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Conoscere Putin - (4/11) - L’Europa attaccata dalla Russia: come si monta un casus belli
di Vincenzo Rampolla
La guerra è il segno evidente del fallimento della ragione umana.
(B. Russell)
La sindrome della guerra. Voglia di guerra. Dopo secoli di conflitti e qualche decennio di pace, dopo una prima e una seconda ecatombe mondiale, rieccola in Europa. Febbre bellica è pungolo, stimolo da coltivare. Servono vittime ucraine da incastrare in uno scontro con la Russia, orfana dei trionfi speciali balbettati. Si coltiva la sua maturazione, con chiacchiere ermetiche e un madornale riarmo, inginocchiati ai voleri di Trump. Da che la guerra esiste, i suoi fautori devono sottostare imperativamente a un lusso: puntare il dito su un nemico. Il bersaglio di turno? La Russia.
Le parole. L’ineffabile segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha dichiarato recentemente: Siamo il prossimo obiettivo della Russia e siamo già in pericolo. (…) Ciò che sta accadendo in Ucraina potrebbe accadere anche ai Paesi alleati, dobbiamo passare a una mentalità da tempo di guerra. (…) Il momento di agire è adesso. Spesa e produzione per la difesa degli alleati devono aumentare rapidamente.
Sulla stessa linea sono Merz, Macron, Starmer e Meloni, il cui Governo ha approvato un emendamento alla finanziaria per aumentare la produzione e il commercio di armi. Mentre Putin ripete alla nausea che non ha alcuna intenzione di attaccare l’Europa e la Nato - il che suona come: mi piacerebbe tanto - ma di essere pronto a difendersi se l’aggredissero. Il gesto è stato giudicato da Bruxelles come una minaccia, vale a dire che sembra esserci qualcuno, da Rutte in giù, che abbia portato qualche prova della presunta volontà di Mosca di voler aprire un conflitto con l’Occidente. Vero o falso? Ipotesi isterica e tesi semplicemente lampante: si giustifica di per sé, intimata come evidente, scontata, inoppugnabile, incontestabile: indiscutibile.
Gli oracoli. Sempre attivi, quando si vuole una guerra a tutti i costi. Eppure alcuni Paesi Nato sostengono che la Russia ci attaccherà nel 2029. Profezia delirante. E se ci azzeccasse?
Il generale Stefano Mannino, presidente del Centro alti studi per la Difesa, chiarisce l’enigma. Dice: Questa narrazione ha un’origine baltico-polacca, secondo cui le capacità operative della Federazione Russa potrebbero essere tali da permetterle di sferrare un attacco al nostro fianco Est. E aggiunge: Queste analisi non sono basate sulle intenzioni di Mosca, ma esclusivamente sulle sue capacità osservabili (ipoteticamente, filosoficamente, personalmente). Vale a dire: non esistono le intenzioni dei russi di aggredire l’Europa, siamo noi che gliele attribuiamo. Il casus belli viene montato in modo del tutto artificiale. Si stanno creando le condizioni per un paradosso: il riarmo, con le spese militari portate al 5% per cento del Pil, e le risorse sottratte ai bisogni sociali più importanti. Da qui la tragedia, io mi riarmo e lo fai anche tu, in un vortice isterico che si ingigantisce e si incupisce: il seme della voragine. Si riarmano tutti, dall’Europa agli Usa, dalla Russia al Giappone e alla Cina, Iran e Corea del Nord in prima linea. Trump non ha forse annunciato la ripresa degli esperimenti nucleari? E Putin, missili su Kiev a potenziale nucleare?
I fatti. Le élites europee, in particolare, sono invasate di guerra, al contrario dei loro popoli, per fortuna. Nonostante il lavorio continuo delle forze dominanti a far maturare nell’opinione pubblica il sentimento di accettazione della guerra e malgrado i grandi media, con torme di scribi al seguito, scatenati. L’introduzione della leva volontaria oggi o obbligatoria domani, va nella stessa direzione. Emerge quello che merita di essere considerato come la maledizione europea. Dalle crociate a oggi, il Vecchio continente ha irrorato permanentemente la guerra, al proprio interno e nel mondo: dalla guerra dei Cent’anni a quella dei Trent’anni, dall’olocausto dei nativi d’America alla tratta degli schiavi che ha spolpato l’Africa, dal crudele colonialismo in tutti gli altri continenti, osannato simbolo di civiltà, fino alle due ecatombi mondiali.
I sondaggi. Non sarebbe ora di sfatare questo vezzo? Chissà... Parla un sondaggio Censis: in caso di guerra che coinvolga l’Italia, la grande maggioranza dei cittadini, in particolare i giovani, si sottrarrebbe: il 40%, dichiarandosi pacifista, non impugnerebbe le armi; 25% sarebbe disposto ad affidare la difesa a mercenari (i contractors); il 20% scapperebbe dal Paese; solo il 15 % combatterebbe. C’è forse un buco nero in calore tra interventisti e cittadini?
Che fare? A ogni onesto democratico è chiesto di impegnarsi per dare seguito, visibile e durevole, alla voglia di pace e di coesistenza cooperante fra le persone e i popoli. L’alternativa sarebbe scivolare verso il teatro nucleare. La lotta per il disarmo e la pace è una priorità assoluta. Lo scontro atomico non verrà in mente a nessuno. È solo una minaccia, velata, perfida, potentissima, usata con impagabile maestria dallo zar Putin. Chi lo evoca, manco sa di che parla o lo sa fin troppo bene.
L’immortale Kgb torna a sognare la grandezza sovietica
Alla fine del 1999, quando Boris Eltsin appariva ormai logorato da anni di crisi economiche, il Cremlino era alla ricerca di una figura capace di garantire continuità, sicurezza e protezione per le vecchie e nuove élite corrotte e potenti, eredi nella tumultuosa transizione degli anni ‘90.
In questo ambiente emerse Vladimir Putin, ufficiale del Kgb di rientro da 18 anni di servizio nella Germania orientale. A quell’epoca era a capo dell’Fsb, l’agenzia che aveva ereditato strutture, logiche e personale dal Kgb sovietico. Esalava competenza e discrezione, tranquillizzava gli intimi palpiti dello Stato russo. Eltsin lo nominò Primo Ministro, e poi, con le improvvise dimissioni del 31 dicembre 1999, lo incoronò suo successore.
Con Putin iniziò quello che molti studiosi definiscono la nouvelle vague degli uomini dei Servizi. Non fu un semplice avvicendamento di generazioni, fu una vera rivoluzione dell’apparato di sicurezza. Gli ex giovani comunisti del Komsomol, gli ufficiali dei Servizi e i tecnocrati che avevano vissuto la fine dell’Urss come un’umiliazione, hanno trovato in Putin un nuovo leader, un capo che condivideva l’idea che il crollo del 1991 non fosse stato inevitabile, ma il risultato di debolezza interna e del tradimento delle élite.
Ristabilire l’ordine.
Il nuovo corso inizia con un dovere: ristabilire l’ordine. Quale? L’ordine economico e il ridimensionamento degli oligarchi, l’ordine sociale, tramite la retorica della stabilità e l’ordine istituzionale, in primis: rafforzare lo Stato.
Il ruolo dei Servizi fu centrale: le agenzie di intelligence tornarono a essere colonne della governance russa. Dai governatorati regionali alle grandi società energetiche, dagli apparati giudiziari alle forze armate, uomini provenienti da quello che Putin definì la corporazione dei čekisti (dal nome della prima polizia segreta sovietica), iniziarono a occupare posti chiave. La democrazia liberale degli anni ‘90 fu sostituita da un modello centralizzato e paternalistico. Putin non restaurò il sistema sovietico, ma recuperò alcuni dei propri tratti personali, scolpiti nel suo Dna: la potenza statale, la nostalgia per il prestigio internazionale perduto, la centralità del nemico esterno come elemento di coesione nazionale. È da questo quadro che prende forma l’idea di una restaurazione imperiale. Non una ricostruzione dell’Urss, ma di una sfera di influenza che ricordasse quella sovietica: Ucraina, Bielorussia, Georgia, Asia centrale, Caucaso.
Il Cremlino inizia a fiutare l’espansione della Nato e dell’UE come minacce esistenziali.
Sul fronte interno, si rafforza il controllo sui media, si limitano le libertà politiche, si costruisce un sistema di partiti garante di una pluralità virtuale, apparente. Sul piano economico, lo Stato torna protagonista dei settori strategici, in particolare energia e difesa, attraverso il consolidamento delle aziende pubbliche e l’emergere di una nuova élite fedele a Putin: i “siloviki”, funzionari provenienti dalle forze armate e dalla sicurezza statale. Sul piano culturale, si esalta la continuità storica della Russia, da quella medievale all’Impero zarista fino alla vittoria sovietica sul nazismo. Il ritorno dell’apparato di sicurezza sfocia in un processo identitario: far elaborare e assimilare ai cittadini, in breve digerire, l’idea di una civiltà russa, distinta dall’Occidente, depositaria di valori spirituali e proveniente da una lunga tradizione di resistenza e patimento.
L’inizio della guerra: l’annessione della Crimea. Il 2014 è la data ideale, il punto di partenza, maturato a Kiev a fine 2013, archiviato dall’oblio mediatico. La sera del 21 novembre 2013 alcune centinaia di persone si riuniscono a Kiev in piazza dell’Indipendenza (Maidan), protestano contro il rifiuto del Governo di firmare l’Accordo di Associazione tra l'Ucraina e l'UE. È l’inizio del movimento noto come Euromaidan, embrione della rivoluzione del 2014. Mesi di scontri provocano la fuga del presidente filorusso V.Yanukovyč. Questi aveva accettato dalla Russia come fondi di salvataggio $2 Mld su un pacchetto di €15 Mld e ciò venne interpretato come un segno che il Governo avrebbe cercato legami stretti con Putin. La Russia reagisce, prende la palla al balzo. Invade la Crimea e sostiene i ribelli del Donbass, che proclamano l’indipendenza delle Province di Donetsk e Luhansk.
A marzo 2014 la Russia annuncia che l'unità di Crimea avrebbe preservato il suo nome essendo incorporata nel Ministero degli Interni russo. L'Ucraina e la maggior parte della comunità internazionale considerano la Crimea una repubblica autonoma dell'Ucraina e Sebastopoli una delle città dell'Ucraina a statuto speciale, mentre la Russia, considera la Crimea una repubblica della Russia e Sebastopoli una delle sue città federali. Entrambe sono totalmente sotto il controllo russo.
A maggio, il FMI ha sborsato $3.2 Mld per stabilizzare l'Ucraina. L'UE, a sua volta, ha richiesto all'Ucraina di garantire il pacchetto di aiuti del FMI per sostenere finanziariamente l'Ucraina sotto i termini di un recente accordo di associazione UE-Ucraina firmato per un importo di circa €1.6 M.
L’invasione della Crimea è un atto che consolida l’immagine di Putin come leader capace di riportare a casa i territori russi: La successiva invasione dell’Ucraina nel 2022 non rappresenta solo un conflitto regionale, ma la manifestazione più radicale di un’idea: la Russia, per sopravvivere, deve riappropriarsi del ruolo imperiale perduto. Gli uomini del Kgb e con loro un’intera generazione cresciuta nella certezza che l’Urss fosse un esperimento incompiuto, smantellato troppo in fretta, vedono nella Russia odierna l’occasione di ristabilire quella grandezza. Non si tratta di reintrodurre il socialismo reale, né di ricreare la pianificazione economica sovietica, ma di recuperare la struttura di potenza e influenza geopolitica che i crolli del 1989 e del 1991 avevano castrato e disperso.
Il disegno di nuova Russia concepito da Putin. Si basa su una concezione profondamente garantista dello Stato, in cui le istituzioni civili e le strutture democratiche sono subordinate alla logica della stabilità e della verticalità del potere. Oggi questo sogno, un misto di nostalgia, ambizione geopolitica e volontà di potere e di controllo, continua a orientare la politica estera e interna del Cremlino. Il mito dell’Urss non è più un progetto politico concreto, ma è ancora vivo come base, primo elemento, simbolo immaginario di forza, sacrificio e grandezza perduta. Proprio in questa dimensione il Kgb, sotto nuove sigle ma con la stessa mentalità, si è ripreso la Russia: non dominando apertamente, ma fecondando la struttura del potere, definendo priorità, riscrivendo la memoria storica e orientando l’identità nazionale. Un Paese guidato da uomini che non si sono mai rassegnati alla fine dell’impero e che, attraverso Putin, hanno trovato l’occasione di riprovarci. Un Paese per il quale la guerra tra Mosca e Kiev ha portato a una frattura religiosa sancita da un recente intervento del parlamento ucraino che ha messo fuorilegge la Chiesa ortodossa legata a Mosca.
Il Patriarca di Mosca Kirill. Contro questa decisione, inascoltato ad arte in tutto il mondo ortodosso, si è appellato anche il patriarca della capitale russa Kirill, noto come il chierichetto di Putin, che ha giustificato l’azione di Putin in relazione alla guerra, riconoscendo alla Russia la missione di salvare dal male l’umanità e l’Occidente.
Nasce a Leningrado come Putin, suo braccio destro a Berlino quando Putin era capo del Kgb, Cappellano oggi del Cremlino, falco pro-governo nella guerra in Ucraina, Kirill vanta un patrimonio stimato tra €4-8 Mld e una villa sul Mar Nero vicino a quella di Putin.
In Russia ogni sfera di potere non è mai veramente slegata dal sacro e il sacro è sempre, in un modo o nell’altro, legato a doppio filo con gli apparati politici. Valeva per l’Urss e vale anche per la Russia di Putin, mondi in cui Kirill ha costruito una graduale e ineffabile ascesa.
(Consultazione: Avvenire; msn, l’Unità; M. Capanna; Il Riformista - Tullio Camiglieri 27.11.2025;)

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