In questo sito utilizziamo dei cookies per rendere la navigazione più piacevole per i nostri clienti.
Cliccando sul link "Informazioni" qui di fianco, puoi trovare le informazioni per disattivare l' installazione dei cookies,ma in tal caso il sito potrebbe non funzionare correttamente.Informazioni
Continuando a navigare in questo sito acconsenti alla nostra Policy. [OK]
Aggiornato al 17/02/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Abigail L. De la Cruz (Manila, Philippine -  Freelance Illustrator) - Grocery

 

E’ possibile pensare ad un mondo senza imballaggi? 

Il discusso caso dell’Original Unverpackt di Berlino

 di Michela Salvaderi

 

Avete mai pensato a quanto ammonta lo spreco alimentare dell’intero pianeta Terra? Ogni anno 1,3 miliardi di tonnellate di cibo viene sprecato, la maggior parte del quale senza nemmeno raggiungere le case dei consumatori, questo perché mal conservato in fase produttiva o durante le fasi di trasporto o semplicemente perchè scaduto.

Una quantità di derrate capace di sfamare ben quattro volte quasi 800 milioni di persone che, secondo i dati del FSI (Food  Sustainability Index), sono a rilevante rischio di denutrizione.

Come risolvere il problema? Innanzitutto è indispensabile mettere in campo politiche che formino attivamente i cittadini contro lo spreco di cibo.

Infatti lo spreco domestico, nei Paesi più sviluppati, arriva a toccare percentuali da record: si calcola che, solo in Italia, il consumatore finale medio arrivi a sperperare la bellezza media di 110,5 kg di cibo all'anno.

Per non parlare di realtà più critiche dove lo spreco domestico arriva a raggiungere ben 427 kg per persona l’anno (è il caso dell’Arabia Saudita), seguita da Paesi come l’Indonesia (300 kg per persona all’anno) e gli Stati Uniti (277 kg per persona all’anno).

Ma come fare a invertire la tragica rotta e riportare una nuova sensibilità eco-sostenibile nella comunità?

Probabilmente è quello che si saranno chieste due ragazze tedesche, Sara Wolf e Milena Glimbovski, le quali hanno deciso di intraprendere una strada imprenditoriale tortuosa: aprire il primo supermercato a zero imballaggi nel cuore di Berlino.

Il supermercato a zero confezioni si chiama Original Unverpackt ed è nato due anni fa a Kreuzberg, un quartiere berlinese, dall’idea delle due giovani ragazze.

Il progetto è stato finanziato da una raccolta fondi in stile crowdfunding, sulla piattaforma Startnext.

Gli utenti avevano la possibilità di donare loro una cifra che si aggirava tra gli otto e i tre mila euro.

L’obiettivo delle ragazze era quello di raggiungere 45 mila euro, soglia largamente superata, vista la cifra finale raggiunta: € 108.915.

Funziona così: i clienti si portano i propri contenitori o sacchetti da casa, che vengono pesati ed etichettati appena entrati in negozio (in caso di dimenticanza, il supermercato offre dei contenitori completamente biodegradabili da usare).

Si procede poi con la spesa di sola merce sfusa.

Quando si arriva alla cassa, il peso dei contenitori viene sottratto e si paga solo per il peso netto della spesa.

 

 

E’ possibile trovare di tutto, verdure, detergenti liquidi, yogurt, caramelle, pasta e chi più ne ha più ne metta.

L’idea alla base è quella di portarsi sempre contenitori o sacchetti riutilizzabili da casa, senza che nessun packaging finisca nel cestino.

Il negozio offre ai clienti l’opportunità di acquistare non solo prodotti senza inutili imballaggi, ma anche nella quantità che desiderano, in questo modo il supermercato ed il consumatore agiscono attivamente contro lo spreco alimentare.

L’original unverpackt vende prevalentemente prodotti a chilometro zero e biologici, che vengono distribuiti attraverso dispenser.

L’obiettivo delle giovani imprenditrici è quello di ridurre lo spreco ed abbassare l’impatto ambientale dei rifiuti alimentari: ogni anno solo in Germania sono ben 16 milioni di tonnellate gli imballaggi alimentari che finiscono nella spazzatura.

In quest’ottica, idee imprenditoriali come Original Unverpackt, assumono enorme importanza perché aprono la strada ad un giusto pensiero di riduzione dello spreco alimentare e del suo packaging per quanto concerne il loro impatto ecologico ed ambientale, oltre a rivestire una funzione educativa dal punto di vista alimentare: meno cibo acquistato equivale a meno cibo sprecato; l’assenza di imballaggi equivale ad un reale risparmio economico ed alla riduzione degli scarti.

Si tratta di una vera e propria economia circolare, ovvero un’economia in grado di rigenerarsi, dove i materiali sono biodegradabili o recuperati e reimmessi nel ciclo produttivo. Si tratta di una vera e propria rivoluzione che punta a minare il podio incontrastato dei grandi marchi produttori.

Dopo tanti elogi, sorgono spontanee alcune domande.

Innanzitutto, come ci troveremmo a dover fare la spesa di prodotti senza relativo packaging? Nella frenesia della vita moderna, sarebbe comodo portarsi ogni volta i contenitori per ogni singolo prodotto (bottiglie per latte o bevande, scatole per biscotti, contenitori di vetro per spezie e così via)?

Chi è abituato ad effettuare acquisti online, come riceverebbe la merce in un possibile mondo privato degli imballaggi?

Sarebbe scomodo e poco igienico ricevere merce priva di qualsiasi packaging. Senza parlare del fatto che le confezioni servono spesso per conservare il prodotto in modo adeguato, preservandone qualità e freschezza.

Gli imballaggi sono indispensabili anche per proteggere il cibo da variazioni climatiche, sballottamenti durante i trasporti e dagli agenti esterni (insetti, animali, virus..).

Saremmo, dunque, pronti a comprare cibo privo di qualsiasi tipo di protezione? O forse ci sarebbero più sprechi? Non sono sicura che i consumatori odierni siano pronti a comprare del cibo deteriorato e plausibilmente toccato da tante mani.

Le confezioni inoltre svolgono un’importante funzione informativa riguardante le calorie del prodotto, gli ingredienti con cui è realizzato, i valori nutrizionali, l’origine ed il confezionamento dello stesso, per non parlare della data di imballaggio e di scadenza.

Come rinunciare a tali informazioni? Come segnare le scadenze di ogni singolo prodotto sfuso acquistato? e come individuare la sua composizione e la possibilità di eventuali allergeni?

Non sono del tutto sicura che il consumatore di oggi riuscirebbe ad accettare tutti questi cambiamenti.

 

Per non parlare del Mercato globale, i grandi marchi come Ferrero, Star, Oreal e così via scomparirebbero? Rinuncerebbero al packaging in nome del bene comune e dell’impatto ambientale?

Non riesco a crederlo.

Ma quindi si tratta veramente di un progetto innovativo ed eco-sostenibile o sembra più essere un’utopia?

Prima che riusciate a dare una qualsiasi risposta, sappiate che in Italia esistono supermercati che abbracciano la medesima ideologia “no packaging”, ricordo le reti Negozio Leggero, Peso Netto, Effecorta e Borgo Etico oltre a numerosi grandi supermercati che hanno aperto un reparto Self Discount come l’Auchan e Crai.

De gustibus non est disputandum.

Scarica l'articolo in PDFgenera pdf
Inserito il:31/05/2017 07:34:50
Ultimo aggiornamento:31/05/2017 07:46:04
Condividi su
Ho letto e accetto le condizioni sulla privacy *
(*obbligatorio)
ARCHIVIO ARTICOLI
nel futuro, archivio
Torna alla home
nel futuro, web magazine di informazione e cultura
Questo sito utilizza cookies.Informazioni e privacy policy
yost.technology