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Aggiornato al 23/10/2021

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Helena Tiainen (from Berkeley, CA - United States) - Onward Upward (2017)

 

Le alterne fasi del capitalismo

di Bruno Lamborghini

 

Michele Salvati con Norberto Dilmore ha pubblicato un libro intitolato “Liberalismo inclusivo. Il futuro possibile per il nostro angolo di mondo”, in cui si analizzano le diverse fasi evolutive del capitalismo per cercare di definire i trend verso una possibile nuova fase di Liberalismo inclusivo. Come scrive Giancarlo Bosetti su Repubblica (4/10/21), la nuova fase appare nascere sotto la spinta delle due gravi crisi globali che hanno caratterizzato i primi due decenni di questo secolo, la crisi della finanza e la crisi pandemica, ma anche come parte di un lungo processo a fasi alterne della storia dell’economia capitalistica.

Una storia, quella del capitalismo, che nasce con la rivoluzione industriale dalla metà del Settecento e che si manifesta appieno nell’800 e nel ‘900.  Si può cercare di leggere questa lunga storia partendo da una semplificazione, quella di distinguere le diverse fasi storiche sulla base di una teoria supply side (scuola di Chicago/Friedman) cioè una economia liberista in cui è l’offerta libera delle imprese che guida la crescita del mercato e dell’economia senza interventi esterni, rispetto ad una teoria demand side (basata sul pensiero keynesiano), in cui lo Stato promuove in parte la domanda e conseguentemente l’offerta e l’economia, secondo obiettivi sociali.

Si può anche provare a distinguere le diverse fasi, prevalendo in un caso lo shareholders value, il cui obiettivo è la massimizzazione dei valori delle azioni delle aziende o diversamente prevalendo lo stakeholders value, con l’obiettivo della massimizzazione del valore prodotto a favore non solo degli azionisti, ma di tutti i portatori di interesse, dai lavoratori ai clienti ed all’ambiente sociale  in cui si opera.

Sulla base di questi criteri si può cercare di rileggere questa storia. Adam Smith (1723-1790) è stato  definito come il padre del capitalismo liberistico e di mercato (“la mano invisibile del mercato”), in cui l’impresa è al centro dell’economia, senza vincoli al suo procedere, sino ad agire spesso in forma di capitalismo “selvaggio”; basti pensare alla Gran Bretagna dell’800 dickensiano con sfruttamento del lavoro anche minorile, ai cui eccessi si è successivamente cercato in parte di porre rimedio con interventi pubblici e con l’introduzione del sindacato, le tutele del lavoro e indirizzi  dello sviluppo economico, avviando il grande ciclo industriale del ‘900.

In tale secolo dopo la prima grande guerra si produsse in Germania una grave crisi economica che originò lo stato nazional socialista (la dittatura del nazismo) con grave impatto su tutti i paesi europei e l’avvio della seconda guerra mondiale, mentre in USA l’uscita dalla grande depressione degli anni ’20 trovò nelle teorie keynesiane e nel New Deal di Roosevelt un nuovo motore di risanamento e rilancio dell’economia attraverso un ingente programma di interventi pubblici.  

Ma l’interesse dell’analisi storica va rivolto soprattutto allo straordinario sviluppo economico avvenuto dopo la seconda guerra mondiale di qua e di là dell’Atlantico, uno sviluppo proseguito, anche se con alcuni rallentamenti, per tutta la seconda metà del ‘900. I primi trenta anni dal dopoguerra, gli anni 1945-75 appaiono caratterizzati dal grande spirito della ricostruzione, gli anni del piano Marshall e del ruolo in Europa delle imprese pubbliche e degli interventi statali.

Questa fase ha rappresentato uno straordinario e prolungato periodo guidato da una economia in parte keynesiana, demand side, con politiche socialdemocratiche di fatto, praticate anche da governi e politici conservatori, come la DC in Italia, la CDU in Germania, mentre gli USA, sono governati inizialmente dal progressismo kennediano e successivamente da alternanze repubblicane e democratiche, con obiettivi soprattutto di crescita delle grandi corporation multinazionali, assieme ad un grande impegno nella leadership della ricerca tecnologica, sotto la spinta anche delle grandi spese militari per il confronto/scontro con l’Unione Sovietica e per le guerre combattute in Asia e altrove.

In realtà, le crisi economiche degli anni ‘70 pongono fine in Usa ed in Europa alla fase di “socialdemocrazia liberale”, Lib Lab (liberale e laburista assieme), dando inizio ad un periodo di reazione liberista che passa sotto il nome della Thatcher in Gran Bretagna e di Reagan in USA, in cui domina l’approccio supply side a favore del mercato senza troppi scrupoli sociali. Obiettivo è privatizzare tutto ciò che è pubblico, ridurre la spesa pubblica e gli interventi statali, abbassare le tasse, propagandando le forze del mercato, la mano invisibile del mercato, che da sole avrebbero la capacità di guidare lo sviluppo e riequilibrare la società.

Le teorie di Friedman hanno rappresentato la base scientifica che ha giustificato questa lunga fase molto critica con crescita di disoccupazione, delocalizzazioni produttive in relazione allo sviluppo di un processo di globalizzazione incontrollata nato dopo il crollo del muro di Berlino e la fine dell’era dei due blocchi chiusi e contrapposti. Sino a determinare la quasi scomparsa delle classi reddituali medie che invece hanno rappresentato in precedenza la solida base di uno sviluppo equilibrato; ne è derivata una crescente polarizzazione e diseguaglianza dei redditi con più cittadini molto poveri e altri molto ricchi. 

Questo processo è andato avanti dagli anni ‘80 oltre l’inizio del nuovo secolo in un contesto negli anni ’90 di crescita economica favorita, ma anche resa complessa e squilibrata dalle grandi rivoluzioni tecnologiche nell’informatica/digitale e nelle telecomunicazioni. Si sono alternati in USA governi democratici e repubblicani (Clinton, Bush, Obama), spesso di mediazione tra le diverse istanze, ma per lo più con obiettivi liberisti, così come avvenuto in Europa.

Con la svolta del secolo e del millennio, iniziata e fortemente influenzata dall’attacco terroristico delle Torri, si è intensificato il disagio sociale e la protesta prodotta dalle crisi indotte dalle politiche liberiste, sino a creare movimenti politici basati su sovranismo, razzismo, anti immigrazioni, muri alle frontiere di cui è emblematica la vittoria di Trump nelle elezioni americane del 2016, ma con diffusione anche in Europa. La crisi della finanza internazionale, esplosa con lo scoppio dei mutui subprime e della Lehman Bros. nel 2008 e la grave pandemia globale Covid 19 hanno fatto il resto, provocando mancata crescita, paura, incertezza, disoccupazione, disagio sociale.

La domanda che possiamo porci, partendo anche da quanto proposto dagli autori del libro, è quale modello seguirà l’economia mondiale nel corso degli anni ’20? Un modello supply side nazionalista e sovranista con muri alle frontiere? Oppure una via verso un approccio demand side, multilateralista e di riequilbrio sociale in cui azione pubblica ed azione privata si integrano positivamente?   

Appare utile partire da alcuni interrogativi di carattere geopolitico, iniziando dal possibile ruolo che intendono avere le due maggiori potenze mondiali, da un lato gli USA di Biden  che all’interno sta cercando di promuovere un New Deal keynesiano con un grande programma di investimenti infrastrutturali che si spera possa essere rapidamente approvato ed all’esterno ha proseguito un deciso confronto non solo commerciale con la Cina (la questione di Taiwan, nel Sudest asiatico  l’iniziativa del gruppo Aukun con Regno Unito e Australia e il Quad con India, Giappone e Australia, peraltro si annuncia anche un incontro di Biden con il leader cinese a fine 2021).

La Cina appare proseguire nella sua lunga fase di crescita economica ed espansione mondiale tra il capitalistico ed il dirigista, mentre si prospetta la volontà di un maggiore controllo da parte dello Stato nei confronti dell’espansione incontrollata di operatori privati nell’high tech e nell’immobiliare e contemporaneamente appaiono intensificarsi le ambizioni espansionistiche con la Silk Road terrestre e marittima e le crescenti presenze in Asia ed in Africa ed anche le pressioni minacciose verso Taiwan.

Sia nell’USA di Biden che nella Cina di Xi Jinping appaiono comunque manifestarsi alcune similitudini in forme diverse del ruolo della governance pubblica, come ha scritto recentemente in un suo libro Federico Rampini.

Nell’Unione Europea la crisi pandemica ha portato la Commissione a lanciare una forma di piano Marshall interno per favorire sia la ripresa che i cambiamenti necessari sopra tutto nell’Europa del Sud per una migliore integrazione europea. Si sono così superati almeno in parte i tradizionali vincoli di bilancio posti da tedeschi e olandesi e, grazie anche alla Brexit, con l’uscita della Gran Bretagna i processi decisionali si sono accelerati. L’emissione di titoli garantiti dal bilancio UE ha fatto fare un passo avanti vero i cosidetti Eurobonds ed una possibile via per una politica fiscale comune.

Anche in Europa dunque appare crescente il ruolo pubblico nella nuova fase evolutiva. La stessa democrazia parlamentare appare evolvere, pur salvaguardando il ruolo e potere dei parlamenti, verso forme di governo presidenziale nei diversi paesi nel quadro di un contesto di governabilità europea gradualmente più unificante. 

Tenendo conto degli impegni collettivi crescenti in materia di decarbonizzazione, sostenibilità ambientale e tutela della salute, ci si chiede quali possano essere i rapporti tra le politiche pubbliche di intervento, specie con l’utilizzo dei fondi europei PNRR, e le decisioni delle aziende, ovvero le relazioni tra scelte pubbliche e scelte private. Sono interessanti a questo proposito le tesi dell’economista Mariana Mazzucato sul ruolo crescente dello Stato e la creazione e distribuzione del valore per un capitalismo più sostenibile. 

Per affrontare la complessità multifattoriale crescente, data la concomitanza dei diversi fattori di crisi ed incertezza, dai virus al riscaldamento globale, dalla fame al terrorismo, occorre disporre di processi decisionali rapidi e condivisi a livello planetario. La strada indicata dagli autori è quella di una forma di “liberalismo inclusivo”, in grado cioè di affiancare scelte pubbliche e scelte private verso comuni obiettivi sociali rivolti a consentire a tutti i cittadini e tutte le istituzioni di partecipare in modo inclusivo e non esclusivo.  

Ci si può chiedere se questo obiettivo possa passare dall’utopia alla concretezza, ma appare forse possibile che si manifesti nel decennio una fase di capitalismo più socialmente sensibile con obiettivi e interventi da parte di una governance pubblica innovativa ed allargata, in dialogo costruttivo con il settore privato.

L’Unione Europea ed il G20 possono essere modelli e contesti facilitanti una effettiva governance globale, la sola in grado di affrontare le grandi sfide globali del pianeta, senza blocchi contrapposti e ricercando in dialogo con Russia e Cina nuove forme aperte di governance globale pacifica. Occorre soprattutto che vi sia un maggiore impegno responsabile ed una più consapevole partecipazione di tutti, persone ed organizzazioni, a queste sfide, dal basso, bottom up, senza di cui l’azione di governance dall’alto non potrà produrre risultati.

Per questo occorre un grande processo di crescita culturale da parte di tutti attraverso una formazione ed apprendimento permanente  di conoscenza e consapevolezza dei problemi e delle soluzioni, anche con il supporto, non dominio, della tecnologia digitale, senza di cui nell’economia dei dati e dell’intelligenza artificiale distribuita che dominerà il futuro scenario non si potranno raggiungere gli obiettivi proposti ed invece si potrà aprire una nuova fase di sviluppo dell’intera umanità, uno sviluppo soprattutto qualitativo e non più solo quantitativo in base alla crescita del PIL come propone il neo premio Nobel Giorgio Parisi.       

 

 

Inserito il:12/10/2021 18:13:25
Ultimo aggiornamento:12/10/2021 18:21:18
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