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Aggiornato al 21/04/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

 

Il Patent Box all’italiana: l’integrazione europea nell’era della concorrenza fiscale

di Libero Belli – Action Institute

 

Si avvicina il 31 maggio, termine ultimo fissato dal Fisco per integrare le documentazioni presentate entro il 31 dicembre scorso per accedere alle agevolazioni concesse dal patent box. Il regime italiano presenta alcune unicità ed ha creato alte aspettative di rilancio. Action Institute prova ad analizzarne la portata mettendo inoltre in luce degli spunti che andrebbero affrontati a livello Comunitario.

“Dobbiamo analizzare questa pratica e discuterla in Europa… Sorge il dubbio che venga adottato solo per attrarre aziende”. Con queste parole il Ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, ha più volte criticato l’adozione del Patent Box da parte di alcuni paesi europei, ritenendola una forma di concorrenza fiscale dannosa, i cui effetti sarebbero in contrasto con lo spirito dell’UE.

Il Patent Box, in estrema sintesi, consente alle imprese la parziale esenzione dei redditi derivanti da beni immateriali. Inoltre, permette la detassazione delle plusvalenze (c.d. capital gains) derivanti dalla cessione di beni immateriali, a condizione che l’impresa ne reinvesta almeno il 90% in attività di Ricerca e Sviluppo.

Per quanto introdotto, con sfumature ed aliquote diverse all’interno dei vari paesi europei, gli obiettivi originali del patent box sono: ridurre il carico fiscale per le imprese che investono in ricerca e sviluppo, incentivare l’innovazione ed aumentare l’attrattività del Paese nei confronti degli investitori stranieri. Ad esempio, in Gran Bretagna, a fronte di un minor introito fiscale, l’adozione dello strumento ha portato il colosso farmaceutico Glaxo Smith Kline ad investire oltre 500 milioni di sterline in nuovi stabilimenti e alla creazione di migliaia di nuovi posti di lavoro.

L’Italia ha introdotto questo regime a fine dicembre 2014 con la Legge di Stabilità. Anche alla luce della recente “fuga” di grandi gruppi italiani verso il Lussemburgo, il Legislatore italiano si è ispirato proprio al modello vigente questo Paese, estendendo le agevolazioni fiscali non solo ai brevetti, ma anche ai marchi. Tuttavia, come riportato all’interno del Policy Brief “InnovAction Life Sciences”, secondo Action Institute questa scelta ha effetti distorsivi di non trascurabile impatto.

Innanzitutto, lo scopo originale del patent box è agevolare le attività in ricerca e sviluppo, i cui frutti – i brevetti – sono per natura molto costosi e con una protezione limitata nel tempo. Per cui, a fronte di un grande investimento iniziale, l’impresa ha pochi anni per beneficiare delle proprie scoperte prima di venire “copiata” dai concorrenti. Questo problema ovviamente non si applica ai marchi che per loro natura non hanno scadenza.

Secondo, il patent box originariamente voleva sussidiare i brevetti delle aziende europee, specialmente le PMI, che devono affrontare ingenti costi burocratici, cinque volte maggiori rispetto a quelli americani, e che spesso inducono le aziende a rinunciare. Il problema ovviamente non si pone per i marchi la cui registrazione non supera le poche centinaia di euro.

Terzo, le attività ad alta intensità di ricerca hanno effetti estremamente positivi sul tessuto economico e sociale di un paese, vantaggi che vanno ben oltre quelli legati al profitto della singola impresa. Di qui nella valutazione dell’opportunità non meramente economica di favorire queste, molti paesi europei hanno scelto di adottare il patent box. Al contrario, favorire la registrazione di nuovi marchi trova sicuramente consenso all’interno del mondo imprenditoriale, ma non presenta certo gli stessi benefici né a livello sociale né a quello di sistema.

Infine, l’applicabilità del patent box ai marchi costituisce un costo per la finanza pubblica. Impatto che non si giustifica quando confrontato con i benefici attesi.

Sebbene nel lungo periodo si auspichi il superamento delle logiche competitive tra i vari paesi UE, Action Institute propone dei correttivi al patent box all’italiana all’interno del Policy Brief “InnovAction Life Sciences”. Pur vedendo con favore l’introduzione della normativa. l’Action Tank propone l’allineamento alle best practices europee per ridurre l’incentivo che le aziende italiane hanno a spostarsi laddove il patent box risulta essere più “generoso”. In secondo luogo, escludere la registrazione di marchi dall’agevolazione reindirizzando cosi risorse verso le realtà impegnate maggiormente sulle attività di ricerca e sviluppo.

 

(Cliccate per continuare la lettura su Action Institute.org)

 

Autore: Libero Belli

 

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Inserito il:19/05/2016 09:06:10
Ultimo aggiornamento:19/05/2016 09:13:48
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