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Aggiornato al 24/10/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

 

La risposta europea alla crisi occupazionale, la strategia Europa 2020.

 

"Inaccettabilmente elevato". Così l'ex Commissario Europeo per l'occupazione, affari sociali e inclusione Lázló Andor ha definito il livello di disoccupazione in Europa, la cui impennata è una diretta conseguenza della recessione che ha colpito il vecchio continente nel 2011.

Infatti, se le misure di stimolo fiscale adottate in molti paesi subito dopo lo scoppio della crisi hanno aiutato a mitigare la riduzione del Pil e l'aumento della disoccupazione sia negli Stati Uniti che in Europa, le due economie hanno poi cominciato a divergere. A partire dal 2011, gli Usa hanno continuato sperimentare un aumento della crescita e dell'occupazione, mentre in Europa l'assenza di un prestatore di ultima istanza e di meccanismi comuni per gestire crediti inesigibili e il crollo della domanda interna hanno provocato una doppia recessione. Lo spostamento di capitale umano e finanziario dai paesi meno stabili a quelli più stabili ha enormemente aumentato la polarizzazione finanziaria ed economica, con drammatici risvolti sul fronte occupazionale.

Come riportato da Eurostat, all'inizio del nuovo secolo il numero di disoccupati in Unione Europea era di circa 20 milioni di persone (9.2% della forza lavoro totale). Dal 2005 la disoccupazione ha cominciato a diminuire in maniera costante e persistente in tutti i paesi dell'Eurozona, facilitando la convergenza tra i paesi del centro e del nord Europa e i paesi periferici.

A partire dal 2008 il trend in diminuzione ha subito un ribaltamento: tra il secondo trimestre del 2008 e la metà del 2010, il livello di disoccupazione è aumentato di più di 6.6 milioni (9.7% della forza lavoro), il valore più elevato registrato dall'inizio degli anni 2000. L'incremento più marcato si è avuto però tra il secondo trimestre del 2011 e il primo trimestre del 2013, quando ha raggiunto l'apice di 26.4 milioni di disoccupati, al tasso record del 10,9%.

Complessivamente, nei ventotto paesi dell'Unione Europea l'incremento è stato maggiore della media dei paesi G20, con l'unica eccezione della Germania, che negli anni della crisi ha invece registrato una costante riduzione del tasso di disoccupazione (dal 7.4% del 2008 al 5.0% del 2014).

Tuttavia, nonostante la natura globale della crisi, vari fattori hanno influenzato il suo impatto sul mercato del lavoro.

La struttura dell'economia ha un ruolo importante, dal momento che i paesi sono stati diversamente influenzati in base al grado di esposizione alle flessioni del mercato immobiliare, del settore delle costruzioni e delle esportazioni manifatturiere, i settori più vulnerabili alla crisi. Inoltre, i paesi in cui il settore finanziario ha una quota particolarmente elevata dell'occupazione - come ad esempio nel Regno Unito - sono stati colpiti per primi e più violentemente.

Lo stimolo fiscale invece, se correttamente mirato e applicato al momento giusto, può aver contribuito a ridimensionare l'impatto negativo della crisi sull'economia reale.

Infine, le istituzioni del mercato del lavoro hanno influenzato la capacità del paese di assorbire lo shock. I paesi con livelli elevati di tutela del lavoro (soprattutto quelli del sud Europa, i cui i sistemi sono caratterizzati da forti tutele contro il licenziamento e da un elevato numero di contratti a tempo determinato e a progetto), hanno avuto il maggior numero di perdite di posti di lavoro e i più alti tassi di disoccupazione. Dall'altro lato, i sistemi del centro e del nord Europa, caratterizzati da un alto grado di flessibilità interna, sono riusciti a contenere il numero di perdite di posti di lavoro attuando degli aggiustamenti a ribasso degli orari di lavoro e dei salari, nonostante ciò abbia contribuito ad aumentare la segmentazione del mercato del lavoro.

Conformemente a quanto stabilito dall'articolo 5 comma due del TFUE, la risposta dell'Unione Europea alla crisi occupazionale, è andata il nella direzione di definire delle linee guida per favorire coordinamento delle politiche occupazionali degli Stati Membri.

Il principale strumento di coordinamento è Europa2020, il piano strategico di lungo periodo approvato nel 2010. La strategia include e amplia gli obiettivi definiti dallo European Economic Recovery Plan lanciato nel 2008, il cui obiettivo era promuovere l'impiegabilità e il reintegro dei disoccupati nel mercato del lavoro. Gli strumenti predisposti per raggiungere tale finalità erano le politiche di flexicurity, le politiche di attivazione per favorire l'incontro tra domanda e offerta di lavoro (assistenza personalizzata, riqualificazione della forza lavoro, apprendistati, sostegno diretto e indiretto alle assunzioni e alla attività imprenditoriali) e misure di protezione sociale.

Sulla stessa scia, Europa2020 definisce tutte le strategie da applicare per raggiungere l'obiettivo della ripresa sostenibile, per rilanciare la competitività e la produttività europea in modo da superare i livelli di crescita e prosperità pre-crisi.

Europa 2020 punta dunque a realizzare una crescita intelligente sostenibile e inclusiva, con elevati livelli di occupazione, produttività e coesione sociale.

Gli obiettivi principali sul fronte occupazionale sono i seguenti:

- Aumentare tasso di occupazione della popolazione di età compresa 20-64 anni da 69% a 75%;
- Ridurre la dispersione scolastica dal 15% al 10%;
- Incrementare la quota della popolazione di età compresa tra 30-34 anni che ha completato l'istruzione terziaria dal 31 al 40%;
- Far uscire 20 milioni di persone dallo stato di povertà.

(Cliccate per continuare la lettura su Action Institute.org)

Autore: Emilia Sicari

Inserito il:22/03/2016 11:22:41
Ultimo aggiornamento:22/03/2016 12:18:26
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