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Aggiornato al 17/02/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal
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Lorenzo Lotto (1480 – 1556) – Combattimento tra Fortezza e Fortuna avversa

L’Italia che può farcela tra tecnologia e valorizzazione delle sue risorse.

 

Il jobs act rappresenta sicuramente un fenomeno nuovo, con impatti tutti da valutare e stimare. La valutazione e la misurazione delle conseguenze, in termini numerici, scaturite da un provvedimento di legge è qualcosa che sembra esser sempre sfuggito al recinto sacro della politica italiana: quanti esodati, con certezza, ha provocato la legge Fornero? Quanti pensionati?
E' un discorso applicabile a tanti tra i provvedimenti nati dai nostri governi.

Ulteriore aspetto sul quale riflettere con una certa ponderatezza è quello del destino dell'Italia, un tempo settima potenza industriale mondiale,  il paese della piccola e della media imprenditoria.

Moltissimo di ciò che era grande industria è stato smantellato per scelte politiche francamente miopi quando non addirittura oscure e capziose, al limite dell'omertà. La chimica, la cantieristica che ha subito durissimi colpi, il tessile, il calzaturiero, sono interi comparti letteralmente frantumati e sacrificati sull'altare di una economia globalizzata, nella quale – ed è questo il grande dolore – ci sarebbe stato in ogni caso uno spazio significativo per la nostra presenza.

Il peso politico di un governo e di uno Stato si misurano forse anche dalla capacità di sapersi rappresentare, di far valere le proprie ragioni, la propria peculiarità nel consesso internazionale e globale. In questo senso, l'Italia ha perso molti treni per esempio riguardo alla battaglia del “made in “, perché i capitani di industria ed i responsabili oggi in sella al più alto livello hanno perduto il senso della sacralità del  legame con il territorio di origine e di insediamento, che ha rappresentato il dato distintivo e connotativo di tutto il fenomeno di intrapresa economica del secolo scorso.

E che resta una delle caratteristiche del successo delle poche eccellenze nostrane, nel solco di una lunga tradizione che da Leumann e Olivetti arriva a Ferrero e Luxottica e ad altre sparute realtà (gioverebbe forse una carrellata monografica sulle singole vicende, sui tratti in comune tra tutte particolarmente rispetto a temi come il welfare aziendale, per scoprire e ricordare analogie di sorprendente attualità).

Quando le materie prime possono provenire da qualsiasi parte del mondo, subire un processo di prelavorazione, confezionamento o assemblaggio ed essere distribuite ovunque con il marchio “made in “, ci sarà inevitabilmente un tornaconto significativo per ciò che concerne il valore di cassa, ma una perdita di identità, di cultura, di valori da tramandare, di professionalità locale che viene smarrita. Una omogeneizzazione delle sensibilità e delle percezioni, una “Mcdonaldizzazione” totale.

Parimenti la piccola e media impresa ha ancora molta strada da compiere nella capacità di fare squadra, di sapersi proporre anche in termini commerciali con linguaggi innovativi e con scelte di politiche commerciali capaci di aggredire i mercati. Un esempio: il vino italiano è universalmente riconosciuto come uno dei biglietti da visita del nostro paese, ma è ancora faticoso far accettare che un Nebbiolo o un Amarone valgano qualcosa di più di quei pochi euro ai quali troppo spesso li si vede in vendita nei grandi centri della GDO e che vale la pena poter spendere qualche cosa in più per un prodotto che è tipico, unico o rarissimo.  Medesima considerazione per la tutela delle realtà locali, autoctone, che andrebbero preservate e valorizzate quanto l'oro. Un Nerello Mascalese ottenuto dai pendii dell'Etna è qualcosa che deve trovare la sua tutela rispetto ad un gusto internazionale mediamente sintonizzato e indirizzato sul Cabernet, per esempio. Ne va della nostra tipicità e della nostra identità.

Eppure, nel silenzio patrio ad eccezione di Coldiretti, l’Unione europea del rigore nei conti permette che pseudo vino sia ottenuto da polveri miracolose contenute in kit che promettono di ottenere in pochi giorni di ottenere le etichette piu’ prestigiose come Chianti, Valpolicella,  Gewurztraminer, Barolo: sono stati aperti stabilimenti di lavorazione, come la fabbrica svedese di Lindome  che produce e distribuisce centinaia di migliaia di kit ogni anno, da cui si ottengono svariati milioni di bottiglie. Si tratta di centinaia di milioni di euro sottratti alla produzione nazionale.

Idem per prodotti come la pasta italiana. Qualche mese fa Farinetti, il patron di Eataly, scandalizzò affermando che a suo avviso il prezzo di vendita è troppo basso considerata la domanda mondiale. Non credo abbia tutti i torti.

Sul versante di ciò che resta nell'ambito della grande azienda, va poi detto che insieme al jobs act, come opportunamente osservano le figure più competenti e gli addetti ai lavori, occorre tornare ad una seria politica di investimenti nella ricerca. Il successo, l'affermazione, la possibilità di cavalcare e di scollinare le salite impervie che questa economia globalizzata impone, risiedono anche e soprattutto nel saper vedere in anticipo e nel voler introdurre innovazione di processo, di materiali, di tecnologia. La crisi di interi comparti, come il metalmeccanico, in alcune nazioni è stata affrontata con un patto serio tra organizzazioni datoriali e sindacali, vere e proprie alleanze che hanno avuto il merito di rinsaldare un patto sociale in Italia ormai completamente sfaldato. Penso a quanto fatto da Volkswagen. A casa nostra invece, il sindacato stenta ad avere un vero ruolo propositivo e di visione, alternativo. Si rimane sul terreno della contrapposizione, e l'immobilismo in questo senso è stato agevolato da un sistema di ammortizzatori sociali che in questi anni non ha esplorato percorsi altri rispetto alla cassa integrazione. Una cassa integrazione che non ha mai risolto nulla e che, concepita decine di anni addietro, ha forse esaurito il proprio compito.

Ultimo accenno alla grande industria italiana: soffriamo di un capitalismo familiare talvolta pernicioso e di una bassissima capitalizzazione.

Le vicende del comune di Roma, gli ultimi scandali a Palermo, le probabili nuove elezioni regionali in Piemonte (la raccolta di firme false per una lista a favore dell'ex governatore Cota, sembra si sia ripetuta anche con il nuovo governatore ed ex sindaco di Torino), l'imbarazzo creato dalla vittoria nelle primarie campane da parte di De Luca, impongono una seria riflessione sulla classe politica. Forse il vincolo di uno o due mandati, proposto da qualche formazione parlamentare, non è del tutto sbagliato. C'è una necessità drammatica di pulizia, che purtroppo non potrà essere incarnata soltanto dall'understatement – lodevole- del presidente della Repubblica, o dal ritorno del Presidente del Consiglio al treno o all'automobile (e alla fine scelga, sposti a Roma la famiglia o accetti l'idea che il proprio ruolo ha degli oneri e impone sacrifici anche sul piano affettivo).

Il dramma, dal massimo esponente della politica locale al vigile romano che decide di stappare la bottiglia di fine anno con amici e parenti anziché prestare servizio, è in un senso di impunità dettato da un sistema processuale farraginoso e bloccato (altro che certezza della pena) ed in una mancanza di professionalità, di attaccamento al proprio mestiere.

La politica chiede cambiamenti, talvolta li impone, ma non riesce ad emendare sé stessa, si salvaguarda, si protegge e si tutela nei decenni. L'antipolitica che sfocia nel massimalismo e nel qualunquismo non si combatte attraverso il conio di aggettivi o definizioni, quanto piuttosto eliminando la piaga del voto di scambio, vigilando sulla regolarità delle assunzioni nelle aziende, stigmatizzando il nepotismo che domina nelle università e nelle aziende sanitarie locali (laddove i direttori generali fanno spesso ciò che la propria convenienza immediata impone, raggirando criteri e vincoli di legge), combattendo seriamente la piaga dell'evasione fiscale.

Ed evasione fiscale e sistema giudiziario, beneficerebbero, e ne hanno un bisogno drammaticamente urgente, di un importante piano nazionale che riesca finalmente a federare e a normalizzare banche dati, archivi, sistemi di informazione. Che smaterializzi le tonnellate di faldoni e faldoni a vantaggio di una informazione potente e veloce al servizio dell'amministrazione pubblica, della giustizia, e del cittadino. Non è possibile, oggi, nel 2015 dopo Cristo, recarsi in un presidio ospedaliero pubblico ed essere dei perfetti sconosciuti perché i propri dati non esistono, o sono datati 15 o 20 anni addietro. Tutto deve essere in formato compatibile, leggibile, in qualunque parte del paese o quantomeno della regione di appartenenza.

La propria storia sanitaria dovrebbe stare in una tessera, in un chip come quello di una carta di credito o di un bancomat. Certo, ne nascerebbero problemi di tutela dei dati in caso di smarrimento o furto, ma il problema di una informatizzazione del sistema complessivo esiste. Anche in termini di disponibilità dei posti nei nosocomi in caso di urgenze, come dimostrano gli ultimi angoscianti resoconti della cronaca.

Come può combattere l'evasione fiscale  uno Stato  che non ha certezza nemmeno delle informazioni minime riguardanti i propri cittadini e contribuenti? Se ci sono migliaia di persone che sembrano essere “sparite”, non esistere, che spostano residenze in funzione di regimi fiscali più agevoli alla stessa frequenza con la quale ci si cambia la camicia?

Una parte di evasione, o di elisione od elusione è poi legalmente garantita a tutte quelle multinazionali che operano dislocandosi nel mondo  e che  insediano la sede legale e pagano le tasse laddove vi è un regime di tassazione più conveniente. E' una delle distorsioni del sistema con cui dover fare i conti, prima o poi.

Perchè sarà pur vero che gli asini non volano, ma che possano volare non ce lo stanno raccontando soltanto alcuni partiti. Ce lo stanno raccontando, forse in modo diverso, un po' tutti. E fa davvero male vedere un paese crollare, inabissandosi nello scontro sterile, nella polemica e nella contrapposizione becera ed inutile, quando intorno ci sono ancora così tante potenzialità e così tanta bellezza.

 

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Inserito il:06/03/2015 12:33:47
Ultimo aggiornamento:18/03/2015 19:53:19
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