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Aggiornato al 10/07/2020

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Matt Withers (Londra - Illustrator) - Economist del 6 ottobre 2018

 

Sorry we missed you

di Bruno Lamborghini

 

Sta uscendo un film di Ken Loach che si intitola Sorry we missed you che è ciò che in America scrivono e lasciano sulla porta coloro che consegnano pacchi quando non trovano i destinatari a casa.

Il film è una denuncia sociale della cosiddetta gig economy, cioè i lavori precari creati dal commercio elettronico per la consegna a domicilio di pacchi contenenti qualsiasi oggetto acquistato, ma sempre più cibo pronto per pranzo o cena.

Sono note anche in Italia le vicende del numero crescente di rider.

Nel film si racconta la vita di una coppia, lui Ricky che con il suo furgone gira a consegnare pacchi e lei Angie che va qua e là come badante a ore per persone disabili o anziane.

Entrambi hanno l’illusione di lavorare in proprio come ormai milioni di persone in America e non solo là, ma si rendono anche conto che queste attività, senza orari precisi ed a bassi introiti, li allontanano dalla famiglia con effetti negativi sui rapporti famigliari e sui figli. Mentre non vedono alternative che permettano di uscire da questo tipo di lavoro e di faticosa sopravvivenza.

La crisi del 2008 ha fatto perdere a tante famiglie americane i pochi risparmi e gli anticipi del mutuo per la casa ed ha ridotto l’attività lavorativa nell’industria.

La gig economy ed il lavoro precario indipendente hanno fatto perdere la tutela dei diritti, un minimo di welfare, la pensione, le difese contrattuali ed anche la solidarietà tra simili; si è creata infatti una spietata concorrenza tra lavoratori poveri.

Loach con il suo film, come ha sempre fatto nel suo impegno costante di regista attento ai cambiamenti sociali, intende denunciare questa nuova proletarizzazione del lavoro, di qualsiasi lavoro.

L’attività dei rider per la consegna di pacchi si è sviluppata grazie al commercio elettronico ed agli smart phones che hanno consentito una crescita anomala di modelli di consumo, di tanti che si fanno portare a casa prodotti e cibo preconfezionato per pranzi e cene e certamente anche cibo sofisticato per i loro gatti e cani, ormai divenuto un grande business.

Questo fenomeno evidenzia anche la crescente polarizzazione sociale e di reddito tra lavoratori precari della gig economy ed utilizzatori che possono permettersi crescenti consumi di beni spesso non necessari. Questo crea nuove diseguaglianze economiche che contribuiscono ad accrescere disagio sociale.

La digital transformation sta rivoluzionando tutte le attività, in parte in negativo, sostituendo un numero crescente di attività lavorative con sistemi robotizzati guidati da intelligenza artificiale o promuovendo via reti digitali attività povere della gig economy, ma, in positivo, aprendo invece sviluppi di nuovo lavoro e nuove attività basate sull’intelligenza artificiale e sulle reti digitali.

Il rischio è che, senza interventi di politica industriale e di formazione innovativa di nuove competenze, la rivoluzione digitale porti inerzialmente ad attività precarie e povere, una forma digitale di vecchio fordismo.

La questione è come si riesce a puntare sull’arricchimento e non sull’impoverimento del lavoro umano attraverso un utilizzo consapevole delle macchine intelligenti, in grado di cogliere le straordinarie opportunità offerte da un progresso tecnologico mai sperimentato dall’umanità.

La risposta è nella possibilità di sviluppare una efficace politica economica che punti in positivo all’innovazione ed all’arricchimento dei contenuti di lavoro e delle professioni attraverso processi di formazione/apprendimento continuo in grado di sviluppare ed aggiornare le competenze professionali, creando le basi di una Learning Society e mettendo così in moto nuove attività produttive. Questa risposta dipende da noi, non dalle macchine.

 

Inserito il:27/12/2019 11:51:35
Ultimo aggiornamento:27/12/2019 11:57:19
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