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Voltaire

 

Piazze Aperte a Milano - Urbanistica tattica

di Michele Caja

 

Il recente progetto Piazze aperte sviluppato dal Comune di Milano si fonda sul concetto di città di 15 minuti, come teorizzato dall’urbanista franco-colombiano Carlos Moreno. Nel luglio 2020, il C40 Cities Climate Leadership Group ha definito un quadro strutturale per “ricostruire meglio” le città utilizzando il concetto di 15 minuti, riferendosi specificamente ai piani attuati durante la pandemia in città come Milano, Madrid, Edimburgo e Seattle. Questo modello di città è stato adottato anche dalla città di Parigi, adottandolo in particolare durante la pandemia come principio di rigenerazione urbana.

Questo modello deriva da precedenti idee basate sul principio di vicinanza e di percorribilità a piedi, messa a punto già nell’unità di quartiere (Neighborhood Unit) “a misura d’uomo” proposta da Clarence Perry negli anni ’20 del secolo corso. Un altro riferimento diretto sono i principi proposti dall’urbanista e attivista Jane Jacobs nel suo celebre libro The Death and Life of Great American Cities (1961), dal quale sono nate le prime azioni contro la pianificazione urbana basata sull’automobile in difesa della vita pedonale e della mixitè culturale ed etnica degli abitanti. Temi ripresi di recente da Jan Gehl in progetti tesi a migliorare la qualità della vita urbana secondo la scala del pedone e del ciclista.

Analogamente, il concetto urbano della città di 15 minuti si basa sulla volontà di soddisfare le necessità quotidiane dei residenti che si spostano a piedi o in bicicletta direttamente dalle proprie abitazioni. Il concetto si fonda anche sull’idea di inclusività, dove il principio di diversità si riferisce allo sviluppo ad uso misto di quartieri multiculturali, come propulsore per migliorare l’esperienza urbana e aumentare la partecipazione della comunità al processo di pianificazione.

La città di Milano, in particolare, costituisce in questo senso un caso eccezionale, come ha ben delineato John Foot – lo studioso britannico specializzato in storia italiana – in una delle più lucide ricostruzioni delle vicende milanesi a partire dal miracolo economico sino all’inizio del nuovo millennio. Tra i problemi maggiori della situazione di Milano degli ultimi decenni vi sono quelli riferiti al traffico e all’inquinamento, accanto a quelli dell’integrazione multietnica e il degrado urbano in generale. Proprio nel tentativo di dare una risposta a questi problemi, l’amministrazione comunale milanese ha favorito una strategia bottom-up, basata sul coinvolgimento diretto dei cittadini, oltre che di tecnici e specialisti di varie discipline.

Il piano di Milano Piazze aperte, promosso dal sindaco Giuseppe Sala e dall’allora assessore alla mobilità e all’urbanistica Pierfrancesco Maran, riparte da questi precedenti teorici e applicativi, declinati in particolari “tattiche” che hanno rivitalizzato negli ultimi quattro anni molteplici punti nodali all’interno dell’area milanese. La riqualificazione degli spazi urbani è stata ottenuta soprattutto grazie alla sottrazione di aree al traffico e al parcheggio indisciplinato a favore di nuove destinazioni pubbliche. Insieme al Comune, questi interventi di “urbanistica tattica” sono stati sostenuti grazie al supporto di Bloomberg Associates, società di consulenza di base a New York esperta in best practices ad uso di amministrazioni municipali – tra cui Londra, Parigi e altre megalopoli – sulla base di principi comuni: sicurezza, sostenibilità e qualità della vita urbana. L’esempio di riferimento è stata la pedonalizzazione di Times Square a New York nel 2009 sotto l’allora sindaco Michael Bloomberg, che ha mostrato come in poche settimane i cittadini potessero riappropriarsi di un nodo strategico, un tempo caotico crocevia di traffico.

Nel recente report presentato alla città, Piazze aperte ha elencato tutte le iniziative prese a carico negli ultimi quattro anni di lavoro: dal 2018 – con la prima “tattica” introdotta nel quartiere Dergano a Nord-Ovest del centro di Milano – ad oggi, sono stati realizzati 38 interventi coordinati da “Officina urbana”, un apposito ufficio all’interno del Comune di Milano. L’obbiettivo di inquadrare i singoli interventi nel percorso di trasformazione dei quartieri e della città ha portato alla riqualificazione di 22.000 metri quadrati di spazio pubblico. Questa è stata possibile grazie a tempi rapidi e strumenti non invasivi, come la verniciatura del manto stradale con patterns di diverse forme e colori e interventi di arredo urbano: l’installazione di 250 nuove panchine, 35 tavoli e 32 tavoli per il ping-pong, 380 posti bici, 310 piante in vaso. Fondamentale per il progetto è stato il dialogo con la cittadinanza attraverso il coinvolgimento del mondo delle associazioni. Sono ben 200 in totale le realtà associative che hanno aderito al progetto, con 72 attività commerciali, 17 scuole, 17 tra comitati di quartiere e social street, 8 istituzioni religiose.

È prevista una seconda fase del progetto, che a breve partirà con l’obbiettivo di trasformare gli spazi pedonali nei pressi dei plessi scolastici per creare nuovi spazi pubblici e aree ricreative. La nuova sfida – attualmente in fase di elaborazione – verrà diffusa dal prossimo autunno offrendo così alla cittadinanza l’opportunità di collaborare alla realizzazione di nuovi interventi di riqualificazione nelle zone adiacenti alle scuole milanesi. Secondo l’opinione del sindaco Sala, questa seconda fase di interventi di Piazze aperte sarà un cambio di passo per la città, ma soprattutto per i cittadini. Questi, già protagonisti del dialogo che ha reso possibile la prima fase del progetto, diverranno ancor più parte attiva nell’indicare tendenze per il cambiamento futuro. Un futuro fondato su piccole rivoluzioni, a partire dalla soluzione dei problemi di mobilità, che consentirà così ai cittadini di portare a scuola i bambini a piedi o in bicicletta in maniera sicura.

Se si riflette a questa intensa esperienza sinora compiuta, emerge chiaramente l’efficacia del modello adottato, confermato anche dal successo riscontrato nella cittadinanza. Un modello che si fonda – come spiega Maran nel suo libro Le città visibili appena pubblicato – sull’idea di fondo di togliere spazio al traffico automobilistico per dedicarlo ai pedoni attraverso interventi soft da realizzare in poco tempo. I tempi di attuazione di un intervento di urbanistica tattica possono essere contenuti all’interno di cento giorni. Dalle piste ciclabili di corso Buenos Aires alle molte piazze rese pedonali attraverso la semplice colorazione della loro superficie, sino agli innumerevoli parklet e dehor di bar e ristoranti al posto di parcheggi e spazi adibiti al traffico, Milano ha creato un modello che si sta diffondendo anche in altre città italiane.

Intorno a questi interventi è sorto un grande dibattito tra cittadini ed esperti; soprattutto da parte degli urbanisti emergono critiche per l’assenza di una tradizionale forma di pianificazione dall’alto, a favore di operazioni di carattere estemporaneo, basate su modalità di lavoro “qui e ora”. Nonostante il carattere provvisorio, tuttavia, questa nuova modalità prevede anche una successiva fase di rielaborazione permanente. Questa non entra tuttavia in competizione con gli spazi pubblici dei progetti a lungo termine che stanno trasformando Milano con il coinvolgimento di multinazionali e studi di progettazione internazionali – da Porta Nuova a City Life, dagli scali ferroviari all’ex Macello. Accanto a questi processi in atto, gli interventi tattici introducono novità immediate di scala più minuta che generano nuove forme comunitarie diffuse capillarmente all’interno del tessuto consolidato della città.

 

Inserito il:27/10/2023 12:17:45
Ultimo aggiornamento:27/10/2023 12:26:11
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