attivo e residuo.
  5. Esclusione di assunzione di sostanze o di condizioni mediche generali che possono generare disturbi psicotici.
  6. Relazione con un disturbo pervasivo dello sviluppo: se c’è una diagnosi di disturbo autistico o di un altro disturbo pervasivo dello sviluppo, la diagnosi addizionale di schizofrenia se sono pure presenti deliri o allucinazioni rilevanti per almeno un mese.

Nel DSM IV TR ( l’edizione precedente all’attuale), sono state classificate diverse tipologie di schizofrenia, a seconda della sintomatologia predominante.

  • Tipo paranoide
  • Tipo disorganizzato
  • Tipo catatonico
  • Tipo indifferenziato
  • Tipo residuo

Il tipo paranoide, il più frequente, è caratterizzato dalla presenza di uno o più deliri e/o allucinazioni a contenuto persecutorio (spesso il soggetto affetto da schizofrenia paranoide è convinto che siano i vicini di casa a perseguitarlo), non è rilevante la presenza di altri sintomi come eloquio disorganizzato, comportamento disorganizzato o catatonico, affettività appiattita o inadeguata.

Il sintomo principale della schizofrenia paranoide è un atteggiamento di sospetto e di risentimento costante da parte del malato. ossessionato dalla paura di avere nemici che congiurano per distruggerlo. Le persone affette da schizofrenia paranoide sono più soggette a dare vita ad episodi di natura violenta, proprio per le caratteristiche della sintomatologia della malattia.

La dinamica omicidiaria dello schizofrenico

Lo schizofrenico può compiere un omicidio con grande diversità di motivazioni, che vanno da quelle più comprensibili fino a quelle più oscure e difficili da comprendere. Comprendere profondamente l’omicidio di uno schizofrenico non è certamente facile.

Nell’ambito del lungo processo che porta lo schizofrenico all’omicidio, sono stati isolati alcuni punti di repere (punti di legame tra gli elementi che compongono una determinata azione, nell’anatomia umana i punti di repere sono linee che permettono di trovare correttamente la posizione degli organi interni), legati sia alle dinamiche della psicologia dell’uomo considerato sano di mente, sia legate alla patologia specifica dello schizofrenico.

Queste tappe, punti di repere, permettono di tracciare una sorta di cammino che lo schizofrenico segue fino ad arrivare all’atto omicidiario. Non sono tappe obbligatorie, infatti lo schizofrenico non le segue una per una ma può anche saltarne alcune, ma si tratta comunque di una serie di tappe che sono utili per tracciare la lunga traiettoria che trasforma lo schizofrenico non violento in uno schizofrenico violento e omicidiario. Più vengono seguite le tappe del percorso omicidiario più le dinamiche dell’omicidio assumono le caratteristiche della patologia schizofrenica, meno vengono seguite, più le dinamiche dell’omicidio assumono le caratteristiche dell’agire di un omicida sano di mente.

Le quattro fasi principali attraverso cui uno schizofrenico omicida possono essere così distinte:

1.     nascita della situazione di pericolo

2.     ricerca delle cause

3.     ricerca delle soluzioni

4.     omicidio come tentativo inadeguato di risolvere la situazione di pericolo.

 

NASCITA DELLA SITUAZIONE DI PERICOLO

In questa tappa lo schizofrenico accumula frustrazioni, insuccessi, disagi soprattutto sul piano sociale. Va sottolineato che tutte queste frustrazioni sono reali e non frutto dell’”immaginazione” dello schizofrenico e possono essere alla base di una dinamica di un comportamento violento anche per una serie di individui che non sono affetti da schizofrenia. Ai fallimenti sociali vanno aggiunti, nel caso dello schizofrenico, anche tutti i disagi e le sofferenze legati alla malattia che rendono più difficili i suoi rapporti interpersonali.

Tra queste situazioni che sono vissute dallo schizofrenico possiamo ricordare la “famiglia schizofrenogena” e criminogena, la perdita brusca dell’attività lavorativa o della persona amata, la coscienza più o meno parziale della perdita delle funzioni causata dalla malattia stessa.

Il problema della famiglia schizofrenogena, in particolare delle famiglie di schizofrenici che hanno compiuto un omicidio, è piuttosto complesso e articolato poiché non è possibile definire delle caratteristiche comuni per descriverle, ma si può mettere in evidenza l’alta percentuale di malati mentali e l’alta emotività espressa presenti nelle famiglie dei futuri schizofrenici omicidiari.

Anche per le famiglie criminogene è possibile sottolineare la presenza di numerosi comportamenti delinquenziali e violenti tra familiari, spesso accompagnati da una valorizzazione di sottoculture che eleggono il comportamento violento come mezzo principale per gestire i rapporti interpersonali. Questo dato di fatto sottolinea come il giovane schizofrenico sia stato in contatto e abbia potuto apprendere una socializzazione per imitazione e per identificazione basata su un comportamento antigiuridico e violento, impostato e valorizzato per risolvere i problemi interpersonali.

In una grande percentuale di casi (40%), nella famiglia dello schizofrenico sono state messe in luce le seguenti caratteristiche: padre alcolista, sadico e violento, una madre con tendenze masochiste nel rapporto con il padre; una situazione economica precaria al punto da determinare conseguenze evidenti come, per esempio la povertà dell’abbigliamento, la scarsa alimentazione, l’inoccupazione del tempo libero ecc.; la provenienza da famiglie numerose e un clima di violenza fisica nella famiglia.

È da sottolineare che la gestione del comportamento violento in queste famiglie non è solo verbale ma anche fisica. Inoltre molti schizofrenici sono stati vittime di violenza nella loro infanzia, violenza incomprensibile a livello razionale per la vittima che la subiva. Il bambino, che è poi diventato lo schizofrenico omicida, non era in grado di capire la ragione, per esempio della rabbia con cui il padre lo picchiava. Quindi il soggetto è stato abituato fin da piccolo ad una violenza di cui non riusciva a comprendere l’origine, e quindi era incapace di predirla, di difendersi e di evitarla.

Va precisato che le caratteristiche della famiglia, sopra riportate non sono esclusivamente caratteristiche schizofreniche, ma di molti altri soggetti che hanno poi compiuto un omicidio.

La perdita del lavoro caratterizza la vita di molti schizofrenici che sono giunti a commettere un omicidio, i quali si sono ritrovati non solo a non svolgere un’attività professionale, ma anche a vivere in condizioni di grave stato di precarietà sociale accompagnato da un sentimento di incapacità e bassa stima dovuto alla consapevolezza non solo di non essere in grado di affermarsi ma anche di sopravvivere tra le altre persone.

Circa il 18% degli omicidi compiuti da schizofrenici sono avvenuti dopo brusche perdite di lavoro, unitamente ad altri fattori frustranti. La perdita delle gratificazioni legate al lavoro, come modalità di realizzare se stessi e come sentimento che accresce la sicurezza personali e sociale, è stata un’ulteriore causa di passaggio all’azione omicidiaria, soprattutto in considerazione del fatto che la perdita del lavoro avviene nell’età compresa tra i 25 e i 35 anni, periodo della vita in cui è forte il desiderio di sentirsi realizzati e di acquisire un’identificazione personale e sociale attraverso il lavoro. La percezione frustrante della mancanza di lavoro, la brusca perdita di un’attività sociale gratificante, il sentimento di incapacità di fare tutto quello che gli altri fanno non sono dinamiche esclusive dello schizofrenico ma si presentano anche in altre situazioni di omicidio o in cui viene arrecato danno fisico a persone.

Per quanto concerne il comportamento sessuale, circo il 90% degli schizofrenici era celibe al momento dell’omicidio. Tra questi circa la metà non aveva sperimentato un rapporto eterosessuale completo. Un terzo degli schizofrenici omicidi aveva manifestato omosessualità agita con una certa regolarità nel tempo. È da sottolineare, per comprendere i dati precedenti, che l’età media degli schizofrenici che hanno compiuto omicidio è di 27 anni.

Tra gli schizofrenici che invece erano sposati, la maggior parte ( più del 90%) ha scelto come vittima della violenza la propria moglie.

Gli schizofrenici che hanno ucciso la propria moglie hanno manifestato grande passionalità e odio nel perseguitare la propria vittima anche dopo anni che questa li aveva abbandonati.

Ricordiamo anche l’importanza che ha per uno schizofrenico omicida la presa di coscienza dei disagi e delle frustrazioni legate alla sua malattia mentale.

“Nessuno ha più paura di diventare folle di quanto ne abbia uno schizofrenico” in molti casi la coscienza delle limitazioni imposte dalla malattia non era completa, profonda e totale, ma si trattava di frammenti limitati di presa di coscienza, per esempio difetti di memoria, difficoltà a concentrarsi, di dubbi continui che generavano ansia e che si presentavano con diversi gradi di intensità nel corso del tempo.

Sono anche da mettere in luce gli effetti frustranti legati alle terapie psichiatriche da seguire.

Circa la metà degli schizofrenici che hanno compiuto un omicidio erano in cura presso i servizi psichiatrici prima dell’omicidio, per periodi più o meno lunghi (circa due mesi, due mesi e mezzo). Il 60% di questi pazienti ha potuto usufruire di periodi di libertà dalla struttura di cura, nel corso dei quali spesso erano incapaci di integrarsi socialmente con il mondo esterno. Con questo non si vuol dire che le cure e le terapie degli psichiatri fossero errate o inadeguate ma va posta una particolare attenzione nel somministrare le terapie soprattutto nelle fasi iniziali che sono le più delicate. Infatti, può esserci una sensibilizzazione del paziente che diventa consapevole della limitazione della propria malattia mentale, questa consapevolezza se non viene adeguatamente gestita può aggiungersi all’elenco, già lungo, delle frustrazioni vissute dal paziente e può farlo diventare ancora più ansioso e aggressivo.

Inoltre le continue entrate e uscite dai servizi psichiatrici generano nei pazienti una presa di coscienza della loro incapacità di vivere nel mondo delle persone normali, e di dover essere relegati nelle strutture psichiatriche che ne limitano la libertà, li etichettano, li emarginano, li stigmatizzano di fronte alle altre persone. Lo schizofrenico inizia ad avere quindi un vissuto spesso acuto e doloroso e a pensare di essere diverso dagli altri (lo stigma), rifiutato e impossibilitato a vivere una vita come gli altri: questi sono tutti fattori che possono aumentare il senso di frustrazione vissuto dal paziente e che possono portarlo a compiere gesti estremi.

Altre cause di frustrazione, che ci permettono di comprendere al meglio questa prima tappa, sono il ritardo e l’errore o l’imprecisione nella formulazione della diagnosi della malattia.  Circa il 70% degli schizofrenici che è arrivato a compiere un delitto aveva ricevuto una diagnosi corretta della malattia da parte degli psichiatri che lo hanno avuto in cura. Circa il 40%, tra i casi che sono stati analizzati, non ha avuto diagnosi corretta al primo esame, non sono quindi stati riconosciuti come schizofrenici. L’errore diagnostico più rappresentato è stato quello di una diagnosi di “debole di mente”, “depresso”, “psicopatico” e “paranoide”. Questi errori sono dovuti al fatto che gli psichiatri si sono concentrati e sono stati influenzati dai sintomi più evidenti e manifesti che caratterizzavano il quadro clinico. Per esempio, nell’errore concernente il ritardo mentale, è da segnalare che tutti gli schizofrenici oggetto di questo errore in realtà presentavano un QI inferiore alla norma. Egualmente, la diagnosi di depressione, invece che di schizofrenia, può trovare spiegazione nella presenza di una grave depressione e della presenza di un tentativo di suicidio. Non è trascurabile che spesso viene valutata come “depressione” dell’umore la sintomatologia negativa della schizofrenia, peraltro spesso confondibile, ad una prima indagine del paziente. Gli errori di diagnosi in schizofrenia sono stati di molto ridotti per quanto riguarda la schizofrenia paranoide: circa l’80% è stato diagnosticato correttamente e in circa il 75% la diagnosi è stata corretta nei soggetti schizofrenici con QI nella media o superiore ad essa. Come si può notare depressione e insufficienza mentale possono rendere difficoltosa la diagnosi di schizofrenia, poiché questi due sintomi possono occultare la malattia, mentre per quanto riguarda gli aspetti paranoidi dichiarati e l’intelligenza nella norma del soggetto che si ha in cura facilitano la diagnosi di schizofrenia paranoide.

E’ possibile affermare che nel 10% dei casi di violenza lo schizofrenico si trovava effettivamente in una situazione di pericolo. Si può quindi dire che, in una percentuale che non può essere trascurata, anche la vittima della violenza ha delle colpe (anche in senso giuridico) e che ha partecipato in qualche misura in senso psicologico, psichiatrico e criminologico allo slatentizzarsi dell’agito omicidiario dello schizofrenico.

 

RICERCA DELLE CAUSE

Quando lo schizofrenico è profondamente frustrato e si percepisce in una situazione di disagio, concentra la sua attenzione sul mondo esterno che considera l’unica vera fonte di pericolo per se stesso, non solo dal punto di vista fisico ma anche morale e psichico. Lo schizofrenico, nella ricerca delle cause di questa sua frustrazione, passa attraverso due tappe: la pluralizzazione delle cause di pericolo e la concretizzazione delle cause di pericolo.

·      Pluralizzazione delle cause di pericolo

In questa parte della “tappa” tutto e tutti diventano fonte di pericolo per la libertà dello schizofrenico. Per capire la situazione che si trova a vivere lo schizofrenico è necessario considerare il grande “travaglio” psichico che egli vive, che può andare dalle alterazioni del sentimento ai veri e propri deliri. L’allargamento del campo semantico, il sentimento di estraneità, la depersonalizzazione e la derealizzazione e gli stati d’animo deliranti possono dar vita a deliri particolarmente specifici e strutturati.

In relazione all’omicidio compiuto dallo schizofrenico, sono individuabili tre stati d’animo legati rispettivamente a: la Wahnstimmung, al mutamento pauroso e alla causalità psicologica mutata.

La Wahnstimmung è uno stato d’animo o un’atmosfera delirante tipica dell’esordio della schizofrenia e sulla quale si strutturano i sintomi classici della psicosi. È ricondotta a modificazioni della coscienza dell’Io e del sentimento di giudizio della realtà e presenta forte e ambigua tonalità affettiva con turbamento, senso di trasformazione del mondo, perplessità e minaccia incombente. Il soggetto avverte il dissolversi dei punti di riferimento che lo legano al mondo, che diventa indefinito, imprecisato e mutevole, gettandolo in uno stato di perplessità. È la distruzione della propria esistenza che viene esperita come sensazione della distruzione della vita e del mondo. La W. si configura come un pre – stadio della percezione e dell’intuizione delirante che emergerebbero presto come uno sforzo di dare un senso all’atmosfera.[2]  Nella Wahnstimmung lo schizofrenico inizia a percepire il mondo come strano, irreale e come fonte di ansia e perplessità. Lo schizofrenico riesce sempre meno a comprendere il significato di quanto si svolge attorno alla propria persona. Nel mutamento pauroso, che può verificarsi in una fase successiva alla Wahnstimmung, si verifica una presa di coscienza non solamente di un cambiamento attorno alla propria persona, ma di qualcosa che assume il carattere preciso di malevolo, minacciose e pericoloso nei propri confronti. Non solo tutto e tutti stanno cambiando ma tutto e tutti diventano una minaccia e una possibile fonte di pericolo per la propria esistenza psichica e fisica. In questa fase lo schizofrenico diventa più ansioso, irritabile, agitato anche sul piano comportamentale e può manifestare passaggi all’azione non controllati. Inoltre lo schizofrenico può altresì vivere sentimenti di catastrofe imminente. La Wahnstimmung e il mutamento pauroso non sono strettamente legati all’esecuzione del delitto. Si tratta di fattori che insieme ad altre numerose variabili possono essere suscettibili di stimolare e facilitare un atto omicidiario in soggetti predisposti all’uso della violenza come modalità di risoluzione dei conflitti interpersonali.

Infine per quanto riguarda la causalità psicologica proiettata è possibile fare un confronto, con la dovuta cautela, tra l’atteggiamento dello schizofrenico verso il mondo esterno, percepito come ostile e minacciante e l’atteggiamento di qualche popolo primitivo nei confronti della natura. L’uomo moderno cerca di interpretare ciò che avviene in natura in modo scientifico e logico. Per i popoli primitivi invece il mondo era popolato da forze occulte ed invisibili che governavano tutto ciò che avveniva in natura. Queste forze rappresentavano una sorta di polarizzazione del pensiero per queste popolazioni, che prima di affrontare un evento importante cercavano di renderle benevole e ininfluenti. Perché è stato fatto questo paragone, perché queste interpretazioni dei popoli primitivi possono ricordare per certi aspetti le percezioni che hanno gli schizofrenici prima di compiere un delitto (il tutto va preso con molta cautela e con le dovute critiche). Vi è spesso nello schizofrenico, prima di uccidere qualcuno, la percezione che vi siano forze o entità malefiche legate ad una persona. Questa modalità di interpretazione dei fatti non è una deduzione logica ma psicologica, nella quale sembra quasi che ogni antecedente necessario di ogni fatto sia legato all’atto di volontà di qualche persona. Atti di volontà che spesso sono malevoli e aggressivi. Si tratta, di un approccio alla realtà attraverso la “causalità psicologica proiettata”, tipica dei soggetti paranoidi, che tendono ad interpretare ogni avvenimento della vita come l’espressione di un’intenzionalità psicologica che si può manifestare a livello clinico con strutture deliranti a contenuto persecutorio. Questo non vuol stabilire puramente un’analogia acritica tra pensiero schizofrenico e pensiero delle popolazioni primitive, ma solo sottolineare una modalità di approccio alla causalità che può essere usata dallo schizofrenico. Tra gli schizofrenici che hanno compiuto un delitto il 60% di essi presentava un delirio mentre il 40% circa non presentava alcun delirio specifico e strutturato. Tra questi sono numerosi i casi di Wahnstimmung, di mutamento pauroso e di causalità psicologica proiettata. Molti schizofrenici prima di compiere il delitto si percepivano in una situazione di pericolo, anche se non riuscivano a capire esattamente quale fosse questa situazione di pericolo, e quale fosse il loro nemico.

·      Concretizzazione delle cause di pericolo

A una primitiva concezione di un mondo percepito come ostile,minaccioso e pericoloso, poco alla volta, nello schizofrenico si fa strada la convinzione che solamente qualcosa o qualcuno sia la causa della sua situazione di pericolo fisico e psichico. Questo processo parte dalla pluralizzazione delle cause, in cui tutto e tutti sono fonte di pericolo, fino ad arrivare alla convinzione che solo qualcuno o qualcosa è fonte di pericolo. Questo passaggio prende il nome di concretizzazione delle cause. Lo schizofrenico è ancora capace di una contestualizzazione astratta , ma con l’aumentare dell’ansia compie il passaggio dall’astratto al concreto: prima è tutto il mondo che lo minaccia, poi diventa loro mi minacciano ed infine arriva al lui mi minaccia.

La concretizzazione, cioè il passaggio dall’astratto al concreto, non è un processo tipico dello schizofrenico e non è legata a tutti i casi avvenuti di omicidio. Il processo di concretizzazione ad esempio è presente nell’attività onirica, nelle attività di artisti e poeti.

A causa del contenuto prettamente persecutorio, gli schizofrenici affetti da delirio si percepiscono minacciati nella loro integrità fisica e psichica. Va sottolineato che gli schizofrenici quando uccidono non sempre lo fanno sotto l’effetto di un delirio a contenuto specifico, ma possono arrivare ad uccidere anche per stati d’animo deliranti, mutamenti paurosi, o per motivi legati a dinamiche che non sono legate a patologie specifiche, come la gelosia o la vendetta. Gli schizofrenici spesso presentano una pluralizzazione delle cause che si trasforma in una loro concretizzazione, cioè viene identificato un singolo soggetto come fonte di pericolo e che diventa l’oggetto da distruggere e eliminare anche fisicamente.

La pluralizzazione e la concretizzazione delle cause per lo schizofrenico rappresentano due meccanismi, con una logica improntata alla psicopatologia, attraverso cui cercare di identificare la fonte di tutte le sue frustrazioni sociali e del suo malessere esistenziale. Alla fine di questa fase, lo schizofrenico, crede di aver trovato le ragioni del proprio malessere e delle proprie frustrazioni e di sapere che cosa o chi ha dato origine a tutta questa sofferenza. Nella tappa successiva, sempre attraverso una logica psicopatologica, cercherà di eliminare la fonte del pericolo da lui trovata e che ora va distrutta.

 

RICERCA DELLE SOLUZIONI

In questa tappa di avvicinamento all’omicidio lo schizofrenico cerca di risolvere la percepita situazione di pericolo esistenziale, psichico e fisico. Le modalità di risoluzione di questa situazione di disagio sono più o meno adeguate alla realtà. Le soluzioni sono divise in tre categorie: allontanamento dalla situazione di pericolo, impatto con la situazione di pericolo e annullamento della situazione di pericolo.

·      Allontanamento dalla situazione di pericolo

In questo caso, lo schizofrenico, individuata una causa di pericolo per la propria esistenza cerca di allontanarsi. In tal senso devono essere incluse fughe, viaggi e tentativi di suicidio che possono precedere l’omicidio. Un quarto degli schizofrenici poco prima dell’omicidio ha tentato una fuga. La tendenza degli schizofrenici al suicidio è molto elevata e nello specifico quasi il 50% degli schizofrenici che ha compiuto un delitto ha cercato in qualche modo di uccidersi prima o dopo  di compiere il fatto. Il 21% prima e il 20% dopo l’aver compiuto il fatto, mentre il 10% ha messo in atto il tentativo di suicidio sia prima che dopo l’omicidio. È un rilievo clinico importante sapere che un suicidio può essere la tappa che precede un omicidio. Va ricordato che questo passaggio dall’auto all’eteroaggressività non è tipico esclusivamente degli schizofrenici, questo viraggio anche rapido tra i due tipi di aggressività è stato descritto in molte dinamiche omicidiarie di persone dichiarate “sane di mente”. Un esempio può essere quello dei delitti passionali in cui prima l’individuo tenta il suicidio e poi passa all’omicidio della persona amata oppure viceversa.

·      Impatto con la situazione di pericolo

Quando lo schizofrenico sceglie l’impatto con la situazione di pericolo, per risolverla può chiedere aiuto a qualche ente o a qualche persona, in generale questa richiesta di aiuto viene posta ai servizi psichiatrici, alla polizia e più raramente a singoli individui. Circa un quarto degli schizofrenici che commette un omicidio prima di commettere il delitto aveva richiesto di essere preso in carico dai servizi psichiatrici. Soggettivamente questo bisogno di essere presi in carico, di essere accuditi e protetti era verbalizzato come tentativo di porre rimedio ad una situazione ansiogena, alla paura di compiere atti inconsulti o al timore di fare del male a qualcuno. La mancanza di posti disponibili o l’errata valutazione clinica della gravità della malattia, hanno impedito la rapida e utile presa in carico del soggetto. Nel 5% dei casi, gli schizofrenici che commettono un omicidio, prima di mettere in atto la violenza si rivolgono a polizia, alla giustizia o ad avvocati, spesso attraverso l’invio di lettere nelle quali riferiscono nei dettagli le loro sensazioni di essere perseguitati, e di avere necessità di protezione. Nella maggior parte dei casi, le richieste non vengono prese in considerazione perché queste lettere spesso contengono, a livello manifesto, i segni della malattia mentale e riportano fatti inutili o fantasiosi. Inoltre le domande sono poste con un linguaggio oscuro e misterioso difficile da decifrare per persone che non sono sensibili a questo linguaggio simbolico.

Lo schizofrenico può attaccare la situazione di pericolo attraverso minacce rivolete a chi ritiene sia la causa del pericolo da lui percepito. Circa il 70% degli schizofrenici che compie un omicidio lo preannuncia con differenti modalità. Un terzo degli schizofrenici ha formulato minacce chiare ed esplicite nei confronti di una persona specifica: “Ti uccido”, in altri casi invece è solo segnalata in maniera vaga l’intenzione di uccidere: “ Dovrò usare la violenza per farmi ascoltare”. Il significato delle minacce è complesso, infatti non posso sempre essere considerate il primo passo verso l’omicidio. A seconda del soggetto che le attua possono assumere un significato differente, da una parte possono rappresentare una domanda di aiuto alterata, dall’altra un tentativo di rinforzo della propria volontà di uccidere. Questi sono i due estremi delle interpretazioni di una minaccia, tra di essi possono esserci altre interpretazioni delle minacce. È importante non sottovalutare il significato delle minacce o di preghiere e maledizioni, nel caso degli schizofrenici, perché esse possono rappresentare un tentativo di dominio del mondo esterno. Lo schizofrenico infatti può nutrire l’illusione che sia sufficiente esprimere un desiderio, tramite una particolare verbalizzazione o un determinato rituale, per ottenere un cambiamento della realtà. L’impiego delle minacce negli schizofrenici che hanno commesso un omicidio è stato soprattutto un tentativo di neutralizzare le presunte cause di pericolo.

·      Annullamento della situazione di pericolo

Lo schizofrenico, oltre alle due modalità precedenti, per far fronte alla situazione di pericolo da lui percepita, può utilizzare, basandosi sulla propria psicopatologia, l’annullamento della situazione di pericolo secondo modalità ideative psicotiche.

Lo schizofrenico può servirsi di contenuti deliranti per annullare la situazione di pericolo. Cosi esistono deliri di invulnerabilità che possono mettere nella condizione di non risentire il pericolo lo schizofrenico. Va inserito qui anche il delirio di aver già ucciso la propria vittima, lo schizofrenico vive un contenuto delirante in cui ha già eliminato la fonte di pericolo; il delirio può rappresentare “l’ultimo folle tentativo di supremazia su una realtà che diventa estremamente ansiogena per lo stesso soggetto”[3]

Per concludere, la terza tappa , e cioè il tentativo di far fronte alla situazione di pericolo contiene elementi utili fondamentali del passaggio all’atto che sono utili per un valido intervento psichiatrico. Prima di uccidere la maggior parte degli schizofrenici cerca di risolvere la propria situazione esistenziale con mezzi diversi dall’uccisione e distruzione fisica di una persona. Se tutto questo non viene prevenuto e le tappe proseguono si arriverà allora al compimento del delitto.

 

OMICIDIO COME ATTO INADEGUATO DI RISOLVERE LA SITUAZIONE DI PERICOLO

È stato osservato clinicamente che nello schizofrenico la decisione di uccidere non giunge come “un fulmine a ciel sereno” ma attraverso progressive tappe e passaggi psicologici che possono essere alla base dell’atto omicidi ario, sia nelle persone considerate sane di mente che in quelle affette da schizofrenia. In questa quarta tappa verranno descritti i meccanismi più ricchi di psicopatologia che possono essere alla base dell’omicidio nello schizofrenico e che danno un significato di inutilità (logica) all’atto che viene compiuto.

·      Omicidio per eliminazione dell’aggressore immaginario

Questo genere di delitto è, generalmente, lungamente meditato e annunciato direttamente alla vittima in modo chiaro e inequivocabile. La vittima fa parte, in genere, del microcosmo sociale che ruota attorno al malato. Quest’ultimo dopo aver tentato numerosi modi per risolvere la situazione di pericolo ( richiesta di aiuto, tentativo di suicidio, fughe ecc.) decide di passare all’azione, cercando di distruggere, uccidendola, la vittima, che per via della sua psicopatologia, ritiene, a prescindere dalla realtà, essere la causa di tutti i suoi disagi e timori per la sua integrità fisica e psichica.

·      Omicidio per eliminazione dell’aggressore reale

In questo caso la vittima è stata realmente un aggressore nei confronti del paziente. È comprensibile la reazione dello schizofrenico che ad esempio ha ucciso un padre violento che minacciava lui e gli altri membri della famiglia. Spesso la visione della vittima viene modificata, diventa un elemento di pura cattiveria, che deve essere assolutamente eliminato per salvaguardare l’integrità del paziente e dei suoi familiari.

·      Omicidio per eliminazione degli aggrediti

Lo schizofrenico, che si ritiene perseguitato da più persone, dopo aver fallito i tentativi di difendersi, nei tentativi di fuga, e nell’attaccare le situazioni di pericolo non è in grado di considerare altra soluzione che il suicidio.

Non prova però la sensazione di essere in pericolo solo lui stesso, ma lo estende anche alle persone che ama. In questo caso lo schizofrenico prima di uccidersi uccide tutte le persone che ama (moglie e figli, genitori, ecc…) e che secondo lui sono in pericolo di vita. Si tratta di una forma di “suicidio allargato” con l’apparenza di un’aggressione altruistica, per non lasciare le persone che ama in un mondo crudele, vittime di un persecutore preciso o di più persecutori non precisamente identificati. Questo tipo di omicidio assomiglia all’”omicidio allargato” del depresso, è una similitudine piuttosto forte anche perché spesso gli schizofrenici che arrivano a compiere questo gesto sono affetti da una forma di patologia in cui è innegabile la presenza di gravi componenti depressive.

·      Omicidio per atto dissuasivo

Questo tipo di omicidio ha l’obiettivo, nella percezione dello schizofrenico, di intimidire i persecutori tramite una dimostrazione di grande potenza, quella di distruggere una vita. In questa dinamica lo schizofrenico non ha scoperto l’identità dei suoi persecutori perché non ha concretizzato la situazione di pericolo, tuttavia uccide uno sconosciuto ben sapendo che quest’ultimo è innocente. Compie ugualmente il delitto per dimostrare quanto è potente, terribile e crudele. In questo modo, nella sua percezione, i suoi nemici vedendo la distruttività di quello che ha fatto, lo lasceranno “vivere in pace”. Questo omicidio può essere considerato come una sorta di “politica di intimidazione” seppur patologica, che riguarda dei persecutori che sono sconosciuti. Con un atto di estrema gravità lo schizofrenico mette in guardia tutti quelli che potrebbero perseguitarlo e che lui ritiene causa delle sue frustrazioni.

·      Omicidio per sacrificio propiziatorio

In questo genere di omicidio lo schizofrenico riferisce di aver sentito delle voci o di aver avuto delle visioni che gli ordinavano di uccidere qualcuno per salvare altre persone. Inizialmente utilizza un linguaggio simbolico, in seguito questo linguaggio viene abbandonato e il malato si esprime in maniera più chiara: non si trattava di dover salvare più persone o l’umanità intera, ma la propria vita. L’omicidio, per sacrificio, può essere considerato a livello simbolico come un’offerta per ottenere una grazia, cioè un cambiamento nella sua vita frustrata, minacciata e piena di pericoli. Se come abbiamo visto in precedenza l’atto dissuasivo può essere considerato come una politica intimidatoria nei confronti di sconosciuti, così il “sacrificio” propiziatorio può essere visto, in alcuni casi come frutto di una politica propiziatoria sempre rivolta a sconosciuti.

·      Omicidio per spostamento simbolico

Nel caso dell’omicidio per spostamento simbolico, l’intenzione omicidiaria nei confronti di una vittima può essere trasferita rapidamente su un’altra vittima. La dinamica del pensiero dello schizofrenico è caratterizzata da meccanismi associativi che non sono ancora stati chiariti del tutto dalla clinica. Queste associazioni rapide, a volte definibili come “orgia di associazioni”, permettono allo schizofrenico la sostituzione di un persecutore con una persona che possa a lui assomigliare. Talvolta è sufficiente una barba, un vestito per far si che ci sia questo spostamento, perché lo schizofrenico confonde gli attributi con l’identità. Generalmente questi omicidi sono preceduti da periodi di agitazione psichica e da stati di ansia che possono durare anche per parecchi giorni.

·      Omicidio per concretizzare dell’aggressività da frustrazioni croniche

In questo caso il delitto è preceduto da un periodo di preparazione nel quale lo schizofrenico si mostra particolarmente ansioso, agitato dal punto di vista psichico e motorio e presenta uno stato d’animo delirante, vago, verbalizzando contenuti aggressivi soprattutto nei confronti del contesto sociale in cui vive. Questo periodo può essere seguito, apparentemente senza legame, dalla scarica di tali tensioni emotive in un atto omicidiario che pare arrivare all’improvviso e di cui, immediatamente dopo, lo schizofrenico non sa dare spiegazione razionale. Questo genere di omicidio è solitamente messo in atto con una tecnica di esecuzione brutale, attraverso un’aggressione reattiva di dominanza, di rivalità sessuale su base irritabile, di controllo sadico e di difesa territoriale ecc. Secondo le interpretazioni che valorizzano l’aspetto psicosociologico dell’omicidio si tratta di uno scarico improvviso di frustrazioni lentamente accumulate che,come una bomba, può esplodere improvvisamente. La vittima assume il ruolo di capro espiatorio sul quale lo schizofrenico sfoga le sue frustrazioni.

·      Omicidio per condensazione di un’altra vittima

Gli schizofrenici omicidi possono arrivare ad uccidere più vittime, nel corso di uno stesso atto criminale. In questi casi le vittime possono essere uccise per motivi differenti. La frequenza con cui gli assassini schizofrenici uccidono più vittime e superiore alla media di quella degli assassini cosiddetti sani di mente, che in genere si limitano ad uccidere una sola vittima. Le motivazioni per cui uno schizofrenico uccide più vittime non sono ancora del tutto chiare, inoltre queste motivazioni possono cambiare da un caso all’altro. Può trattarsi di vittime inglobate in un medesimo delirio, dell’estensione automatica della violenza alla seconda vittima, oppure l’aggressività da parte della seconda vittima, nei confronti dell’aggressore, per difendere la prima vittima ecc…

Tuttavia alcuni di questi casi, di schizofrenici che uccidono più vittime, presentano le seguenti caratteristiche:

·      la seconda vittima si trovava spazialmente vicino alla prima vittima al momento del delitto

la seconda vittima è stata uccisa dopo la prima, che viene chiamata vittima principale

·      lo schizofrenico conosceva da tempo la seconda vittima, come del resto la prima

·      la seconda vittima, al contrario della prima, non era mai stata oggetto di minacce o inglobata in un delirio

·      dopo il delitto lo schizofrenico ricorda la prima vittima ma non ricorda la seconda vittima, e ciò non è dovuto ad una semplice politica di difesa.

Si potrebbe quindi affermare che la seconda vittima è percepita dallo schizofrenico senza un’individualità precisa, quasi fosse assorbita o condensata nell’immagine della prima vittima. Questo tipo di omicidio è chiamato “per condensazione” . Tale meccanismo psichico, dove due o più elementi possono fondersi in uno solo, è frequente nel pensiero dei deliranti e dell’uomo primitivo. La condensazione inoltre è implicata nell’attività onirica ma può essere presente negli schizofrenici da svegli, in quanto alcuni loro meccanismi psicologici presentano numerose analogie con i meccanismi psicologici che regolano la formazione dei sogni.

 

SIGNIFICATO DELL’ATTO OMICIDIARIO PER LO SCHIZOFRENICO

La lunga lista delle variabili cliniche e dei numerosi processi psicopatologici che lo schizofrenico mette in atto nelle varie tappe che lo portano all’omicidio possono sembrare frammentate e separate le une dalle altre. Bisogna quindi cercare un filo comune che ci permetta di collegare tutti questi elementi. Per spiegare ciò può essere utile una metafora che ha come elemento centrale il corpo umano. Come ci insegna l’anatomia, nel corpo umano vi è una struttura rigida lo scheletro, che da una forma distintiva a tutta la specie, vi sono poi differenti tessuti, i muscoli, la pelle, che permettono di individualizzare a livello più manifesto queste forme fondamentali, rendendo cosi ogni individuo diverso dagli altri. Se utilizziamo questo paragone, nelle quattro tappe descritte in precedenza sono stati isolati moltissimi elementi che possono caratterizzare i singoli omicidi compiuti da schizofrenici, ma ciò ci suggerisce di isolare una struttura di base, come uno scheletro, che sia comune a tutti. Questo è un compito molto difficile, si potrebbe dire quasi impossibile, perché lo schizofrenico può uccidere per le motivazioni apparentemente più normali ( per esempio gelosia, vendetta, ecc.) sino a quelle più psicotiche e legate in maniera specifica alla sua psicopatologia. Inoltre l’omicidio compiuto dallo schizofrenico può essere analizzato secondo un doppio binario: quello legato alla psicopatologia del comportamento violento e quello legato alla psicopatologia della schizofrenia.

Nonostante queste limitazioni è possibile rilevare una struttura fondamentale che ci possa rendere conto del passaggio all’atto, non di tutti gli omicidi, ma di una parte di quelli commessi da schizofrenici, soprattutto quando la psicopatologia del comportamento violento si interseca con quella della schizofrenia. Lo schizofrenico che uccide, è prima di tutto un uomo che, in gran parte della propria personalità, ha dei sentimenti, dei desideri e delle paure come un uomo “normale”. Lo schizofrenico assiste, come davanti ad uno specchio crudele, alla distruzione della propria personalità, della propria identità, compiuta dalla malattia. All’inizio della malattia il soggetto è cosciente dei suoi disturbi dell’attenzione, della memoria, della difficoltà a concentrarsi, della paura e dell’ansia nel parlare e nell’essere come gli altri, e soffre per tutto questo, non potendo fare altrimenti. È un essere umano che sfortunatamente non può che annoverare, nella propria anamnesi, una lunga lista di insuccessi personali, di frustrazioni sociali, in tutti quei campi in cui le altre persone hanno tratto energia gratificante, per continuare la loro esistenza e crearsi un avvenire.

È un uomo su cui sono cadute, come bombe distruttive, le piccole e grandi frustrazioni di ogni giorno che, con gli insuccessi sul lavoro, gli insuccessi affettivi, amorosi, economici distruggono a poco a poco la sua sicurezza, la sua identità. Si tratta di piccoli “soffi” insistenti che attizzano un’aggressività che non si è mai spenta. Questa piccole e grandi frustrazioni distruggono poco a poco quella barriera che protegge le persone dall’aggressività. Lo schizofrenico può solo cercare di resistere, in una situazione di lento e progressivo peggioramento, non può non sentirsi in pericolo e porsi così la domanda: “ Ma che cosa causa tutte queste frustrazioni?”. L’uomo che c’è dentro il malato inizia a cercare, con tutti i mezzi che ha a sua disposizione, tra cui la sua psicopatologia, le cause del suo malessere. E proprio la psicopatologia, che lo ha fatto scivolare nel malessere e nelle frustrazioni, non lo aiuta ad uscirne. Come un cieco che si sente minacciato, lo schizofrenico sente e vede pericoli dappertutto o meglio crede di vedere pericoli dappertutto. Tutto e tutti possono procurargli danno, posso perseguitarlo, possono essere la causa delle sue frustrazioni. In questo modo, la causa del suo malessere è pluralizzata e varia rapidamente sotto il suo sguardo. Talvolta lo schizofrenico crede di aver trovato l’origine della sua sofferenza  e delle sue frustrazioni. Le cause non sono più pluralizzate ma concretizzate cioè quasi somatizzate, in un persecutore dall’identità definita, in questo modo viene soddisfatto il bisogno, che esiste in ogni essere umano, di trovare una spiegazione, o un’illusione che definisce meglio la situazione, dell’origine della propria sofferenza e frustrazione. Viene data una risposta illusoria alle domande: “Chi è la causa dei miei mali?”, “Come posso fare per eliminare tutte le mie frustrazioni?”.

Il ragionamento dell’uomo sano di mente, che non è ancora totalmente soffocato dalla psicopatologia, porta a comprendere che c’è un problema, che questo problema ha una causa e che è necessario trovare una soluzione. Ma la ricerca di questa soluzione presuppone un contatto con la realtà e un adattamento ai problemi che la schizofrenia non permette e nega a chi ne è affetto. È un momento in cui l’uomo sano, mescolato a quello malato, si abbandona ad una serie di azioni  che dovrebbero avere un fine ben preciso: neutralizzare tutte le cause che originano lo stato di malessere e la minaccia sull’integrità dello stato fisico e psichico. L’individuo a questo punto cerca di sfuggire alla situazione di pericolo o di affrontarla o di annullarla. In questo senso vanno intese le fughe, i viaggi immotivati o i tentativi di suicidio, come una soluzione per risolvere la situazione di sofferenza. Vanno tenute in considerazione anche le richieste di aiuto alle autorità, alla polizia, poiché indicano una modalità di affrontare il problema. Spesso queste richieste vengono ignorate da polizia e amici poiché hanno caratteristiche quasi irreali, poiché vengono gestite dal soggetto in maniera bizzarra e inconcludente e non sono considerate da chi non ne ha esperienza, un chiaro sintomo di malattia mentale. Vanno poi ricordate le minacce, attraverso le quali lo schizofrenico affronta direttamente il suo persecutore. Alle minacce vanno anche affiancate le preghiere, le maledizioni e i rituali propiziatori. Qualche volta, lo schizofrenico, disperato, cerca attraverso la sua psicopatologia di risolvere la situazione di pericolo fisico e psichico. Si considera onnipotente e invincibile, si considera un dio per difendersi dalle piccole grandi frustrazioni della sua vita Può ricorrere addirittura al delirio di aver già ucciso il suo persecutore, perché in quel momento non vuole uccidere nella realtà. È ancora l’uomo un po’ sano e un po’ malato che mostra il viso di chi non vuole uccidere e di chi cerca di voltare le spalle all’omicidio come unica soluzione, per porre fine all’ansia che lo divora e le paure che lo obbligano a vivere in una situazione che diventa ogni giorno più pericolosa. Lo schizofrenico è un uomo che cammina a ritroso verso l’omicidio, spesso attraverso tentativi maldestri di risoluzione della situazione di pericolo, per precipitare poi, anche non volendo, in un tunnel sempre più stretto di disperazione e sofferenza. Per cui inizia a rifarsi viva l’idea dell’omicidio come unico modo di risolvere questa situazione ormai diventata insopportabile. Tutti i messaggi di richiesta di aiuto, di difficoltà, di rifiuto nella scelta omicidiaria, spesso non sono compresi da chi li ascolta a causa della loro singolarità ed incomprensibilità. Tutte le richieste di aiuto cadono nell’indifferenza di chi le riceve e il cammino verso l’omicidio in questo modo si affretta.

Così, alla fine, dopo aver cercato e fallito nel tentativo di risolvere i propri problemi, di capire quale è la causa che origina tutta questa sofferenza, lo schizofrenico sempre più incapace di separare i suoi problemi interni da quelli esterni, uccide. L’omicidio dello schizofrenico è un atto del tutto inutile per la storia personale del soggetto, con una stereotipata tendenza a ripetersi.

Le ragioni profonde per cui un essere umano uccide un altro essere umano non risiedono certo nella psicopatologia della schizofrenia ma hanno la loro base nella psicopatologia della violenza, che può essere presente tanto nei soggetti malati di mente quanto nei soggetti sani di mente. La maggior parte delle persone che uccide, e sono molte per i più svariati motivi, sono persone secondo la psichiatria forense “sane di mente”. La scelta di dialogare con un coltello in mano, pronto per colpire chi si ha davanti per risolvere i propri problemi, può essere compresa approfondendo lo studio sulle motivazioni in generale dell’omicidio. Lo studio della psicopatologia schizofrenica può aiutare a comprendere meglio, quando il coltello è già stato preso tra le mani, su chi e come e quando il coltello sarà usato per uccidere. Per comprendere meglio le dinamiche omicidiarie sarà utile curare sia la psicopatologia della violenza che la psicopatologia della schizofrenia, e questo può essere il punto di partenza del trattamento psichiatrico dello schizofrenico omicida.

 


[1] Tratto da: “ Manuale di psichiatria” VI edizione aggiornata, di Giberti, Rossi, ed. Piccin, p. 393


[2] Tratto da: “Dizionario di scienze psicologiche” versione online ed. Simone, sito www.simone.it

[3] Tratto da: “ Psichiatria forense, criminologia e etica psichiatrica” di AA.VV., ed. Elsevier, capitolo online preso dal sito www.psichiatri-forense.elsevier.it

 
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Inserito il:13/04/2016 10:04:15
Ultimo aggiornamento:13/04/2016 10:28:49
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