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Aggiornato al 16/12/2017

David Ralph (Red Bank, New Jersey, USA, 1964 - ) - Diversity

 

Inflazione e globalizzazione

di Simone Fubini

 

In Europa e negli Stati Uniti la ripresa economica sta accelerando in termini di crescita del PIL, ma l’inflazione rimane ferma attorno all’1% in contraddizione alla cosiddetta “Curva di Phillips” che collega la crescita dell’inflazione alla crescita economica.

Inoltre l’aumento del PIL ha poco effetto sull’occupazione.

Di questo andamento se ne discute anche a livello delle Banche Centrali che non hanno completamente chiarito le cause alla base di questo fenomeno (recenti dichiarazioni di Janet Yellen della Federal Reserve), ma certamente incidono la globalizzazione dell’economia, e gli effetti dell’evoluzione tecnologica, due fenomeni che in realtà si autoalimentano.

Le conseguenze sono la stagnazione della massa monetaria che alimenta i consumi correnti, causata sia dalla riduzione dei prezzi dei prodotti e servizi, sia quella contemporanea della dinamica salariale, per la ridotta forza contrattuale della forza lavoro.

Lo sviluppo delle grandi imprese del Web che operano con piattaforme globali per offrire beni e servizi, hanno avviato un trend inarrestabile di riduzione prezzi.

Inoltre, le statistiche degli ultimi anni indicano che l’evoluzione dei modelli di business di queste imprese globali creano valore aggiunto in cui la quota prodotta dal capitale diviene sempre più significativa rispetto a quella prodotta dal lavoro, riducendo conseguentemente il potere negoziale dei lavoratori. D’altronde il lavoro si può trovare ovunque nel mondo in termini economicamente più favorevoli attraverso le delocalizzazioni.

Dai dati di bilancio dei colossi del Web risulta inoltre che la grande liquidità generata viene utilizzata solo in piccola parte per finanziare lo sviluppo del loro business, ma viene soprattutto impegnata in investimenti finanziari spesso a breve, quindi limitando la crescita della forza lavoro.

Un altro effetto che pesa negativamente sul fronte lavoro è la continua crescita dell’impiego nella cosiddetta “GIG economy” e nei lavori a bassa retribuzione, includendo le attività legate ad esempio ai servizi di trasporto, di logistica, di accoglienza basati sulle piattaforme informatiche, nei servizi alle persone o negli interventi after sale.

Mentre il cosiddetto proletariato industriale diviene una categoria privilegiata di persone ad alta qualificazione con contratti a tempo indeterminato, si sta così creando una categoria sociale di semi occupati, precari, lavoratori remunerati a ore o comunque a incarico saltuario o limitato nel tempo, “self employer” (ad esempio autisti di Uber, sviluppatori di Apps spesso di dubbio successo e scarsa remunerazione).

Questa categoria di occupati nei vari paesi (ad esempio in Inghilterra) si pensa copra ormai il 30% della forza lavoro ed ha come conseguenza la crescita di una disuguaglianza tra i ceti sociali.

Consuntivando tutti questi aspetti si può pensare che l’attuale trend di stagnazione dell’inflazione non potrà certo mutare sul breve periodo perché legato ad una trasformazione in atto del sistema socio-economico mondiale; se ne dovrà tener conto nei piani finanziari, economici e di welfare nei vari paesi.

In particolare l’Italia non potrà illudersi di ridurre il peso dell’indebitamento pubblico grazie ad un’inflazione crescente, ma dovrà cercare di ridurlo e favorire i molti punti di forza del paese. Tra questi l’industria manifatturiera composta da innumerevoli piccole e medie industrie innovative, che richiedono un’occupazione qualificata, oggi addirittura insufficiente come disponibilità, in particolare: meccatronica, moda, design, artigianato industriale, agricoltura ed enogastronomia di qualità, turismo, rilanciando inoltre i grandi investimenti in infrastrutture per proteggere e valorizzare l’enorme patrimonio ambientale e culturale.

 

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Inserito il:30/09/2017 11:13:42
Ultimo aggiornamento:30/09/2017 11:20:19
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