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Aggiornato al 14/10/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal
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Rodolfo Guzzoni – “Le cose non dette” - 2011


Olivetti, nostalgie e rimpianti di uno qualunque.

 

Negli ultimi anni si è fatto e tuttora si continua a fare un gran parlare della Olivetti, di Adriano Olivetti, di Carlo De Benedetti, dei valori che questa azienda ha avuto per merito di Adriano e che ha mantenuto in parte sino alla fine. Appunto, sino alla fine!  

La fine della Olivetti è sempre sfiorata, non è commentata in modo adeguato e completo, quasi sia da considerare normale che una azienda, qualsiasi azienda, anche la più bella, la più interessante, in ogni parte del mondo, debba morire non per colpa di qualcuno o di situazioni particolarmente avverse, ma naturalmente.

In altri termini si continua a parlare del capolavoro di Adriano Olivetti, della sua creatura, dei suoi valori, della sua capacità di integrare innovazione, organizzazione, talento e partecipazione dei lavoratori, della sua visione strategica contemporaneamente territoriale e internazionale, del suo modo di guardare al futuro investendo all’interno e guardando costantemente all’esterno per acquisire conoscenza ed esperienza e per migliorare la capacità di ricerca dell’impresa ed anche per accelerarne il percorso in modo da mantenere un posto sempre di prima fila sul mercato (cose oggi considerate normali ma allora erano pura eresia per qualsiasi imprenditore). Si continua a parlare di tutto questo, ma si continua a tacere o quanto meno ad essere molto approssimativi sulla morte, sul fallimento definitivo di questa splendida azienda.

L’ultima versione è quella che accomuna la Olivetti e la sua fine alla fine di tutte le aziende informatiche europee, e non solo, del secolo scorso, quasi come se  fosse  assolutamente naturale questo fenomeno (era già successo con i dinosauri per esempio) per lasciare il posto a nuovi protagonisti con altre idee e altre tecnologie. Anzi, si dice, la Olivetti (unica tra queste vecchie) si è trasformata in azienda di telecomunicazioni e la sua, in pratica, incorporazione nella Telecom Italia (che dovrebbe forse, giuridicamente parlando, chiamarsi Olivetti) le  ha consentito una vita più lunga, anche se diversa, rispetto ai concorrenti dell’epoca.

La realtà è che Adriano Olivetti è stato un visionario e che ha creato una impresa con dei valori e con dei talenti in un periodo nel quale tra l’altro i valori e i talenti erano visti male nel mondo imprenditoriale e non solo. Ha commesso degli errori ai quali probabilmente avrebbe con coraggio posto rimedio se avesse avuto la fortuna di vivere il tempo necessario per farlo (al suo funerale sarebbe andato persino il Presidente del Governo come ora giustamente avviene per Michele Ferrero).

Ed un’altra verità è che dopo di lui la Olivetti è stata una azienda normale, come tutte le altre, con i suoi difetti, con le sue mediocrità, con i suoi errori e con qualche retaggio coltivato da pochi sacerdoti e capito e seguito da pochissimi. Ha avuto il lampo di Carlo De Benedetti che è arrivato per far soldi e per cogliere la opportunità di rientrare nella stanza dei grandi personaggi imprenditoriali di respiro internazionale dopo l’esperienza poco felice fatta in Fiat, come è naturale per qualsiasi imprenditore, e che è riuscito a fare grandi cose nella prima fase della sua presenza e del suo lavoro, disperdendo poi, purtroppo, i risultati ottenuti distraendosi troppo per inseguire troppo ed a causa di alcuni errori sulle persone che ha chiamato (nella seconda parte della sua presenza appunto ) a far parte del suo management.

Di un protagonista di rilievo il ruolo andrebbe approfondito, invece di venire considerato, come molti sono soliti dire, poco influente, e cioè quello del Presidente, il Prof. Bruno Visentini (chi ci fa caso sa che se ne parla pochissimo, quasi sottovoce). Entrato in azienda con il gruppo di intervento poco dopo la morte di Adriano vi è rimasto per circa venti anni praticamente fino quasi al termine della vita della stessa azienda  come Presidente e deus ex machina.

Bruno Visentini ha scelto tutti gli amministratori delegati dopo la morte di Adriano a partire dalla presa di potere da parte del gruppo di intervento (da Aurelio Peccei, culturalmente il più vicino al mondo Olivetti di allora, e che è poi riuscito a cacciare, come tutti gli altri del resto uno dopo l’altro sino alla cessione dell’impresa a Carlo De Benedetti), ha protetto l’azienda da partecipazioni ed ipotesi esterne (vedi piano Beltrami già concordato con Cuccia) quando avrebbe avuto bisogno di capitali per investire e programmare il futuro, allo scopo di proteggere la famiglia che aveva ereditato da Adriano (qualcuno dice anche per difendere  il suo ruolo e la sua presenza).

Ha impedito a Roberto Olivetti, figlio di Adriano ed erede della sua visione, di continuare l’opera del padre facendolo sì amministratore delegato dopo Aurelio Peccei, ma limitandone i poteri in modo sostanziale affiancandogli un altro amministratore delegato espressione del “sistema” di Ivrea (e cioè il capo della Direzione Acquisti della Direzione Tecnica, l’ing. Guido Jarach). Ha dovuto nominare Ottorino Beltrami amministratore delegato spinto dal mercato e dalla situazione dell’impresa, ma condizionandolo pesantemente, prima tentando di affiancargli come amministratore delegato Paolo Volponi (che poi come conseguenza per motivi di opportunità ha lasciato la Olivetti per andare alla Fondazione Agnelli prima di darsi definitivamente alla politica) e, dopo il rifiuto di Beltrami di accettare la condivisione della funzione,  tenendo per se alcune deleghe operative come la finanza, la politica del personale e quella della comunicazione.

Alla fine è l’uomo che ha venduto la Olivetti per poco, come dicono in tanti, a Carlo De Benedetti (ma a quel punto era quello che valeva). È rimasto Presidente anche con Carlo De Benedetti azionista di riferimento e amministratore delegato, forse perché faceva parte degli accordi della transazione, ed ha assistito a tutto lo svolgersi della vita dell’azienda da un certo momento in poi avviata inesorabilmente verso la fine (molti lo avevano capito, mentre tanti altri giocavano a non capire o a pensare ai propri affari).

Quanto ha capito, quanto ha coperto, quanto ha dovuto o voluto lasciar fare Bruno Visentini non lo sapremo mai completamente, ma qualche area di mistero qua e là permane ed è legittimo dubitare.

Comunque dei motivi per cui questa azienda, creata con tante splendide premesse e portata avanti da un uomo (Adriano Olivetti) anche contro l’invidia e l’opposizione talvolta violenta della famiglia (ad un certo punto era stato pure estromesso) è fallita, è finita, non se ne parla e tutto rimane sospeso a mezz’aria con fondazioni, archivi, associazioni, gruppi di amatori che parlano spesso (in seminari, articoli, dibattiti, libri) con riferimenti tenui ad una verità non completamente dispiegata e ancor più spesso, infatti, costruendo teorie e ipotesi inesistenti.

Nessuno parla del ruolo di Ivrea e degli apparati aziendali tecnici e amministrativi dell’impresa che ne hanno sempre influenzato le scelte e imposto soluzioni e persone e che hanno costituito sempre un vero “sistema” di potere. Adriano lo aveva capito ma il suo carisma e la sua forte e indiscussa leadership gli avevano consentito di domare e controllare questa forza.

Il sistema di potere di Ivrea come tutti i sistemi di potere riusciva  a manifestare arroganza e prevaricazione e spesso riuscì ad imporre scelte poi nel tempo rivelatesi errori. Quanto ha inciso questa situazione nella vita e nella fine soprattutto della Olivetti? Nessuno lo ha calcolato o ipotizzato, ma certamente  molto.

Ma nessuno ne vuole o ne sa parlare, mentre gli uomini che facevano parte di quell’apparato e che sono sopravvissuti continuano ancora oggi con molta prosopopea a spiegare a destra e a manca quanto erano bravi, quante meraviglie tecnologiche sono riusciti a fare e peccato che l’azienda aveva una pessima struttura commerciale, che tra l’altro sceglieva  brutti clienti.

Sulla pessima struttura commerciale basterebbe ricordare i riconoscimenti che sempre a livello internazionale a questo settore sono stati dati  anche dopo la fine dell’azienda e i tanti successi perseguiti anche talvolta  con politiche e prodotti non proprio al top di tutto. Mentre sui brutti clienti è fondamentale ricordare che i clienti sono come i parenti e cioè non si possono scegliere, al massimo si può non frequentarli (e poi gestirsi il rischio della solitudine che per una impresa è ancora più grave che per una persona).

La Olivetti in altri termini, come tutto quello che avviene in questo paese, è l’esempio di come le cose possono andare in rovina senza colpevoli, senza che nessuno paghi, senza che siano individuate responsabilità ed errori, a prescindere che ci sia buona o mala fede. I motivi ci sono e si possono capire, ma anche in questo caso nessuno ha voglia di parlarne. L’omertà si può manifestare infatti in tanti modi!

 

Inserito il:18/02/2015 18:00:02
Ultimo aggiornamento:03/03/2015 19:42:58
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