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Aggiornato al 19/11/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

 

Sharing Economy: in pochi anni da fenomeno emergente a realtà predominante.

 

L’UE ha lanciato una consultazione pubblica riguardo all’economia collaborativa ed alle piattaforme web-based i cui risultati parziali sono stati pubblicati a fine gennaio 2016. Da questi si evince come la grande maggioranza di cittadini ed imprese ritenga che ci siano normative ed altri ostacoli allo sviluppo di esse in Europa. L’incertezza circa i diritti e gli obblighi di utenti e fornitori rappresentano, secondo l’opinione più diffusa, la barriera più rilevante. Action Institute intende analizzare la portata rivoluzionaria di tale fenomeno ed i possibili risvolti normativi.

 

Il 44% degli adulti statunitensi risulta avere familiarità con la sharing economy. Ma in cosa consiste esattamente tale fenomeno, di assai recente diffusione? Secondo Benita Matofska “l’economia della condivisione è un ecosistema socio-economico costruito intorno alla condivisione di risorse umane e materiali. Esso comprende la condivisione di creazione, produzione, distribuzione, commercio e consumo di beni e servizi da parte di persone ed organizzazioni differenti”. Sempre secondo Matofska, gli elementi costitutivi di tale ecosistema socio-economico sono 10 e consistono nei seguenti: persone, produzione, valore e sistemi di scambio, distribuzione, pianeta, potere, legge in comune, comunicazioni, cultura e futuro.

Particolarmente qualificante risulta l’elemento “valore e sistemi di scambio”, riguardo al quale si può affermare che la sharing economy è un’economia ibrida che tende a superare il tradizionale schema di scambio di prestazione contro denaro a beneficio di una varietà più sfumata di forme di scambio, incentivi e processi di creazione del valore. Questo infatti non consiste più soltanto nel valore meramente materiale e finanziario, ma anche in quello immateriale, ad esempio sociale ed ambientale; per una ragione di rispetto dell’ambiente, ma anche più in generale di attenzione a non sprecare ciò che si possiede, l’economia di condivisione incoraggia l’uso più efficiente delle risorse.

Tale sistema di incentivi ibrido motiva le persone ad impegnarsi in attività produttive tradizionalmente di competenza delle imprese. Le risorse degli individui sono quindi distribuite e ridistribuite tramite un sistema efficiente ed equo su scala locale, regionale, nazionale e globale: il pianeta è pertanto posto al centro del sistema economico e la creazione di valore avviene in sinergia con le risorse ambientali disponibili. Con la condivisione di beni tra cittadini vi è dunque una redistribuzione economica e sociale del potere e dei processi decisionali, in un sistema democratico che tramite le leggi incoraggi la partecipazione di massa delle persone a tutti i livelli ed alimenti una cultura di bene condiviso e sostenibile, in una visione sempre a lungo termine ed orientata al futuro.

Oggi piattaforme web-based come Airbnb, tramite cui si condividono abitazioni ed alloggi per un numero di notti prestabilito ad un compenso mediamente minore rispetto ad un albergo, ed Uber, con la quale si offrono o ottengono passaggi in automobile ad un prezzo inferiore rispetto al taxi, stanno vivendo una crescita esplosiva. Nella seconda metà del 2014 si stimava che il valore della prima fosse di 10 miliardi di dollari e quello della seconda di 18 miliardi. Inoltre, per rendere ulteriormente l’idea, si calcola che la media di utenti di Airbnb per notte sia di 425.000 persone, circa il 22% superiore a quella dei clienti di Hilton Worldwide.

Per quanto riguarda Uber, si può affermare che nell’ultimo anno ci sia stata una crescita ulteriore di valore definibile addirittura tumultuosa: si è cioè passati dai sopraccitati 18 miliardi del 2014 ai 68 miliardi di valutazione nel dicembre 2015. Uber, in altre parole, essendo nata nel 2009 ha impiegato appena 6 anni di esistenza per superare il valore di società automobilistiche storiche e centenarie come General Motors e Ford ed anche quello di società leader nel settore dell’autonoleggio come Avis e Hertz. Il successo di tale piattaforma, d’altro canto, si è rivelato dannoso per i taxi tradizionali, i quali sono fortemente regolati e caratterizzati dalle licenze, che i tassisti devono obbligatoriamente acquistare ma difficili da ottenere. Ebbene, l’avvento di Uber ha fortemente ridotto il valore delle licenze, poiché queste adesso non proteggono più dalla concorrenza ed i tassisti, non essendo più in grado di venderle come previsto in passato, non sono finanziariamente protetti da tali svalutazioni.

(Cliccate per continuare la lettura su Action Institute.org)

 

Autore: Daniele Bucello

Inserito il:04/05/2016 12:12:00
Ultimo aggiornamento:04/05/2016 12:27:39
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