Aggiornato al 08/08/2022

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

Tancredi Scarpelli (Napoli, 1866 – Roma, 1937) - Alpini eroici

 

Un’adunata “felliniana”

di Margherita Barsimi

 

Il riminese, forse più famoso al mondo, Federico Fellini, non aveva avuto modo, nel corso della sua vita, di entrare in contatto con la realtà unica e irripetibile degli alpini e delle loro adunate nazionali. Quando, nel 1933, per la prima volta gli alpini si erano riuniti nella città romagnola, egli aveva tredici anni, non era ancora il regista visionario che poi sarebbe diventato, ma certamente, se fosse stato ancora in vita, non avrebbe potuto fare a meno di rimanere “folgorato” dalla “estrosità” da cui la sua città è stata investita, nei giorni dal 5 all’8 maggio 2022.

Dopo due anni di rinvii, di chiusure, di cessazione d’attività, nel tardo pomeriggio di domenica, con la città ancora “blindata” e divisa in due (da una parte il Borgo, a monte della ferrovia, in cui si circolava liberamente, mentre nella parte a valle, quella della “Marina”, la circolazione dei mezzi pubblici e privati era off limits!), alcuni residenti, un po’ arrossati dal sole (finalmente ricomparso dopo tre giorni di nuvole, vento e pioggia, quasi a compiacere alpini e amici degli alpini assiepati dietro le transenne del Lungomare Di Vittorio e del Viale Regina Elena), con un sorriso pieno di gratitudine, ti dicono: “Grazie, avete portato dei giorni ricchi di folklore!”. Folklore? Gli alpini e ciò che rappresenta la loro adunata è dunque solo questo? Folklore!?

Questa parola inizia a ronzare nelle orecchie e a diventare un tormentone, fino a quando non decido di confrontare la mia idea di “folklore” con la definizione del vocabolario e scoprire così che, spesso, si utilizza questa parola nel significato dispregiativo, cioè di eccesso di colori e di atteggiamenti tipici, mentre la definizione esatta accenna al complesso dei saperi e delle conoscenze “popolari”.

Che cosa di più calzante, allora, per individuare la complessità di storia e di leggende, di letteratura e di musica, di valori e di tradizioni regionali, fusi in un messaggio universale, per testimoniare il quale, si riuniscono ogni anno gli alpini sparsi nelle più lontane regioni del mondo. Dovunque il lavoro italiano è arrivato, e continua ad arrivare, a unire individualità, che rischierebbero di essere assimilate alle culture e alle tradizioni dei paesi ospitanti, ci pensano le Sezioni Estere dell’ANA, in nome del comune denominatore: il servizio militare nel Corpo degli Alpini.

Tra i settantamila che hanno sfilato domenica, lungo la spiaggia lambita dal Mare Adriatico, tanti “tipi umani” avrebbero potuto essere colti dalla macchina da presa del grande visionario, che sicuramente avrebbe trovato ispirazione per un Amarcord (“io mi ricordo” in dialetto riminese) in versione alpina. Nelle divise d’epoca di alcuni gruppi storici, piuttosto che nei muli recalcitranti della Sezione di Vittorio Veneto, oppure nel “vecio”, Giovanni Alutto, nato a Barbaresco nel 1917, reduce della Russia che, fiero, nella sua camicia azzurra con il foulard giallo oro al collo, testimonia l’appartenenza alla Sezione di Torino, e con molta bonomia accetta di essere intervistato e ripreso dalle telecamere delle televisioni locali e nazionali: “Dopo due anni di sospensione temevo di non potere più essere presente, ma con questa “botta” di energia, confido di partecipare anche a Udine!”.

Che dire della chioma rosso-fuoco della sconosciuta “Gradisca” che ha marciato al ritmo del “Trentatre”? Sarà la suggestione nata dalla scoperta che, tutte le vie che portano al mare, da qualche tempo sono state ribattezzate con i titoli dei film di Fellini, ma come non pensare a quanto si sarebbe divertito il regista a rivedere il suo magistrale “Prova d’orchestra”, replicato allo stadio Neri da trentatre fanfare, che anziché essere dirette da un musicista, si sono auto-dirette, mentre Mogol commentava divertito e compiaciuto: “Per la prima volta in vita mia, mi trovo a “non” dirigere un complesso di tali dimensioni!”.

Sarà che la “Dolce Vita”, anche per chi non ha mai visto il film, è entrato nel vocabolario come sinonimo di vita senza problemi e preoccupazioni, ma questi tre giorni di musica, di allegria, di piazze e strade piene di gente, come potevano non far pensare, finalmente, ad una condizione di vita “ritrovata”, che si era temuto di aver perso ormai per sempre? La presenza di tante rappresentanti dell’altra metà del cielo, sia tra i Sindaci (che sempre più numerosi partecipano entusiasti ad una manifestazione dove anche per loro, ci sono solo applausi e nessuna contestazione…), che tra gli alpini in armi, darebbe ragione al sogno di Fellini di vivere in “Una città delle donne” …

Una frase abbastanza nota di Fellini- “Non faccio un film per dibattere tesi o sostenere teorie. Faccio un film alla stessa maniera in cui vivo un sogno” - delinea la situazione psicologica di chi partecipa all’adunata… Chi va all’adunata non sogna, ma per un giorno vive come tutti vorrebbero vivere: in amicizia e in pace, con il ricordo dei “veci” e dei loro sacrifici, pronti ad aiutare i “bocia”, tutti, indistintamente, senza differenza di ceto sociale o di provenienza.

Se la fama di Napoleone era diffusa dalle Alpi alle Piramidi, il nome dell’alpino ha lo stesso valore in tutti i dialetti d’Italia e nelle lingue dei paesi dove è sinonimo di uomo generoso, disponibile, allegro. Appunto, l’allegria… Non è forse la vis comica proverbiale, anche nei film dove il realismo è la cifra predominante del regista riminese, pur se mescolata alla tristezza? Un altro dei film “storici” che hanno trasformato Fellini da regista italiano in una stella di prima grandezza a livello internazionale è “La strada”: ebbene, quanta strada compiono gli alpini per arrivare al luogo scelto per l’Adunata! E poi, tolti pochi momenti, l’intero programma dell’Adunata si svolge in luoghi aperti, per raggiungere i quali si deve fare tanta strada; la sfilata stessa prevede come scenario una strada, quanto più possibile ampia e lunga, dove sfilare tra due ali di folla che applaude e…sogna!

Che cosa dunque fa sognare i non-alpini che assistono alla sfilata? Come quando si va al cinema a vedere “8 1/2” o “Casanova” o “Satyricon”si cerca una pausa dalla routine della quotidianità, una parentesi, tra letteratura e realtà, così chi ascolta gli speaker che, dagli altoparlanti, raccontano le storie dei reggimenti, delle sezioni, degli eroi, assiste a qualcosa che è reale, anche se non è l’Italia di tutti i giorni, ma è comunque una realtà, non uniforme, non immobile nel tempo e non impermeabile alle mode e ai costumi che cambiano…

Gli alpini iscritti all’ANA diventano sempre più vecchi, il loro numero è in continuo calo, ma i compagni che sono “andati avanti”, continuano a essere presenti, a sfilare al posto loro ci sono i loro cappelli, come in una scena da film strappano qualche sorriso e qualche lacrima …

 

Inserito il:13/05/2022 21:43:29
Ultimo aggiornamento:13/05/2022 21:49:14
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