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Aggiornato al 19/09/2020

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Flavio Bragaloni (nato a Roma - NewYork) - The World at the Time of Coronavirus

 

Cosa ci lascia in eredità il Corona Virus

di Bruno Lamborghini

 

La pandemia da Corona Virus, che potrà protrarsi ancora durante l’anno e parte del 2021, auspicabilmente in forma contenuta, pur con qualche rischio di ritorno in autunno, ha innescato una crisi economica che presenta aspetti forse ancora più gravi della malattia, soprattutto per l’Italia.

La Commissione Europea ha annunciato le previsioni del PIL europeo per il 2020, indicando una caduta di -7.7%, cui potrà seguire un rilancio del 6.3% nel 2021.

Gli andamenti più negativi riguardano l’Italia (-9.5%), la Spagna (-9.4%) e la Francia (-8,2%), contro perdite più contenute per la Germania (- 6.5%).

Si tratta della più grave crisi economica dal dopoguerra, la prima recessione a carattere globale, come lo è la pandemia CoVid19, una crisi che creerà pesanti condizioni in termini di occupazione, perdita di attività e mancato reddito.

Come espresso dal Commissario Gentiloni, in Europa recessione e ripresa saranno disomogenee e questo fatto riguarda in primo luogo l’Italia che era già prima in troppo debole recupero dalle precedenti fasi recessive e gravata da elevato debito pubblico.

Se il trend negativo è questo, ci si chiede quali sono gli interventi previsti a livello europeo ed in Italia per limitare i danni ed accelerare la ripresa.

La BCE guidata dalla Lagarde, dopo alcune incertezze, ha rilanciato la politica del Quantitative Easing (QE), cioè di acquisto di titoli pubblici ovvero stampa di moneta per 750 Mld.Euro, una misura già ampiamente promossa dalla BCE di Draghi dal 2015 (Whatever it takes) che ha creato liquidità in questi anni per oltre 2.600 Mld Euro.

Per l’Italia questo intervento è provvidenziale perché garantisce l’acquisto di gran parte dei titoli in scadenza nel 2020 (550 Mld Euro) e frena la crescita dello spread e l’aumento dei tassi d’interesse almeno per il 2020.

Ma è appena uscita una sentenza della Corte Costituzionale tedesca di Karlsruhe che definisce la politica di Quantitative Easing della BCE “sproporzionata” e la accusa di esser intervento di politica economica, non solo monetaria e chiede alla BCE di dare risposte entro tre mesi (una sentenza che si confronta con l’opposto parere della Corte Europea di Giustizia e la posizione della Bundesbank). La sentenza della Corte tedesca è rivolta agli interventi di QE della BCE Draghi dal 2015, è facile pensare il perché della sentenza in questo momento; l’obiettivo è certamente quello di frenare gli attuali interventi della BCE, in una situazione di particolare gravità che potrebbe determinare acquisti indiscriminati rischiando (è la paura dei tedeschi) di monetizzare i debiti dei paesi più indebitati. E non vi è dubbio che le preoccupazioni dei giudici di Karlsruhe siano rivolte in particolare all’Italia, verso cui gli acquisti di titoli pubblici da parte della BCE sono ora più che proporzionali al peso dell’Italia nel capitale della BCE (13,8%), tenuto conto della particolare gravità della crisi che colpisce l’Italia. Ma l’anima tedesca è sempre vigile nei confronti degli “spendaccioni” italiani e del Sud Europa (si è visto cosa si è fatto nella precedente crisi nei confronti della Grecia) e per questo si ritiene di tenerci sotto controllo. In realtà, sembra di capire che da parte della Lagarde ed anche da parte della Merkel, questa sentenza non possa preoccupare troppo e quindi determinare cambiamenti negli interventi QE della BCE, che d’altronde interessano tutti i paesi, data l’eccezionale comune gravità della crisi. Ma comunque sono un segnale da non trascurare.

Certamente, l’azione della BCE è fondamentale, ma è evidente che da parte dell’Unione Europea non si può delegare alla BCE tutti gli interventi per affrontare la crisi. E quindi il Consiglio Europeo deve muoversi. Lo ha già iniziato a fare autorizzando per la prima volta aiuti di stato straordinari alle imprese europee per 1.900 Mld.Euro (superando il tabu degli aiuti pubblici distorsivi della concorrenza). Di questa liberalizzazione se ne è già avvalsa la Germania che ha ricapitalizzato (di fatto nazionalizzato) Lufthansa per 10 Mld. Euro ed altre aziende tedesche in difficoltà e la Francia per Air France con 7 Mld.Euro ed anche altri paesi del Nord Europa. Si tratta di massiccia liquidità immessa nell’economia, con effetti immediati di sostegno. In base a questa decisione, alla Banca federale tedesca per la ricostruzione KfW è consentito di coprire fin al 90% del rischio per finanziamenti fino a 1 Mld.Euro e alcune possibilità sono state estese anche alle banche regionali e Laender.

L’Italia a quanto pare è ferma al palo, perché non dispone di risorse oltreché per ragioni di politica interna, ma rischia così di non poter cogliere tale opportunità, tenendo conto dei termini limitati delle autorizzazioni UE.

Sono in avviamento o in discussione altre misure di intervento dell’Unione Europea a favore degli stati membri sotto forma di finanziamenti garantiti a livello UE a tasso ridotto: il prestito SURE di 100 Mld.Euro a favore della cassa integrazione, il pacchetto fino a 540 Mld.Euro con nuovi prestiti per le imprese da parte della BEI, il MES, il Fondo Salva Stati, creato in occasione della precedente crisi economico-finanziaria e destinato a finanziare interventi in campo sanitario e in base al quale l’Italia può ricevere finanziamenti sino al 2% del PIL cioè 36 Mld.Euro con scadenza 10 anni. Si discute molto in Italia sugli specifici condizionamenti da parte UE previsti dalle procedure del MES che ora verrebbero eliminati o limitati a reportistiche sulle specifiche spese sanitarie (quindi nessun rischio Troika). Il MES, grazie ad un tasso dello 0.1%, cioè zero, appare uno strumento di finanziamento attivabile subito e utile per paesi come l’Italia che opera con tassi elevati ed in più il MES è garantito in sede europea.

Infine, vi è il Recovery Fund, promosso da Francia, Spagna e Italia e passato in linea di principio dal Consiglio Europeo, superando Germania e Olanda che temono una mutualizzazione dei debiti pubblici, in particolare con riferimento alla solita Italia, ma che deve trovare più chiara definizione e potrà avere attuazione solo a partire dal prossimo anno e quindi non avrà impatto sui problemi più urgenti. Il Recovery Fund è comunque un risultato positivo, in quanto il Fondo si finanzia attraverso obbligazioni garantite dall’Unione Europea e può in qualche modo definirsi anche un avvio dei mitici Eurobonds, tanto auspicati, utilizzabili per finanziare grandi progetti infrastrutturali, possibilmente anche transeuropei e non solo nazionali, come auspicava fin dai primi anni ‘90 il presidente della Commissione Europea Jacques Delors. Va tuttavia chiarito che si tratta di finanziamenti e non di elargizioni a fondo perduto, come qualcuno si è immaginato.

In realtà, molto difficilmente questi interventi dell’Unione Europea potranno determinare effettive azioni di rilancio senza squilibri tra i paesi membri, mentre solo una politica fiscale comune (almeno in ambito Eurozona) potrebbe produrre sviluppo equilibrato a vantaggio di tutti i diversi paesi, moltiplicando le sinergie e i processi di integrazione industriale. Va comunque considerato che la crisi pandemica e la grave recessione, che hanno colpito tutti i paesi, hanno spinto il Consiglio Europeo con l’accordo di Germania, ad avviare alcuni processi abbastanza radicali di cambiamento rispetto al passato, in grado possibilmente di far procedere ulteriormente verso nuovi modelli di gestione dell’Unione, in particolare nell’Eurozona.

Tutti i paesi europei e gli USA hanno elargito ed elargiscono, chi più chi meno, a famiglie ed imprese contributi a fondo perduto (helicopter money) per creare liquidità nella fase più critica della crisi. La disponibilità di liquidità è infatti il fattore più urgente. In Italia, si attende l’attuazione degli interventi previsti dal Decreto Maggio di 55 Mld Euro e di questo ci sarà altra occasione di parlarne. Sono in atto finanziamenti garantiti dallo Stato, come i 25.000 Euro al 100% per partite IVA e piccole imprese od altri prestiti garantiti dallo Stato al 90% attraverso il sistema bancario, peraltro ancora con difficoltà e rallentamenti burocratici. Tutti questi interventi straordinari sono a carico di una ulteriore forte crescita del deficit (che sale all’11% del PIL nel 2020) e del debito pubblico (al 160% del PIL), con crescita del costo interessi ed un pesante debito scaricato sulle future generazioni.

Solo una netta ripresa delle attività produttive, degli investimenti innovativi e delle spese di ricerca e formazione con diffusione delle competenze necessarie, in un contesto di più “agile administration” pubblica, potrà consentire di gestire questa difficile situazione per riportare l’Italia in un cammino New Normal.

 

Inserito il:08/05/2020 22:50:30
Ultimo aggiornamento:08/05/2020 23:01:53
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