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Aggiornato al 23/10/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Antonio Gomez (Guadalajara, Mexico, 1965 - San Antonio, Texas) - Effetto Serra

 

In considerazione della scottante attualità dell’argomento, l’Autore propone il seguente articolo tratto dal suo saggio “La speranza” pubblicato già nel maggio 2017 da Navarra Editore in Palermo. Il problema ecologico viene visto con l’equilibrio suggerito dalla più gran parte degli scienziati del mondo ed è questo l'atteggiamento che andrebbe adottato in ogni occasione.

 

Questione ecologica

di Mario Moncada di Monforte

 

La questione più problematica sollevata dagli ecologisti è quella che nasce dall'impiego di combustibili fossili non rinnovabili (carbone, petrolio, ecc.) che, producendo energia, provocano l'emissione di grandi quantità di anidride carbonica (CO2). L'effetto serra conseguente, aggiuntivo a quello naturale, causerebbe un progressivo aumento della temperatura del pianeta. Questo riscaldamento globale della bassa atmosfera e della superficie terrestre avrebbe come conseguenza un cambiamento del clima, dalla cui entità dipenderanno gli effetti sugli ecosistemi terrestri ed acquatici, sulla salute umana e sui sistemi socioeconomici.

Su tutto ciò è utile ricordare che nel 1988 l'ONU ha istituito una Commissione Intergovernativa sul Cambiamento Climatico (IPCC), della quale fanno parte scienziati di tutto il mondo.

Lo studio dell'IPCC avrebbe accertato un aumento dell'anidride carbonica nell'atmosfera, un aumento delle precipitazioni atmosferiche in alcune zone del pianeta ma anche rischio di desertificazione di altre zone già aride (deserti tropicali e subtropicali), lo scioglimento dei ghiacciai e l'aumento del livello dei mari. L'anidride carbonica, per la sua capacità di assorbire la radiazione infrarossa, contribuisce a trattenere il calore che la Terra irradia accrescendo l'effetto serra, fenomeno sempre presente nei millenni che ora sarebbe accelerato in modo eccezionale. Nessun contributo, però, è stato portato per dimostrare scientificamente i rapporti di causa e di effetto.

Questi problemi erano già noti. Nel 1979 a Ginevra era stata firmata la convenzione sull'inquinamento atmosferico per affrontare i problemi legati all'acidificazione, eutrofizzazione e smog fotochimico. Nel 1987 era stato adottato da oltre 160 paesi il Protocollo di Montreal che impegna i paesi firmatari ad eliminare gradualmente l'utilizzo e la produzione delle sostanze che condizionerebbero lo strato di ozono della stratosfera. Inoltre, per la pressione degli ambientalisti e con la volontà di intervenire, nel 1992 a Rio del Janeiro si è tenuta la Conferenza Mondiale sull'Ambiente e lo Sviluppo: sono state approvate la Dichiarazione di Rio sull'Ambiente e lo Sviluppo e l'Agenda 21.

Infine, nel Dicembre 1997, è stato redatto il Protocollo di Kyoto che impegna i paesi industrializzati, responsabili di oltre il 70% delle emissioni mondiali di gas serra, a ridurre entro il 2012 le emissioni del 5,2% rispetto ai valori del 1990, con percentuali diversificate paese per paese. Il Protocollo, che indica anche le politiche e le misure che i paesi firmatari devono adottare per la riduzione delle emissioni, avrebbe dovuto essere in vigore ovunque entro il 16 Febbraio 2005. Ma, com'è stato già detto, molti paesi indugiano con mille giustificazioni.

Sarebbe utile mantenere il dibattito e le iniziative nei termini accertati, ammettendo che varie forme di inquinamento creano problemi anche impellenti e riconoscendo che le informazioni devono arrivare alla gente in modo non terroristico. Ma, opposte visioni animano contrasti anche roventi. E' emblematico quanto è accaduto in Danimarca dove un autorevole comitato scientifico ha accusato di ''disonestà intellettuale" Bjorn Lomborg, uno degli ambientalisti più rispettati del paese, che ha pubblicato un libro, ''L'ambientalista scettico", nel quale sostiene che i rischi dell'effetto serra sarebbero esagerati, le foreste non stanno scomparendo, poche specie animali si sono estinte e gli oceani sono più puliti.

Ma anche le reazioni di scienziati agli eccessi di Greenpeace e del WWF non sono rare e, fra queste, la più sensazionale è stata, nel 1992, l’appello sottoscritto ad Heidelberg da scienziati di tutto il mondo e presentato al Vertice sulla Terra di Rio de Janeiro.

L’Appello di Heidelberg, sottoscritto oggi da circa 4.000 scienziati fra i quali 72 Premi Nobel di 106 paesi diversi, con pacata serenità afferma:

“Vogliamo contribuire in pieno alla preservazione della nostra eredità comune, la Terra. Tuttaviain questo inizio del ventunesimo secolo, siamo preoccupati dell’emergere di un’ideologia irrazionale che si contrappone al progresso scientifico e industriale e impedisce lo sviluppo economico e sociale.

Noi affermiamo che non esiste, e probabilmente non è mai esistito, da quando è comparso l’uomo sulla Terra, uno Stato Naturale, come talvolta viene idealizzato da movimenti che hanno la tendenza a guardare al passato. L’umanità è sempre progredita imbrigliando la Natura, in modo sempre crescente, e sottomettendola alle proprie esigenze, e non viceversa. Noi sottoscriviamo in pieno gli obiettivi di un’ecologia scientifica per un universo le cui risorse vanno conosciute, monitorate e preservate. Ma con il presente documento chiediamo che questo inventario, monitoraggio e preservazione si fondino su criteri scientifici e non su pregiudizi irrazionali.

Noi facciamo notare che le attività umane essenziali vengono eseguite, o manipolando le sostanze pericolose, o in loro prossimità, e che il progresso e lo sviluppo hanno sempre comportato controlli crescenti di forze ostili, a beneficio dell’umanità.

Riteniamo quindi che l’ecologia scientifica non sia altro che un’estensione di questo progresso continuo verso il miglioramento della vita delle future generazioni.

Intendiamo affermare la responsabilità e i doveri della scienza verso la società nel suo insieme. Ma mettiamo in guardia le autorità responsabili del destino del nostro pianeta dal rischio di prendere decisioni sulla base di argomenti pseudo-scientifici, o di dati falsi e fuorvianti. Vogliamo attirare l’attenzione di tutti alla necessità di aiutare i paesi poveri a raggiungere un livello di sviluppo sostenibile che equivalga a quello del resto del pianeta, proteggendoli dai guai e dai pericoli che derivano dai paesi sviluppati, ed evitando il loro coinvolgimento in una rete di obblighi non realistici che comprometterebbero sia la loro indipendenza, sia la loro dignità.

I peggiori mali che insidiano la nostra Terra sono l’ignoranza e l’oppressione, e non la scienza, la tecnologia e l’industria, i cui strumenti, quando sono gestiti in maniera adatta, sono strumenti indispensabili di un futuro plasmato dall’umanità, che agisce da sé e per sé, superando problemi come la sovrappopolazione, la fame e le malattie”.

Evidentemente non è una dichiarazione in funzione di interessi economici o industriali né disconosce i problemi ambientali. L’Appello di Heidelberg è semplicemente un invito alla ragione e al riconoscimento della necessità del progresso scientifico per risolvere i problemi del mondo. E’ un invito anche all’onestà intellettuale e al buon senso per sconfiggere l’opportunismo politico e le paure irrazionali.

Ma, nonostante l’imponente e sempre crescente adesione spontanea della comunità scientifica internazionale a questo Appello, i media gli hanno sempre prestato pochissima attenzione. Così, i più ignorano che gran parte del mondo scientifico non condivide molte delle preoccupazioni sollevate dal WWF e da Greenpeace e il dibattito si riscalda: “E’ ora di farla finita con il terrorismo intellettuale dei Verdi, è ora di dire no ai loro ricatti”, afferma il famoso vulcanologo francese Haroun Tazieff, ex ministro dell’Ambiente, firmatario dell’Appello di Heidelberg, che ritiene anche che il “buco dell’ozono” sia una fantasia dei Verdi perché esiste da millenni. Gli fa eco il cancerologo tedesco Albrecht Kellerer, dell’Università di Monaco, che ritiene esagerata la minaccia nucleare perché, secondo lui, l’energia atomica è sicura e molto meno pericolosa di quello che i Verdi cercano di far credere. Con loro, il professor Nir Shaviv, dell'Università ebraica di Gerusalemme non crede che sia l’uomo il responsabile delle variazioni del clima del pianeta, perché con i suoi calcoli è giunto alla conclusione che per incidere sul clima sarebbe necessaria una quantità d'anidride carbonica nell'atmosfera tre volte maggiore di quella attuale. E, ricordando che la Groenlandia (terra verde) deve il suo nome alla sua fertilità quando era abitata dai vichinghi, conclude affermando che le glaciazioni e le desertificazioni sono cicliche già da prima che l’uomo facesse la sua comparsa sulla Terra.

Una ricca e contraddittoria bibliografia è stata alimentata dai problemi che i Verdi rappresentano spesso in modo ultimativo e dalle loro contestazioni. Da questa, fra i più recenti lavori, è interessante citare La Terra scoppia! di Giovanni Sartori che denuncia eccessi e pre-giudizi ideologici e Stato di paura” di Michael Crichton che sostiene una tesi originale che vede nella caduta del Muro di Berlino e nella fine della minaccia nucleare le cause dell’esasperazione ambientalista: il vuoto di paura rischiava di far recuperare alla gente la libertà di pensare autonomamente e questa situazione non era gradita ai poteri forti economico-finanziari che avrebbero preso la decisione di sostenere il catastrofismo ambientalistico per mantenere il controllo del mondo.

Siamo nella normale ciclicità del clima della terra? O questa ciclicità è stata alterata? Nulla può confermare l'una o l'altra tesi.

Dov'è la ragione? La ragione è da entrambe le parti. Ma forse gli ecologisti hanno perduto il senso concreto del loro impegno perché i problemi ecologici sono presentati in modo drammatico soltanto nella loro essenzialità fisica, nelle cause fisiche a monte e nei possibili ma non certi effetti fisici a valle. Sono trascurate opportune riflessioni sulle conseguenze di un'immediata accettazione delle proposte che formulano: il grande megafono mediatico occidentale non segnala, o riporta marginalmente, le implicazioni sociali, economiche e morali che nascerebbero affrontando questi problemi con la drasticità delle denunce.

Di fronte a questa situazione così controversa si distingue la posizione di Biorn Lomborg, docente nell’Università di Aarhus in Danimarca, che afferma: “Sappiamo che esiste la questione ecologica. Ma dobbiamo affrontarne anche altre. Affrontiamo prima quelle in cui possiamo ottenere i risultati migliori. Il mondo ricco si sta occupando di molti dei suoi problemi ambientali perché può permetterselo. Se il mondo povero diventasse più ricco, farebbe la stessa cosa. Cercare di risolvere problemi importanti come le malattie, la fame e l’acqua inquinata recherà giovamento e darà ai poveri la possibilità di migliorare lo stato del loro mondo.

Dare delle priorità significa che qualcosa deve essere rinviato. Naturalmente si possono fare investimenti per l’ambiente senza sacrificare il progresso economico, ma non possiamo farne di ogni genere. La soluzione di occuparsi per prima cosa dell’ambiente è iniqua per i paesi poveri. Per ragioni sia morali che pratiche, dobbiamo aiutarli ad acquisire ricchezza in modo che poi possano anche curarsi dell’ambiente.

Possiamo fare quasi tutto ma non tutto insieme. La sfida è decidere quali siano le priorità”.(Corriere della Sera 4.07. 2005)

 

Inserito il:02/10/2019 11:27:32
Ultimo aggiornamento:02/10/2019 11:51:00
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