Aggiornato al 08/08/2022

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

Victor Olennikov (Khabarovsk, 1940 -   ) – Kremlin (Oil on canvas)

 

L’economia della Russia sotto le sanzioni

di Vincenzo Rampolla

 

I dati reali, non manipolati, dicono che l’economia della Russia è in serie difficoltà. La produzione di gas è ai livelli più bassi dal 2008 e le esportazioni ai minimi dal 2014. Nel mese di luglio Gazprom, la società produttrice di gas controllata dal Governo russo, ha prodotto in media 774 M m³ di gas naturale al giorno. Si tratta del valore più basso dal 2008, -14 % rispetto a giugno. Nel 2022 finora la produzione di Gazprom ammonta a 262,4 Mld m³, il -12% su base annua e conta di produrre 494,4 Mld m³ entro fine anno, - 4 % rispetto al 2021.

Il calo della produzione domestica si abbina a una forte diminuzione delle vendite all’UE, mercato primario, dovuta al deterioramento dei rapporti tra Occidente e Russia dopo l’invasione ucraina.

I flussi di gas attualmente passanti per il Nord Stream 1, la condotta tra la Russia e la Germania, cubano soltanto il 20 % della capacità dell’impianto. Le forniture passanti per l’Ucraina, territorio di transito fondamentale del gas russo, sono scese a - 40 % dei volumi definiti dai contratti. A maggio Gazprom ha azzerato il gasdotto Yamal-Europe, che arriva in Germania passando per Bielorussia e Polonia.

Mancano dati precisi sulle esportazioni di Gazprom, ma secondo i dati di Bloomberg, a luglio ha venduto una media di 206 M m³ di gas al giorno ai Paesi non appartenenti all’ex-Unione sovietica. È il minimo dal 2014, nonché -22 % dai livelli di giugno.

Le esportazioni di Gazprom nei suoi mercati chiave sono in calo da 4 mesi consecutivi.

Il pur forte aumento delle forniture alla Cina non è dunque bastato a compensare il ridotto accesso all’Europa: mancano innanzitutto gli impianti di esportazione e poi il mercato cinese per ora non garantisce le stesse entrate di quello europeo.

Anche se la Russia è attualmente la principale fornitrice di gas naturale dell’UE, ha una quota del 40 % sul totale importato a livello comunitario e un flusso dal volume annuo di 155 Mld m³. L’invasione dell’Ucraina ha indotto i Paesi membri a darsi da fare per svincolarsi il prima possibile dalle forniture di idrocarburi russi (l’Italia, ad esempio, sta puntando sull’Africa) e Bruxelles potrebbe decidere di estendere il blocco agli acquisti energetici da Mosca, finora limitato al carbone, anche a petrolio e gas: la mossa avrebbe un impatto significativo sulle finanze del Cremlino, le cui rendite dipendono dalle vendite di combustibili fossili all’estero, e un contraccolpo altrettanto importante sull’economia europea, vista la situazione di dipendenza.

Su Limes, M. Nicolazzi, professore di Economia delle risorse energetiche all’Università di Torino, ha dichiarato: Il problema è che i russi non possono fare a meno di noi; ma anche noi sembra che non possiamo fare a meno di loro. Il 40% del gas, il 27% del petrolio e il 46% del carbone che importiamo viene dalla Russia; e soprattutto non è immediatamente sostituibile. Applicare l’embargo del fossile russo sarebbe la vera sanzione, che però è anche un’autosanzione; finora solo Paesi che non importano petrolio russo hanno aderito entusiasticamente, come gli Usa. In realtà nel post-Covid il prezzo del gas a dicembre è arrivato a sestuplicare da inizio anno e l’inflazione Usa è arrivata al 7% tra ottobre e novembre, ben prima del 24 febbraio, inizio guerra.

La Russia sembra destinata a perdere quote nel mercato energetico europeo, se non a perdere del tutto l’accesso. Nell’immediato, così come l’Europa non potrà sostituire gli idrocarburi con quelli di altri fornitori, così Mosca non potrà sostituire il mercato europeo con altri altrettanto voluminosi. La Russia, comunque, sta lavorando per dotarsi di maggiori capacità di esportazione di gas naturale in Cina, su cui sta puntando massicciamente per sostituire la capacità a carbone e rispettare l’impegno per l’azzeramento netto delle emissioni di gas serra entro il 2060.

Nel 2021 la Russia ha esportato in Cina 16,5 Mld m³ di gas liquido e via gasdotti, volumi certo non stratosferici e il mercato cinese comunque non si rivelerà per la Russia redditizio quanto quello europeo perché, dopo lunghe trattative sui prezzi, Mosca ha accettato di vendere il combustibile a Pechino con un forte sconto. Per l’Europa, inoltre, la Russia è una sorgente indispensabile di gas, una condizione che ha garantito al Cremlino una certa leva politica sull’Europa, mentre non lo è per la Cina, poiché possiede molti fornitori alternativi: Turkmenistan, Kazakistan, Qatar, Australia e Usa, via metaniere. Pechino presta molta attenzione alla sicurezza energetica e difficilmente, nel contesto geopolitico attuale, si metterà nelle condizioni di passare dalla dipendenza attuale dalle rotte marittime controllate dagli Usa a una dipendenza futura dai giacimenti russi. Lo scorso febbraio, prima dell’invasione dell’Ucraina, Russia e Cina hanno annunciato un accordo sul gas naturale per 48 Mld m³/anno: 10 Mld verranno spediti dalla Russia alla Cina attraverso una rotta nell’estremo oriente, passando per l’isola di Sachalin all’interno del gasdotto Sachalin-Chabarovsk-Vladivostok. La tubatura possiede attualmente una capacità di 8 Mld m³/anno, ma Gazprom intende portarla a 30 Mld. I restanti 38 Mld m³ annui riguardano invece la condotta Forza della Siberia, entrata in funzione alla fine del 2019, che al momento con 14 Mld, non dispone di tale capacità e dovrebbe raggiungerla nel 2025. La Russia allora potrebbe dotarsi di ulteriori 50 Mld m³ di capacità di esportazione verso la Cina con l’avvio di Forza della Siberia 2, un gasdotto che attingerà alle stesse riserve nella penisola Yamal che riforniscono l’Europa. Ma l’infrastruttura non c’è ancora…

Nel secondo trimestre del 2022 l’economia della Russia si è contratta del 4 %, dopo essere cresciuta del 3,5 % nel periodo precedente. A giugno ha subìto un calo di - 4,9 %, a maggio era stato - 4,3 %.

Il Governo russo sostiene tuttavia che l’economia nazionale è solida, e che le sanzioni internazionali stiano danneggiando piuttosto l’Occidente; tipico atteggiamento di Putin, mentre uno studio di fine giugno dell’Università di Yale contesta le cifre del Cremlino. Gli autori hanno utilizzato i dati sui consumi e sul commercio russo per misurare l’attività economica complessiva del Paese 5 mesi dopo l’inizio della guerra. Attraverso l’analisi di questi indicatori hanno constatato che: Il ruolo di Mosca di esportatrice di materie prime sia stato intaccato notevolmente, e come il Paese abbia dovuto riorientarsi verso l’Asia per compensare il minore accesso ai mercati europei, quelli storicamente di riferimento. Negli ultimi mesi, inoltre, le importazioni russe sono crollate e il Paese sta avendo difficoltà a garantirsi gli approvvigionamenti di componenti e tecnologie. In mancanza dei prodotti di base, conclude lo studio, la Russia potrebbe non riuscire ad avanzare nell’innovazione industriale, perdendo competitività. L’uscita dal Paese di almeno un migliaio di aziende straniere si è tradotta in un impatto sul Pil russo del 40 %. Il bilancio governativo è andato in deficit per la prima volta e le finanze del Cremlino sarebbero in condizioni decisamente più disastrose di quanto comunemente dichiarato. Lo scarto tra percezione e realtà è alimentato dal fatto che il Governo russo diffonde al pubblico solo gli indicatori economici più favorevoli, così da legittimare la sua narrazione vincente, evitando di pubblicizzare gli altri dati. I dati sulla produzione industriale nel mese di giugno, ad esempio, dicono che la produzione automobilistica è diminuita dell’89 %, quella di cavi in fibra ottica circa dell’80 % e quello di gas naturale circa del 33 %.

 (consultazione:        startmagmarco dell'aguzzo; bloomberg; limes – prof.nicolazzi; yale university - finland institute for emerging economies - iikka korhonen)

 

Inserito il:05/08/2022 12:04:08
Ultimo aggiornamento:05/08/2022 12:09:31
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