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Aggiornato al 23/08/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal
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Robert Delaunay (1885 – 1941) – Tour Eiffel - 1914

Telecom: et voilà!


Questa faccenda dei francesi che hanno il 35% circa di Telecom (ma non tutto nelle stesse mani) ha costretto la stampa a prendere in qualche modo posizione, fare illazioni, tentare di spiegare. Molti, secondo me, hanno scritto e detto sciocchezze. Amen. Non è un fatto nuovo. Più o meno le stesse cose sono state dette e scritte quando il socio di riferimento sul piano industriale era spagnolo.

Alcuni hanno ripreso la trita storia degli stranieri, dimenticando l’Europa. Magari sono gli stessi che lamentano da tempo la scarsità di investimenti esteri in Italia. Ci sono quelli che parlano genericamente dei “francesi”, sospettando accordi tra loro per evitare l’OPA, del tutto ignorando quanto siano stati finora avversari i due investitori, la forte rivalità tra loro talvolta apparsa come personale inimicizia. Tutto è possibile, ci mancherebbe, ma se uno vuole spiegare come stanno le cose non può trascurare il particolare. In fondo equivarrebbe ad un accordo sotterraneo tra Berlusconi e De benedetti. Sarebbe sorprendente no?

Altri hanno spiegato al governo come dovrebbe comportarsi, ignorando che Telecom non è più pubblica da un pezzo e dispone solo, oltre la moral suasion, di una forma evoluta di golden share chiamata golden power. Questa consente al governo di intervenire in caso di minaccia agli interessi nazionali in settori strategici, incluse perciò le reti di telecomunicazione, settore però nel quale non può opporsi all’acquisizione di quote da parte di investitori europei. Per fortuna.

Ci sono infine quelli che ipotizzano profondi cambi di strategia, in particolare suggerendo a Telecom di buttarsi a capofitto in attività legate ai media e all’informatica. Logico questo: è risaputo che i margini, già trasferiti dal trasporto di voce a quello di dati, non sono più nel trasporto di alcunché ma nella fornitura di contenuti e servizi.

Questo è logico, addirittura ovvio, ma va messo a confronto con il potenziale specifico dell’azienda, che è rappresentato, oltre agli aspetti finanziari, dai suoi circa 65.000 dipendenti.

Molti osservatori ignorano che questo elemento ha già condannato al fallimento i processi di riconversione di molte imprese. Il fattore umano è decisivo, e perciò sono decisive la capacità del management di coinvolgere e gli investimenti in formazione, nonché la qualità di entrambi, management e formazione.

Chiunque può suggerire a Telecom di provare a far soldi vendendo contenuti di valore in rete o gestendo servizi di tipo cloud per le imprese. Il problema è quanto tempo ci vuole per preparare il personale a farlo, cioè a pensare diversamente da come fatto finora. Il business negli ultimi anni, sotto sotto, è stato quello di difendere il più possibile le posizioni conquistate in monopolio nei servizi tradizionali. Passare da strategia difensiva a offensiva non è banale, se poi si aggiunge il cambio di settore, anche se collaterale, si capisce che la faccenda è complicata. E inoltre bisognerà vedere, durante questo tempo, cosa faranno gli altri, i competitor, molti dei quali sono già molto avanti nel percorso o sono nati proprio con quella cultura.

Magari la cosa giusta è integrare business, cioè imprese, cioè culture.  Ma oltre questo sospetto non vado perché è inevitabile che Telecom ridefinisca le strategie ma come sempre è più facile dare consigli che fare le cose. Come dimostra il divario fra governare e fare opposizione.

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Inserito il:02/11/2015 14:14:49
Ultimo aggiornamento:23/11/2015 10:32:00
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