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Aggiornato al 23/08/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal
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Ben Shahn (1898-1969) - Unemployment


Il rovescio della medaglia.

 

Se ne fa un gran parlare e giustamente. Dell’innovazione, senza la quale non si esce dalla crisi, non si va nel futuro. Le imprese non potranno sopravvivere, gli apparati pubblici diventeranno un peso che può trascinare verso l’autodistruzione qualsiasi paese. Insomma, l’innovazione è la chiave per andare oltre.

Per innovazione molti intendono correttamente tecnologia e anche nei più importanti consessi internazionali dove si riuniscono le più brillanti teste pensanti del pianeta, la cui gran parte è dedita allo studio della economia che è sempre di più considerata il collante delle comunità avendo soppiantato altre scienze e altri modi di interpretare e indirizzare la vita insieme della gente, la identificazione  con la tecnologia è scontata.

In effetti, grazie alla tecnologia oggi i prodotti costano meno, enormi masse di persone hanno accesso a sistemi e a percorsi di vita assolutamente nuovi, si può far fronte all’aumento della popolazione e alla sua concentrazione, è possibile l’accesso più economico alle fonti di energia vecchie come il petrolio (il costo del barile scende anche per questo) e nuove, si può pensare di ritornare a crescere e superare le crisi provocate dalla speculazione finanziaria a sua volta favorita dalla stessa tecnologia.

Tuttavia non si vedono monumenti eretti alla tecnologia nelle principali capitali del pianeta anche se si diffondono le aree destinate a promuoverne e favorirne lo sviluppo e la diffusione.  Inoltre, alcuni studiosi ed osservatori  illuminati, e ancora coraggiosi come capita a tutti i neofiti e  che però stanno facendo rapidamente molti proseliti, cominciano a parlare delle sempre più accentuate  diseguaglianze certamente derivate da modelli sociali non più sostenibili, come la forma più sfrenata di capitalismo liberale favorita da alcuni momenti politici del secolo scorso soprattutto negli Stati Uniti , ed  enormemente accentuate e avvicinate  dallo stravolgente sviluppo tecnologico degli ultimi cinquanta anni.

La tecnologia è dunque la direzione di marcia, ma può rappresentare nello stesso tempo una forma di accelerazione di qualsiasi applicazione malvagia di teorie politiche ed economiche che tendono in modo esplicito o surrettizio alla concentrazione di ricchezze e poteri in alcune aree del globo e possibilmente in poche mani appartenenti a gruppi che si riconoscono e che si accettano reciprocamente.

Questo rischio negli ultimi tempi ha smesso purtroppo di esserlo per trasformarsi in realtà, che è stata la piattaforma, il palcoscenico su cui si sono esercitate le speculazioni che hanno provocato, come si diceva, la crisi economica nei principali paesi occidentali e cioè quelli a maggior sviluppo e dove questo sviluppo è regolato da pochi.

Ma il rovescio della medaglia più tremendo che la diffusione ancora più massiccia della tecnologia può provocare come è secondo le attese, è rappresentato dalla mancanza di lavoro, da grandi masse di disoccupati che potrebbero vagare nei paesi industrializzati mentre nello stesso tempo questi stessi paesi sono assaliti da forme di consistenti immigrazioni a causa di miserie e condizioni di violenza sempre più diffuse e profonde dei paesi del mondo dove sinora non c’è stato accesso alla autonomia economica e sociale se non per pochi privilegiati.

Infatti, i nuovi metodi e strumenti di produzione di beni e servizi, i nuovi modelli di vita e una organizzazione sociale sempre più lontana dal passato,  svuoteranno fabbriche e uffici e toglieranno il lavoro a milioni di persone. Di fronte a questa prospettiva ci sono due strade: l’arroccamento sul passato e quindi impedendo l’arrivo del futuro così come prevedibile per difendere il lavoro come oggi inteso o lo studio e la progettazione di percorsi di vita, di interessi, di esigenze diverse da cui far derivare lavoro  e sviluppo.

Premesso che l’arroccamento sul passato per un pò si può fare ma poi si deve abbandonare inevitabilmente, è evidente che bisogna progettare un futuro. Ma prima che un futuro economico e tecnologico, un futuro sociale, politico, culturale. Ed inoltre bisogna progettare il ponte o meglio i ponti che ci possono portare dalla situazione attuale a questo futuro assolutamente prevedibile con margini di errore esclusivamente riservati ai tempi  di diffusione e di concretizzazione.

Il ponte principale, il più difficile, il più consistente non può che essere quello della conoscenza, culturale. Significa progettare percorsi di studi, di diffusione di cultura completamente diversi dal passato e indispensabili per andare nel futuro.

Un esempio? Le nuove assunzioni del gruppo Fiat annunciate e già in parte attuate nello stabilimento di Melfi sono di figure di personale in linea di produzione che niente ha a che fare con quello che sino a questo momento siamo abituati a vedere e considerare.

La preoccupazione principale allora quale è?  La velocità diversa, molto diversa che esiste tra lo sviluppo della tecnologia da un lato e la progettazione del futuro conseguente dall’altro. Da parte di chi? Di tutti sarebbe la risposta giusta, ma sicuramente in modo prioritario di chi ha responsabilità legate alla società, alla economia, al modo di vivere e cioè politici, accademici, ricercatori di centri studi, analisti e rilevatori sociali, operatori pubblici o legati al pubblico come quelli legati alla sanità, alla sicurezza, alle banche, alla scuola. Soprattutto alla scuola. In altri termini il nostro futuro dipende da quanto siamo capaci di capire e di lavorare per il rovescio della medaglia.

 

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Inserito il:06/02/2015 08:55:51
Ultimo aggiornamento:03/03/2015 19:44:06
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