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Aggiornato al 22/04/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal
Goustave Courbet – Gli Spaccapietre - 1849
Goustave Courbet – Gli Spaccapietre - 1849

Il lavoro del futuro nel futuro del lavoro.

È da diversi anni a questa parte il tema dei temi: emergenza, priorità, incombenza, urgenza indilazionabile. Governi ed amministrazioni, apparati e funzionari, primi ministri dall’eloquio solenne o dal frasario molto più basico, devono cimentarsi con il grave problema che attanaglia la società mondiale: il lavoro.

Il lavoro che non c’è, il lavoro che si potrebbe scovare, il lavoro che nessuno vuole più svolgere, il lavoro che costa troppo, il lavoro che è troppo poco retribuito. L’interrogativo che mi ossessiona, da qualche tempo, riguarda il dubbio che il lavoro rappresenti ancora oggi un valore. Non metto il punto interrogativo, e la domanda rimane volutamente retorica, perché temo che la risposta sia drammaticamente negativa.

Il cambiamento di portata epocale, simili a quelle rivoluzioni avvenute nei secoli trascorsi attraverso l’introduzione della ruota, o della polvere da sparo o della penicillina, che ha deformato le modalità del vivere comune e che va sotto il nome di globalizzazione e di tutti i suoi sinonimi (flessibilità, società dell’informazione) ha determinato conseguenze che non sono ancora completamente emerse.

La mondializzazione delle economie e del mondo della finanza, anche grazie alle infrastrutture ict, ha comportato la polarizzazione del mondo del lavoro: profili alti, super pagati, in grado di mutare velocemente esperienza e datore o collaboratore di lavoro, e masse di profili medio-bassi condannati ad una guerra fratricida per un posto di lavoro offerto, con l’andar degli anni, a condizioni sempre peggiori: ogni anno un gradino più in basso per il medesimo impiego, minor retribuzione, minori ammortizzatori sociali, minori tutele. Perché ogni anno aumenta il numero dei concorrenti per quel tipo di professione o di mansione.

Gli organismi istituzionali sovranazionali, OCSE in testa, hanno preso a rassicurarci : occorre essere  meno legati al posto fisso, “quel posto”, poiché si sarebbe garantiti – così dicono le misure propagandistiche prese dai governi -  dalla possibilità di trovarne un altro. Bella favoletta: quando si trova un posto analogo a quello che si è perso, lo si ottiene a condizioni decisamente peggiorate. Lo dicono le statistiche.

Inoltre, il peccato capitale sta nell’aver pensato ad un mondo del lavoro flessibile senza che vi sia corrispondenza nelle altre strutture sociali, perché non esiste ancora una vera società flessibile : dov’è l’asilo flessibile che mi permette di andare a prendere mio figlio alle 7 di sera oggi e di portarlo due ore più tardi domani? Dov’è la banca che mi consenta di parlare finalmente con un operatore in carne ed ossa senza dovermi necessariamente relazionare con numeri verdi, password, pin e altri strumenti utilissimi quando faccio home banking, ma non in grado di sostituire una consulenza personale? Dov’è l’azienda che mi permette di fare una visita medica necessaria e magari urgente, senza curarmi o preoccuparmi di annullarla o procrastinarla perché ” Ho il contratto in scadenza e se mi assento magari non me lo rinnovano?”

Come è possibile poi, costruire un proprio percorso professionale, una propria identità, in un contesto che ti impiega per qualche mese e che è pronto a lasciarti a piedi da un momento all’altro? Nessuna azienda investe in formazione e in solidità di conoscenze per persone che verranno accompagnate alla porta dopo qualche settimana. Il mondo del lavoro è sempre più  diventato una realtà “accesa” 24 ore al giorno, sette giorni su sette. Il che significa relazioni precarie, mordi e fuggi, condizionate da orari impossibili. Dov’è il tempo per parlare e stare davvero insieme, visto che siamo eternamente condannati a competere? Se nel mondo del lavoro i sindacati sono colpevoli, a mio avviso, di aver chiesto troppo in un primo tempo e poi, a distanza di anni, di aver calato sul tavolo le armi con troppa arrendevolezza, sul piano sociale un’altra grande istituzione è venuta meno: la Chiesa. Che ha visto nel comunismo una forma di totalitarismo da combattere ma che non ha avuto la lungimiranza e l’accortezza di fronteggiare anche sotto il profilo culturale, ideologico, i rischi di una degenerazione del sistema capitalistico. La teologia della liberazione in Sudamerica è stata notevolmente osteggiata e condannata da Giovanni Paolo II, sotto il profilo dottrinale con perfetta osservanza della tradizione e del magistero: peccato che vi si nascondessero interessanti germi di “ribellione” ideologica ai soprusi della dittatura del capitale.

Ora mi pare vi sia una certa rivisitazione, probabilmente un latino come papa Bergoglio, uno che certe realtà le ha subite e vissute, potrebbe dare una impostazione differente al problema. E venendo meno la Chiesa, crollato il ruolo ideologico dei partiti, frantumata la ritualità del vivere (se non esistono orari, certezze, tutto è fragile, cangiante, o “liquido” per citare Baumann. Senza riti è particolarmente complesso potersi attribuire una identificazione sociale, trovare un senso al proprio esistere: in che cosa ci si può riconoscere?) il singolo annaspa nei nodi di una rete che se da un lato sembra dargli voce, d’altro canto lo sommerge con il coro delle voci Altre, più potenti, più importanti, più in grado di raggiungere la ribalta mediante una diffusione capillare e strumenti capaci di una maggiore pervasività.

Un tempo si parlava di responsabilità sociale dell’impresa. La vicinanza della grande industria come dell’imprenditore medio al territorio, il “dovere” di restituire a quel mondo, origine del proprio successo, una parte di quanto ottenuto. In forme varie: il restauro di una chiesa o di una tela, una fondazione, il soggiorno marino o montano estivo per i figli dei dipendenti, forme integrative di previdenza e di assistenza sanitaria, corsi professionali e rapporti privilegiati con le scuole e con gli istituti, per assicurarsi la gioventù più promettente.

Ora non è più così, fatte salve poche, sparute eccezioni. Viene da domandarsi quindi, provocatoriamente, cosa avranno mai restituito al nostro paese i colossi della grande distribuzione organizzata, che fatturano cifre iperboliche.  Non ho speranze al riguardo, non credo che i rappresentanti del mondo datoriale, possano tornare ad esercitare quell’antica prerogativa: andrebbero contro i propri interessi ed il proprio credo, quello dell’assolutizzazione del profitto, da inseguire ad ogni costo. Sì, ci sono eccezioni, come si diceva. Ma non fanno scuola, sono rondini che non ci annunciano alcuna primavera, sembrano anzi volatili che hanno perso la rotta.

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Inserito il:09/10/2014 16:50:04
Ultimo aggiornamento:18/11/2014 09:12:02
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