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Aggiornato al 15/06/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Eve Schambach (New York - Contemporanea) - Criss-Cross

 

Torna lo scorporo

di Franco Morganti

 

E’ tornato di moda lo scorporo: mi riferisco alla rete Telecom Italia, ora TIM. E’ bastato che il Fondo Elliott prendesse il controllo della società, soppiantando Vivendi, perché la discussione sullo scorporo riprendesse, facendo prevedere una conclusione positiva. Ma vediamo il punto: non faccio che riprendere il discorso al momento in cui lo affrontai nel lontano 2007.

Fino a qualche anno prima si pensava che le reti in fibra ottica riguardassero le cosiddette dorsali di lunga distanza, nonché la rete di transito fino alle centrali periferiche. Dopo queste, nel cosiddetto "ultimo miglio", bastava il doppino in rame esistente, sul quale si è imparato, nel tempo, con le tecnologie Dsl, a far passare fino a 20 Mbit/sec (milioni di bit al secondo).

La rottura avvenne con il video, la televisione via internet. I 20 Mbit diventavano solo un punto di partenza: servivano anche 50, 100 Mbit e il doppino in rame non bastò più, funzionava male. La fibra deve essere portata fino all'edificio, se non addirittura a casa dell'utente. L'ultimo miglio si accorcia, diventa le "ultime yarde".

Per consentire la grande varietà di applicazioni, su queste nuove reti in fibra denominate NGN, o reti di nuova generazione, ci vogliono anche altre apparecchiature. Senza dilungarsi in particolari tecnici, gli stessi armadietti in strada dove arrivano i doppini in rame, diventano armadi più ingombranti.

La questioni che nascono sono due: la prima interessa tutti i consumatori, l'altra riguarda più da vicino gli azionisti di TIM. Vediamo la prima. Nelle reti in rame si era imparato a disaggregare il doppino in centrale (il cosiddetto "unbundling" dell'ultimo miglio), consegnandolo al concorrente che lo aveva richiesto. Questo operatore riceveva il controllo completo del cliente, al quale emetteva una sola fattura e pagava a Telecom, proprietaria di quel doppino, un canone mensile.

Naturalmente questa modalità sarà ancora possibile con la nuova rete, sempre consegnando il doppino in centrale: ma a chi mai interesserà disporre dei 4/5 Mbit della vecchia offerta, quando sulla nuova rete saranno disponibili 50/100 Mbit? E non è possibile invece disaggregare la fibra in altri punti, più vicini all'utente, dato che non è economico che gli operatori concorrenti posino altra fibra fino agli edifici o agli utenti? Pare che sia complicato.

Resta la possibilità di affittare "all'ingrosso" la fibra in altri punti, più vicini all'utente, per venderla "al dettaglio" ai clienti, lasciando però a TIM il controllo del cliente e la relativa fatturazione del canone. Il risultato è che la concorrenza sull'ultimo miglio diminuisce. Ma se questo è vero, è una buona ragione per separare la rete da TIM, anche nella proprietà, e farne una "public company" da quotare, come si è fatto a suo tempo per la rete elettrica di trasporto di Enel che ha dato origine a Terna.

Ma veniamo alla seconda questione, quella che interessa più da vicino gli azionisti di TIM. L'investimento nella nuova rete è ingente: si è parlato di 6,7 miliardi di €. Con questo investimento, da compiere sull'arco di dieci anni, si raggiungerebbero 1.200 città italiane toccando 13 milioni di utenti di prima classe (naturalmente si accentua il divario fra utenti).

Ho provato (allora, nel 2007) a fare una simulazione, immaginando che la spesa mensile per questi utenti aumenti e che i costi operativi diminuiscano (con la fibra c'è meno manutenzione). Il tasso interno di ritorno dell'investimento che ne viene fuori sull'arco di dieci anni è modesto, poco superiore al 10%. Nulla che possa commuovere il management di TIM, tenuto conto dell'inflazione, dell'obsolescenza e soprattutto del rischio. Mentre un tasso del genere, una volta assicurato, attraverso tariffe regolate, un certo ritorno sull'investimento, potrebbe interessare molti risparmiatori e fondi, come è accaduto per Terna. C'è quindi anche un interesse di TIM nel separare la rete (scorporo) incassando dal mercato una cifra considerevole che riduca il suo debito e lasciando alla nuova società della rete l'onere del nuovo investimento.

Fin qui il 2007. Ma dieci anni sono passati senza che TIM abbia sviluppato per intero il suo investimento. Nel frattempo Vodafone ha posato molta fibra e più recentemente Open Fiber, la società creata da Enel, ha sviluppato un piano di cablaggio in fibra molto robusto, ha acquisito Metroweb, la società che ha cablato in fibra Milano, da Cassa Depositi e Prestiti (CDP), la quale a sua volta è entrata in Open Fiber con una partecipazione del 50%. Che pensierino vi viene in mente in tutto questo?

Che lo scorporo della rete TIM si faccia, come la concorrenza richiede, per quanto sopra detto, la rete scorporata vada in Borsa e acquisisca Open Fiber. Vi è più chiaro adesso perché CDP è entrata in TIM al 5%, conquistando col Fondo Elliott e associati il Consiglio di TIM? E lo Stato rientra nelle telecomunicazioni dalla finestra, ma forse per un periodo transitorio. E avrebbe fatto di TIM una vera public company.

Dite poco? Cacciare i francesi per fare, senza di loro, un’operazione “alla francese”?

 

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Inserito il:19/05/2018 19:26:11
Ultimo aggiornamento:19/05/2018 19:39:06
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