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Aggiornato al 15/12/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal
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Rudolf Schwarzkogler (1940 -1969)– The body’s voice

I diversi significati dell’automutilazione: percorsi storici.

 

Psicoanalisi e pelle

Per analizzare l’argomento dell’”automutilazione”, non si può non partire dal concetto di “pelle”. L'autore che nel campo della Psicoanalisi ha maggiormente studiato il concetto di pelle, sia corporea che psichica, è Didier Anzieu, l'autore francese del famoso "L'Io-pelle" (Le Moi-peau), testo in cui sono formulate osservazione e teorie che oggi si rivelano utilissime nello studio del fenomeno “cutter”:
1) Al bambino piccolo, la bocca serve tanto per toccare gli oggetti, quindi per esplorare  quanto per assorbire il nutrimento, quindi per alimentarsi, creando confusione e identità tra nutrimento e oggetto esterno, oggetto d'amore. Il desiderio di essere incorporato (o re-incorporato nel corpo della madre) è parallelo al desiderio di incorporazione orale della nutrizione.
2) Il grattarsi è una delle forme arcaiche di ritorsione dell'aggressività sul proprio corpo.
3) Le mutilazioni della pelle possono rappresentare in soggetti psicotici dei tentativi drammatici di conservazione dei limiti del corpo e dell'Io, di ristabilire la sensazione di essere intatti e uniti. L'automutilazione e il cutter possono essere in questi casi un “collagene” antipsicotico.
Inoltre a partire dalla osservazioni di Anzieu è possibile aggiungere che:
- la madre è la prima pelle del neonato: egli non riesce a percepirsi sin da subito altro da lei, ma sente che la madre funge per lui da collante, da aggregatrice delle sue parti che viceversa sarebbero troppo fragili per stare assieme.
- I messaggi emessi spontaneamente dalla pelle sono intenzionalmente manipolati o rovesciati dai cosmetici, dall'abbronzatura, il trucco, i bagni, la chirurgia estetica.

Secondo Anzieu l'instaurazione dell'identità Io=pelle risponde al bisogno di un involucro narcisistico e assicura all'apparato psichico la certezza e la costanza di un benessere di base. Con la nozione di Io-pelle Anzieu designa una rappresentazione di cui si serve l'Io del bambino durante le fasi dello sviluppo per rappresentare se stesso come Io che contiene i contenuti psichici a partire dalla propria esperienza della superficie del corpo. Ciò corrisponderebbe al momento in cui l'Io psichico si differenzia dall'Io corporeo sul piano operativo e resta confuso con esso sul piano figurativo. A corroborare tale tesi, Anzieu nomina Tausk, uno dei primi discepoli di Freud, secondo il quale (nella sua complessa ma modernissima teoria della sindrome della macchina influenzatrice), l'Io corporeo, distinto da quello psichico, non viene più riconosciuto come proprio dal soggetto e le sensazioni cutanee e sessuali vengono attribuite al meccanismo di una macchina influenzatrice comandata da un seduttore-persecutore esterno (altro sociale). Secondo Anzieu ogni attività psichica si poggia su una funzione biologica, in tal senso l'Io-pelle trova il proprio appoggio sulle diverse funzioni della pelle: la pelle è il sacco che contiene e trattiene all'interno il buono ed il pieno che l'allattamento, le cure, il bagno di parole vi hanno accumulato. Essa è la superficie di separazione che segna il limite con il fuori e lo mantiene all'esterno, è la barriera che protegge dalla penetrazione le avidità e le aggressioni altrui, siano essi esseri o oggetti. In sostanza la pelle è il prototipo biologico dei meccanismi di difesa. Da tale origine epidermica e propriocettiva, L'Io eredita la doppia possibilità di stabilire delle barriere, i meccanismi di difesa, e di filtrare gli scambi con l'Es, il Super-Io e il mondo esterno.

Passaggio dalla “pelle” all'arte

L'artista viennese Rudolf Schwarzkogler (1940 - 1969), percepiva e usava il proprio corpo come oggetto della propria arte. Schwarzkogler nasce a Vienna nel 1940, dove muore, suicida, nel 1969, dopo una crisi depressiva sviluppatasi durante una drastica dieta dimagrante. Sulla sua vita e sulla sua morte, nel corso degli anni, si sono succedute varie versioni, alcuni lo vogliono suicida in un'azione di autocastrazione, altri parlano della sua morte in conseguenza ad una performance in cui si "toglie" la pelle in pubblico lembo a lembo.
L'arte era per Schwarzkogler un "purgatorio dei sensi e una cura disintossicante" e gli permetteva una "rigenerazione delle capacità interiori". Nelle sue azioni si inflisse ferite e mutilazioni. Venne fotografato ricoperto di garze realizzando in tal modo un impianto fortemente simbolico verso una società muta e sorda nei confronti dell'individuo.
Altre fonti artistiche circa l'automutilazione della pelle, sono ritrovabili in Van Der Spieghel (1578-1625), il quale dipinge personaggi che si staccano la pelle dal corpo.

Come fu evidenziato dal padre della psicoanalisi S.Freud, nei primi del Novecento ciò che nei discorsi individuali e nelle rappresentazioni collettive veniva rimosso era il sesso, e la Psicoanalisi dei tempi di Freud contribuì molto a ridurre il peso di questo tabù sessuale, ma in seguito, il grande assente, misconosciuto, negato tanto nell'insegnamento quanto nella vita quotidiana è stato, e in gran parte rimane, il corpo.

Il corpo come dimensione vitale della realtà umana, come dato globale pre-sessuale, come ciò su cui tutte le funzioni psichiche trovano il loro appoggio. Il concetto di corporalità è tornato alla luce negli studi psicoanalitici proprio grazie alla teoria di Anzieu.

 

La Storia

La modificazione del corpo è sempre stato un comportamento molto diffuso in tutte le culture, per ragioni in parte diverse ed in parte simili a quelle attuali: per rendersi sessualmente più desiderabili, per ottenere l'ascolto e il favore degli dei, per segnare lo status di appartenenza sociale, per tenere lontani, scaramanticamente, male e malattia.

I primi tatuaggi sono stati scoperti addirittura in un uomo dell'età del bronzo (4000 anni fa). Risalgono a tremila anni fa le mummie dell'antico Egitto ritrovate oltre che con tatuaggi e piercing all'ombelico (usato come segno di regalità) anche con cicatrici legati a significati verosimilmente sessuali o religiosi. Il piercing ai capezzoli, il così detto Nipples, pare fosse diffuso già tra i centurioni romani, come segno di virilità e coraggio.

I sacerdoti Aztechi del 1400 si foravano le labbra e le guance, si tagliavano la lingua, versavano il proprio sangue e talvolta arrivavano fino ad evirarsi in onore agli dei.

I Maya modificavano il loro corpo prevalentemente per un motivo sociale legato all'ideale estetico della loro cultura. Uomini e donne si tatuavano completamente il corpo, foravano le orecchie, le labbra, il naso, l'ombelico, la lingua e i genitali. Affilavano i denti e vi incastonavano pietre preziose. Anche la fronte dei bambini veniva rimodellata con stampi di legno così come gli occhi venivano resi strabici (lo strabismo era considerato un parametro di bellezza) appendendo una pallina in mezzo alla fronte.

Per più di mille anni anche i cinesi praticarono l'appiattimento del cranio e il bendaggio dei piedi delle donne (automutilazione feticistica), procedura che aveva lo scopo di rompere le ossa per far sì che il piede assumesse la forma di un fiore di loto ricurvo, procedura alla quale erano costrette tutte le donne aristocratiche all’età di sei anni circa, in quanto il piede di loto fu il simbolo massimo della bellezza e dell'erotismo, fino al 1930, anno in cui venne dichiarato illegale.

Il tatuaggio venne esportato in occidente dal capitano James Cook e dai suoi compagni d'esplorazione e divenne una moda fra i marinai che avevano visto e documentato le decorazioni dei popoli della Polinesia del 1700.

I Maori considerano il tatuaggio l'equivalente della firma e talvolta firmano documenti legali ricopiando i disegni che portano sul volto.

Il tatuaggio giapponese irezumi era un'arte così raffinata che alcune pelli umane sulle quali è stato praticato sono esposte nei musei e perciò veniva pagato il tatuato in vita affinché poi la pelle potesse essere  recuperata dopo la morte.

Il piercing dei capezzoli e dei genitali era molto in voga fra i nobili inglesi di epoca vittoriana. Famoso ancora oggi è il Prince Albert, consistente nell'applicazione di un anello nell'uretra e nel prepuzio, nome che deriva dal consorte della regina Vittoria, che si fece praticare questo tipo di piercing. Oltre alla circoncisione maschile, quella femminile consiste nella rimozione del clitoride e dei tessuti circostanti. L'infibulazione, poi, è addirittura la sutura della vagina. Pratica, ancora oggi diffusa in Africa e nel mondo arabo, che ha lo scopo di assicurare la verginità fino al matrimonio, quando il marito ha il diritto di riaprire la vagina della moglie durante la prima notte.

La circoncisione del clitoride lede la sessualità femminile e toglie la possibilità del godimento. Nell'America degli anni settanta, la decorazione del corpo cominciò ad essere considerata una forma d'arte, ed i tatuatori svelarono le loro tecniche in manifestazioni pubbliche e riviste.

Ci pensarono le rockstar e le modelle a rendere i tatuaggi sexy e alla moda.

Fra le prime cantanti Cher; per la moda la portabandiera del piercing fu Naomi Campbell in una passerella londinese. I grandi orecchini degli hippie di tutto il mondo si trasformarono negli anni ottanta in piercing multipli sul padiglione auricolare.

Il Body piercing si impose fortemente nella popolazione giovanile con il movimento dei punk inglesi agli inizi del 1980. Presto il body piercing si diffuse anche in altre culture fra le quali quelle legate al sadomasochismo e al panorama gay mondiale.

Tappa fondamentale è quella del 1989, anno nel quale esce il libro di Fakir Musafar, un pubblicitario poi divenuto maestro della body art, che in "Modern Primitives" descrive la ricerca dell'illuminazione spirituale che Musafar ha compiuto nel corso della sua vita attraverso il dominio della carne che egli promuoveva con ogni sistema noto all'uomo, arrivando a sospendersi con degli uncini conficcati nei muscoli del petto per ricreare le cerimonie O-Kee-Pa e della Danza del Sole tipiche dei nativi americani rese celebri nel film Un uomo chiamato cavallo.

Nel libro, Musafar sostiene di avere avuto un'esperienza trascendente di pre-morte mentre compiva questo rituale. Già da ragazzo Musafar faceva esperimenti sul corpo e a tredici anni si praticò un piercing al pene. Da allora si è tagliato, bruciato, forato, tatuato. Si è stirato il collo, allungato il pene appendendovi pesi da un chilo e mezzo, si è stretto la vita in corsetti che rompevano le ossa, si è disteso su letti di chiodi, si è flagellato, si è cucito insieme parti del corpo, si è sottoposto ad elettroshock. In un'occasione, per ripetere un antico rituale indù, si è attaccato al petto una serie di bastoni d'acciaio (i quali complessivamente pesavano trenta chili) danzando fino a raggiungere uno stato di estasi. Secondo Musafar la modificazione del corpo è un modo per togliere lo stesso alla mercé di Dio, dei genitori, del governo, della chiesa, dei medici, cioè di tutti coloro che nella società occidentale rappresentano il potere. Convinto di decidere totalmente del proprio corpo, le sua azioni non sarebbero masochistiche ma alla ricerca di uno stato di grazia, un sorta di buddismo applicato alla corporalità per raggiungere il nirvana, ovvero la non dipendenza totale, la mancanza di bisogni. Ovviamente una lettura psicodinamica di questo testo e delle idee in esso contenute porta ad un'altra chiave di lettura. Anche i giochi di sangue o sport di sangue, sono forme sessualizzate di mutilazione in cui i partner si tagliano e si praticano il piercing l'un l'altro per eccitarsi. Tra le testimonianze c'è quella del video Bloodbath ripreso da Charles Gatwood, fotografo specializzato nella documentazione delle mode estreme. Nel filmato un uomo e una donna si estraggono sangue con siringhe, lo schizzano sul corpo del compagno e poi lo leccano.

In un altro video di Gatewood, True Blood, una donna si ferisce con alcuni bisturi, si avvolge del filo spinato ai polsi e beve il sangue che fuoriesce.

Nel 1993 nella rivista allegata al New York Times, appariva l'artista Matuschka a seno nudo con una cicatrice di una mastectomia, il titolo era "non potete più guardare altrove".

Ron Athey, un attore sieropositivo, si taglia, pratica piercing e si punge con siringhe ipodermiche davanti al pubblico, in una esibizione incise con un bisturi dei disegni sulla schiena di un altro uomo, ne impresse la copia su salviette e le appese su una corda come fosse bucato. In un'altra esibizione si infilò degli aculei nella fronte come per fare una corona di spine.

Bob Flanagan, scrittore, comico e attore masochista, testimonia la sua filosofia perversa nel documentario del 1997 "Sjck: The Life and Times of Bob Flanagan, Supermasochist". Flanagan si torturò in privato fino a quando incontrò la sua compagna alla quale egli volle sottomettersi completamente. Frustate, marchi incandescenti, bagni nell'acqua gelata, la sutura della labbra, aghi infilati nel pene. In uno show, Flanagan si inchiodò lo scroto a un tavolo. In una poesia spiega il perché dei suoi gesti:
“Perché i miei genitori mi amavano anche di più quando stavo male; perché sono nato in un mondo di sofferenza; perché arrendersi è dolce; perché ne sono attratto; perché ne dipendo; perché le endorfine nel cervello sono una specie di eroina naturale; perché ho imparato a prendere la mia medicina; perché ero un bravo bambino quando la prendevo; perché riesco a sopportare tutto questo come un uomo (…) perché niente si ottiene senza dolore (…) perché si fa sempre soffrire chi si ama”.

La donna più famosa che ha sofferto di automutilazione è stata la principessa Diana che nel 1995 rivelò che soffriva di cutter e di bulimia nervosa. La testimonianza ufficiale riguarda un'intervista alla BBC. Dopo quell'incontro i suoi disagi vennero espletati ancor più precisamente nelle sue numerose biografie. In "Diana: la sua vera storia", a cura del giornalista Andrew Morton, ella racconta di come si gettò varie volte contro un armadio a vetri a Kensington Palace, di come si squarciò i polsi con una lametta e di come si tagliò con il bordo seghettato di un coltello per limoni. Dopo un litigio con Carlo, si ferì al petto e alle cosce. Durante una lite con il marito su di un aereo, ella si chiuse nella toilette e si fece dei tagli profondi sulle braccia, poi cominciò a spalmare il sangue sui sedili dell'aereo. In un'occasione si gettò dalle scale.
Johnny Depp, nell'avambraccio ha otto cicatrici che si è fatto per ricordare i momenti importanti della sua vita, egli disse "In un certo senso il mio corpo è un diario".

Marilyn Manson, la Rock star più famosa del mondo, ha sul corpo oltre 400 cicatrici. Se le è fatte durante i suoi concerti e durante i suoi video. I suoi fans estremi sono soliti incidere sulle parti del corpo più variegate il nome completo del cantante, la sigla MM o i simboli dello stesso o degli album. Ma il caso senz'altro più famoso, nella storia dell'arte, è l'episodio di automutilazione di Van Gogh. In seguito ad una lite violenta con l'amico e maestro Gauguin, Van Gogh si tagliò il lobo dell'orecchio sinistro e poi lo offrì in dono ad una ragazza di un “bordello” alla quale si era affezionato. Questo episodio venne interpretato come un'identificazione psicotica al cerimoniale delle corride, dove il matador vittorioso taglia l'orecchio al toro abbattuto e lo offre a una donna.

Esempi di cutter al cinema sono molti.  The Wall, 1982, dall'omonimo album dei Pink Floyd, per la regia di Alan Parker, in cui il protagonista Pink passa dal farsi la barba al "farsi" tutti i peli del corpo compresi quelli del petto e quelli sopra gli occhi, provocandosi sulle sopracciglia profonde ferite. The Cell, 2000, per la regia di Tarsem, in cui un serial-killer si appende a dei ganci attaccati a degli anelli conficcati nella schiena. Poi, così appeso sopra la sua vittima appena deceduta, e in preda al dolore provocatogli dalla lesione della pelle, si masturba, in un misto perverso di dolore e godimento. Attrazione fatale, 1987, regia di Adrian Lyne, in cui nella scena finale, in attesa di tentare di uccidere la moglie del suo amante, Glenn Close si procura un vistoso e profondo taglio alla coscia con lo stesso coltello che vorrebbe usare come arma. Fight Club, 1999, regia di David Fincher, in cui il protagonista Edwared Norton si procura una bruciatura chimica alla mano, e in una delle ultime scene si spara sulla guancia, tentando di uccidere la sua allucinazione, il suo alter ego Brad Pitt. La Pianista, 2001, regia di Michael Haneke, in cui la protagonista si siede nella vasca da bagno, attrezzata di lametta e specchietto. Con fare chirurgico, si incide la zona pubica procurandosi tagli e sangue, e provocandosi una forma masochistica di godimento.
Nell'ultima scena del film, si incide il petto con un coltello. Thirteen - 13 anni, 2003, regia di Catherine Hardwicke, in cui Tracy, senza padre e costretta a vederlo rimpiazzato come uomo nel letto materno da un altro uomo, vive in questo scorcio di vita tutta la difficoltà di ricostruzione dell'immagine corporea che è propria dell'adolescenza. La ragazza sperimenta dei sintomi fra i quali l'anoressia e l'autolesionismo. In due sequenze del film si chiude in bagno e con forbici e lamette si taglia superficialmente polsi e avambracci.

Cutter psicotico e cutter nevrotico

Il cutter psicotico è altamente a rischio perché non ha la cognizione della profondità del taglio e del rischio medico conseguente all'incisione che si pratica, a causa dell'assenza di contato con la realtà. Il cutter psicotico potrebbe tagliarsi spinto da un contenuto delirante o su ordine imperativo di una voce allucinatoria. Un esempio cinematografico di cutter psicotico è ricavabile dal film "A Beautiful Mind", nel quale l'attore Russell Crowe interpreta il matematico psicotico John Nash. Nell'ultima parte del film Nash, rinchiuso in manicomio, si incide il polso alla ricerca di un codice radioattivo impiantatogli dai servizi segreti americani (parte del suo delirio), codice che sarebbe stata la prova da mostrare agli psichiatri che non gli credevano.Nei cutter psicotici si possono incontrare episodi di autolesione maggiore come l'evirazione, l'asportazione di un occhio, ecc. Nel cutter nevrotico invece è sempre rintracciabile un godimento masochistico e, in termini freudiani, edipico; è sempre una forma simbolica e alessitimica (non orale, perché nell’alessitimia v’è incapacità di esprimere verbalmente le proprie emozioni) di comunicazione di un disagio esistenziale, al pari di un disturbo del comportamento alimentare. E si tratta ovviamente di sintomi che provocano un godimento inconscio. Non a caso comportamenti del genere li ritroviamo in molti pazienti affetti da disagi psichici: oltre ai Disturbi del Comportamento alimentare, anche nei Disturbi di Personalità, in particolare il borderline, il ferirsi viene descritto come un modo per avere una percezione forte del proprio corpo, altrimenti vissuto come vuoto ed insensibile.

Le motivazioni che spingono al “cutter” sono le più diverse: nel Cutter Religioso un individuo che incide sulla propria pelle, simboli e frasari significativi da un punto di vista religioso, come croci, stelle di David, croci rovesciate, ecc. qui possiamo comprendere anche  i membri delle sette sataniche i quali praticano l'automutilazione come patto di sangue con il diavolo. Nel Cutter Emulativo un individuo si incide nomi e simboli sulla pelle per emulazione di un idolo, di solito rock star sataniche. Nel Cutter sessuale un individuo incide la pelle circostante le proprie zone sessuali: genitali, seno, glutei. Una forma di autolesionismo sessuale nel quale predomina la componente sessuale è il bondage, comportamento sadico-masochistico consistente nell'avere rapporti sessuali facendosi male e/o facendo male. Nel film "8 millimetri" sono contenute immagini molto forti di mutilazioni inflittesi o inflitte per aumentare l'eccitazione sessuale. Nel Cutter compulsivo un individuo si incide zone casuali a seconda della situazione e della possibilità con una modalità irrefrenabile, appunto compulsiva. Tale spinta è equiparabile alla spinta compulsiva dell'abbuffata bulimica. Il cutter compulsivo può essere presente sovrapposto a forme di cutter emulativi, religiosi e sessuali. Non si può, in questa sede, non fare cenno al fenomeno del Masochismo.

Il termine masochismo compare per la prima volta nei manuali ottocenteschi di psichiatria di Krafft-Ebing, che volle categorizzare le psicopatologie dell'epoca assegnandogli anche nomi di autori che avevano descritto in letteratura tali fenomeni. La parola masochismo infatti deve il nome allo scrittore austriaco Leopold Von Sacher Masoch (1836-1895) che descrisse nei suoi romanzi autobiografici un atteggiamento di sottomissione maschile alla donna amata, con ricerca di sofferenza ed umiliazione come mezzi per il raggiungimento di un proprio piacere erotico. Il masochismo designa infatti, come noto, la perversione sessuale nella quale il soggetto trae godimento dalla sofferenza che riceve da altri o da se stesso (nella seconda condizione si può usare il termine di autolesionismo). Nel suo romanzo più celebre (Venere in Pelliccia), Sacher Masoch descrive la sua patologia che lo portava a cercare, attraverso delle inserzioni sui giornali, delle donne che fossero disposte a provocargli dolore fisico e morale. Nei contratti che stipulava con le donne che rispondevano alla sua originale richiesta, era lecita qualunque pratica violenta ai suoi danni, ed era posta una sola condizione: che durante tali atti queste donne indossassero una pelliccia che richiamava in lui alla memoria l'immagine, appunto impellicciata, di una zia che per prima l'aveva costretto a subire nell'infanzia dei trattamenti sadici. In Masoch si era sviluppata una “fissazione” freudiana a questo ricordo infantile, che lo costringeva coattivamente a ripetere situazioni simili, in quanto erano le uniche in grado di procurargli piacere.

Anche il termine sadismo è introdotto da Krafft-Ebing e deve il nome al famoso marchese De Sade (1740- 1814), scrittore francese la cui opera è dedicata in larga parte all'algolagnia, cioè all'unione di piacere e dolore, e più nello specifico alla perversione sessuale che prende il suo nome in cui il fatto di infliggere ad altri dolore fisico o morale produce un soddisfacimento della pulsione sessuale.
L'impianto teorico della psicoanalisi freudiana, sebbene sia riduttivo semplificarla in poche righe, ha proposto l'esistenza di una pulsione innata di morte che tende all'autodistruzione e al ritorno allo stato inorganico che precedeva la vita, che si manifesta inizialmente sotto forma di masochismo (erogeno), e poi, a contatto con il mondo esterno, si traduce in pulsione di distruzione e appropriazione (o volontà di potenza, come indicava Nietzsche), prendendo la forma del sadismo.
Ma è solo attraverso la logica psicoanalitica che possiamo comprendere perché l'autolesionista gode sessualmente del dolore che si infligge.

 

Inserito il:15/02/2016 10:08:08
Ultimo aggiornamento:01/03/2016 10:44:30
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