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Aggiornato al 21/08/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal
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Rosie Harper - Roaring Twenties - 2011

Anni Venti.

L'industria creativa sta conquistando una nuova centralità nella divisione mondiale del lavoro e del potere, spinta da tre potenti innovazioni.

È inutile ricordare ai lettori di questo sito la forza della innovazione tecnica.

Meno evidente, ma altrettanto potente, è il cambiamento nei linguaggi scritti e audiovisivi. Si pensi alla rifondazione del racconto sceneggiato. Una grande storia può oggi essere raccontata in un film di due ore o in una serie di dieci, venti, cinquanta ore, che lo spettatore può fruire a puntate o immergendosi, come un feuilletton o come un grande romanzo dell'Ottocento. Una la storia ben sceneggiata, realizzata, distribuita (industrializzata, quindi) viene vista da centinaia di milioni di persone in tutto il mondo, realizza profitti e forma il nostro immaginario.

La terza più controversa rivoluzione è nei modelli di business. Per secoli l'attività creativa è stata finanziata da mecenati, dalle chiese o dagli stati. Poi sono divenuti preminenti l'acquisto della singola opera e il finanziamento pubblicitario. Oggi sul modello Spotify o Netflix, dilaga l'abbonamento a cataloghi molto ampi di musica o racconti sceneggiati; domani perché no? di libri e informazioni. 

Si può discutere il risvolto sociale di questo modello, che stratifica per censo l'accesso ai prodotti dell'ingegno umano. Ma dal punto di vista economico questa rivoluzione è razionale e vincente. L'industria creativa, che già da un decennio ha un tasso di crescita superiore a quello di qualsiasi altro comparto industriale, si è aperta la strada verso la sua età dell'oro. Quando, molto presto, una buona metà della popolazione europea avrà uno o più abbonamenti culturali, un fiume di denaro scorrerà per la filiera che risale dal distributore, al produttore, all'autore.

Occorre discutere in altra sede gli impatti sociali. Concentriamoci per ora sulla sovranità nazionale.

L'industria creativa, infatti, produce merci e produce senso. Il peso delle nazioni si fonda ancora sugli eserciti e sui fondi sovrani, ma in misura crescente si affida al soft power, cioé alla capacità di difendere e diffondere i propri valori, stile di vita, visione del mondo.

Le trasformazioni tecniche, di linguaggi e di modelli di business rivoluzionano anche la produzione di senso.

I tanti spettatori mondiali di House of cards, ad esempio, hanno assorbito una idea della Russia e di Putin, che vale di più degli articoli o libri che avevano letto. O - per citare un altro  thriller shakespeariano prodotto in una nazione più piccola - i tanti appassionati di Borgen si sono fatti una certa  idea del ruolo della Danimarca nel mondo, che prima era invisibile.

Spinta dallo sviluppo dalla industria creativa, cambia la percezione che ciascun paese ha di ciascun altro. 

Come sta l'Italia in questa tempesta?

Distinguiamo: il soft power si compone di indipendenza e influenza.

Quanto a indipendenza non stiamo male. Un terzo dei libri, delle canzoni, dei film, delle serie tv fruite in Italia sono prodotte in casa. È una quota di poco inferiore a quella francese, ma superiore a quelle del resto d'Europa. Siamo ancora indipendenti, forse perché ci autocompiaciamo,  forse perchè abbiamo buone maestranze, comunque  è una buona notizia.

Purtroppo siamo sempre meno influenti. L'Italia, che pure è forte in altri settori creativi quali la moda e l' arredamento, non rappresenta neanche un centesimo dell'export mondiale di prodotti audiovisivi, cioè del segmento oggi trainante e dirompente. Quota in calo, mentre quella media europea cresce, nonostante la forza americana e la rinascita asiatica.

L'Italia sta diventando irrilevante, quasi invisibile.

Sono possibili buone politiche per rovesciare questa tendenza e per partecipare alla età dell'oro dei nuovi ruggenti anni Venti?

È una buona domanda per tanti motivi, non ultimo quello della occupazione. L'industria creativa rappresenta infatti  un quarto dei posti di lavoro per chi ha meno di trent'anni; che sono il nostro primo problema.


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Inserito il:23/04/2015 09:41:09
Ultimo aggiornamento:06/05/2015 12:31:47
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