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Aggiornato al 19/04/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Michael Nixon (Digital artist) - Jack the Ripper

 

La Psicologia e la Psicopatologia criminale (Parte seconda).

 

L’approccio psicodinamico.

 

L’approccio psicodinamico, fin dalle sue origini, ha sottolineato l’importanza delle diverse componenti che entrano in gioco nel definire i comportamenti umani. L’ipotesi che l’azione umana venga spinta nella direzione di un obiettivo fa parte di uno dei nuclei centrali del pensiero freudiano. Il pensiero psicoanalitico classico giunge al culmine del suo compimento introducendo una teoria delle istanze rispettosa, nella sua sostanza, di un principio secondo cui le pulsioni biologiche e il costrutto sociale, culturale e morale si presentano nell’orizzonte psicologico del soggetto fornendo una duplice radice ai processi psichici. L’essenza di quanto appena detto è costituita dalla dialettica del processo primario e secondario. L’accettazione del limite come regola sociale in grado di inibire il conseguimento immediato di uno scopo senza mediazione è la regola che stabilisce la differenziazione tra la forma di pensiero che è orientata alla realizzazione immediata delle pulsioni e una seconda forma di pensiero in cui le norme del costrutto sociale determinano una prospettiva razionale, dove le pulsioni vengono analizzate e strutturate nel tempo e nello spazio. La psicodinamica non si sottrae alla suggestione di una logica bio-culturale a cui assoggetta il comportamento in genere, al quale possiamo unire anche il comportamento criminale. Lo studio della violenza e dell’aggressività è stato oggetto di un’approfondita riflessione da parte del modello psicodinamico con opere di notevole rilevanza. Possiamo citare alcuni autori che si sono occupati dell’argomento: Rohaim (1923) e più recentemente Fromm (1973), Fornari (1997) e Bergeret (1994).

Bergeret distingue violenza e aggressività anche sul piano etimologico, i due aspetti assumono due sfumature diverse di significato, la violenza  è una sorta di forza di vita generata in modo naturale come istinto difensivo. L’aggressività invece viene spiegata da Bergeret utilizzando la definizione data da Freud: “ per lo psicanalista, gli atteggiamenti individuali o collettivi che vengono chiamati abitualmente violenze corrispondono in gran parte a ciò che Freud ha chiaramente definito come costituente affettivamente lo specifico dell’aggressività, cioè una miscela pulsionale realizzata secondariamente, partendo da due grandi dinamismi di base, il gruppo delle pulsioni sessuali,da una parte,e il gruppo delle pulsioni violente di sopravvivenza, dall’altra” [1]

In realtà, facendo riferimento all’etimologia della parola aggressività, Bergeret avrebbe potuto superare la definizione  di Freud. Il riferimento al verbo latino “ad-gredis” porta in campo la relazione con l’altro, mette in evidenza la componente relazionale dell’aggressività. Porsi di fronte all’altro, fronteggiare l’avversario, non tirarsi indietro davanti alla possibilità del conflitto, anche quello più cruento e deciso: tutto questo può essere inserito nel significato di aggressività, non solo l’aspetto della sessualità che può apparire un po’ forzato.  Nell’approccio psicodinamico assume un ruolo importante il campo semantico per dare un significato alle condotte umane.

 

L’approccio clinico: psicologia e criminologia clinica.

 

L’approccio antropologico in criminologia ha perduto, ai giorni nostri, i connotati biologici che l’avevano contraddistinto nel suo esordio durante l’epoca positivistica. Nonostante venga ancora studiata come materia in alcuni corsi universitari (antropologia criminale nelle facoltà di medicina e giurisprudenza) non è più pura ma viene mediata da contenuti di interesse psichiatrico e psicologico.

Nel volume “Compendio di criminologia” di Ponti (1990) l’autore sostiene “l’ipotesi di un’eventuale correlazione fra eredità e delitto, nel senso che esistono taluni individui dotati, per ragioni genetiche, di una sorte di’ predisposizione innata al delitto’, è da considerarsi quanto meno fragile.”

Non sarebbe possibile confrontare  ereditarietà e delinquenza in quanto sono fattori fra loro non confrontabili. Nonostante siano stati fatti molteplici ricerche, soprattutto negli Stati Uniti, per cercare fattori biologici che predispongono in modo specifico alla tendenza criminale, non è mai stato possibile identificare nulla di utile circa il rapporto tra elementi costituzionali e propensioni all’azione criminale.  Inoltre il problema della criminalità è un problema particolarmente complesso da rendere quasi impossibile una riduzione di tipo biologico anche solo attendibile.

Il fenomeno della criminalità presenta aspetti di grande diversità, impossibile da condurre a fattori generativi unitari.

Il contributo della psichiatria e della psicologia deve essere valutato a partire da nuovi obiettivi, considerati all’interno delle problematiche del diritto e quindi contestualizzate in un modo nuovo.

Il clinico non deve più analizzare con “metodo scientifico” le cause psicologiche (non più antropologiche) e/o organiche che hanno dato origine all’azione criminale, ma deve analizzare i complessi fattori soggettivi, interpersonali e relazionali che hanno portato alla genesi di un fatto criminale ben preciso. Ogni reato ha una sua dottrina e una sua storia. A partire da essa ha inizio il lavoro criminologico, che si completa nella ricerca dei fattori soggettivi colti nella dimensione delle interazioni sociali.

L’approccio clinico è un approccio molto più complesso di quanto si possa pensare e l’intervento prevede l’analisi delle capacità mentali di chi commette un reato in generale e nel momento in cui viene commesso il reato. Non ha senso sostenere l’idea di una criminologia generale a sfondo psichiatrico, con la valutazione delle connessioni fra criminalità e malattia mentale come obiettivo.

L’immagine dei malati di mente come persone violente ancora radicata presso alcuni, viene rafforzata dall’infinita serie di romanzi e film in tema di violenza e omicidio, così come dalle descrizioni televisive costruite su omicidi reali e nel secolo scorso  rafforzata anche dalla reclusione di questi malati negli ospedali psichiatrici. Essi venivano considerati dalla popolazione come “un gruppo di strani individui che occorreva isolare dal resto della comunità”.[2]

 

Malattia mentale e atti violenti.

 

“Visto da vicino nessuno è normale”. Franco Basaglia

Diversi autori, nei loro studi, hanno messo in evidenza il collegamento tra malattia mentale e il problema della violenza, tra cui Fornari (1997), Merzagora Betsos (2001) e Ponti (1999). Essi sono giunti a dire che non esiste un’obbligatoria connessione causale tra malattia mentale e azioni violente, né correlazione positiva tra malattia mentale e azioni violente (in particolare omicidio).

Dagli studi sull’argomento è emersa appunto questa non associazione tra malattia mentale e azioni criminali, ma viene messo in luce come l’assunzione di sostanze stupefacenti o alcol e la contemporanea presenza di un disturbo mentale possa favorire l’insorgenza di un comportamento violento (Merzagora Batsos, 2001).

“Un conto è dire che i malati commettono più omicidi della popolazione in generale, un altro è affermare che fra i condannati per omicidio si trova un’alta percentuale di soggetti con patologie psichiatriche, ed un altro ancora concludere che in autori di omicidio malati di mente sia stata proprio la patologia a determinare il comportamento violento.”  (Zappalà, 2005)[3]

Gulotta afferma che il disturbo mentale è un fattore di rischio di violenza e la correlazione tra violenza e malattia mentale è significativa ma bassa. Inoltre l’autore sostiene che il rischio di porre in atto un comportamento violento è maggiormente correlato al fatto che i sintomi diagnosticati siano attivi e che in contemporanea vi sia un abuso di alcol o sostanze stupefacenti (conferma quanto detto da Merzagora Batsos). Alcol e droghe possono ampliare i sintomi attivi delle patologie psichiatriche e possono così farli sfociare in comportamenti violenti e criminali.

È stata poi fatta una rassegna delle ricerche su psicopatologia e omicidio all’interno della quale gli autori mettono in evidenza il rapporto tra disturbi mentali dell’asse I e reati violenti (con un riferimento in particolare ai disturbi psichiatrici maggiori) che permette di evidenziare quanto segue:

“ - la netta maggioranza dei soggetti affetti da disturbo mentale maggiore non commette crimini violenti;

 - gli individui che commettono un reato violento, affetti da disturbo mentale maggiore, colpiscono soprattutto familiari e conoscenti; isolati sono gli episodi in cui viene aggredito uno sconosciuto, anche se ciò finisce per ottenere, inevitabilmente, il più ampio risalto dei media;

- un corretto trattamento terapeutico dei soggetti affetti da disturbo mentale maggiore riduce il rischio di atti di violenza a percentuali del tutto contenute” [4]

Vi sono, senza dubbio,  dei disturbi mentali che si presentano più frequentemente tra gli autori di omicidio proprio per le caratteristiche cliniche del disturbo, in particolare la  SCHIZOFRENIA, o come il DSM 5 classifica: i disturbi dello spettro schizofrenico.

 

[1] Tratto da: “La personalità normale e patologica” di J.Bergeret, ed.Cortina, p.61

[2] Tratto da: “Omicidio: Una prospettiva psichiatrica, dinamica e relazionale” di C.P.Malmquist, ed CSE, p. 88

[3] Tratto da: “Personalità e crimine Elementi di psicologia criminale” di L. Rossi, A. Zappalà, ed. Carocci, p.139

[4] Tratto da: “Criminal profiling” di M.Picozzi, A. Zappalà , ed.McGraw-Hill, p.313

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Inserito il:11/04/2016 15:51:40
Ultimo aggiornamento:11/04/2016 16:03:03
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