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Aggiornato al 09/12/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Katharine Buljan (Newtown, NSW, Australia - Sydney) - Flight of the Soul

 

Noha è morta!

di Mara Antonaccio


In questi giorni i giornali di tutta Europa sono pieni di articoli sull’accaduto, per non parlare dei Social: Noha Pothoven ha scelto di sfuggire al dolore che la vita le ha procurato, facendo la scelta estrema: rinunciarvi. L’opinione Pubblica si è ovviamente schierata: Garantisti e Giudici; la stampa che esprime pensieri conservatori, ha gridato allo scandalo, “follia di Stato in Olanda”, titola un quotidiano; le testate e le Associazioni sensibili ai temi del suicidio assistito, dell’accompagnamento al fine vita etc. etc., hanno consacrato il fatto, rivendicando il libero arbitrio e esaltando il gesto della giovane, più per veder riconosciuti dei principi, seppur sacrosanti, che per un sentimento di Pietas. Ovunque leggo solo accesi dibattiti tra fazioni, se sia stato giusto o no decidere di morire, che si dovevano aspettare i 21 anni, come se a 17 non si sia ancora capaci di provare "un dolore adulto", come se decidere se quel dolore sia davvero insopportabile non sia faccenda da adolescenti. Si perché questo pensano i più, che magari crescendo, magari in quei 4 anni, avrebbe recuperato la sua vita, fatto le cose che si fanno a quell’età, magari trovato un amore che con dolcezza le facesse superare tutto.

Ma la vita non è solo romanticismo o buonismo o etica, non sempre le cose si recuperano.

Qual era il demone che la ossessionava, che le ha portato via sogni e speranze: una serie di incredibili e reiterati episodi di violenza sessuale di cui era stata vittima: il primo ad 11 anni, durante la festa di una compagna di scuola, il secondo poco dopo, sempre in occasione di un’altra festa di coetanei e il terzo a 14 anni, subito in strada da due adulti. Sicuramente la famiglia ha provato ad aiutarla, gli Specialisti, la terapia ma Noha, come ha scritto nel suo libro, in cui ha cercato di spiegare la sua storia e le sue ragioni, conosceva solo il disagio: “Rivivo quella paura e quel dolore ogni giorno….. il mio corpo si sente ancora sporco”.

Una sofferenza insopportabile, la giovane era depressa e anoressica.

Da qui la decisione di morire, le lunghe battaglie legali culminate nel rifiuto del Governo Olandese di concederle l’eutanasia, cioè una morte indotta, e la scelta di lasciarsi morire di fame e di sete, assistita da medici per non soffrire e dall’affetto dei suoi cari, nella sua casa. Noha ha tenuto duro, ha rivendicato il suo diritto all'autodeterminazione. Quasi tutti hanno condannato il gesto, espresso opinioni non richieste su quello che avrebbe dovuto provare, fare, poteva farcela, le cure, i farmaci, il recupero; gli altri sanno sempre tutto. Nessuno però ha parlato dei veri colpevoli, gli stupratori che le hanno portato via infanzia, adolescenza e vita.

In questo processo mediatico in cui tutti hanno un’opinione, non importano le cause, la sofferenza, importa poter trattare l’argomento secondo una Morale totipotente, che tutto dirime, riferimento universale; importante è ergersi a giudici, dispensare soluzioni e dare consigli. In realtà per costoro la colpevole è Noha, perché ha scelto di non soffrire, beffando Veterocattolici e Torquemada del terzo millennio.

Ma Noha non ha ascoltato nessuno oltre la sua volontà, ed è volata via....

 

Inserito il:05/06/2019 21:48:28
Ultimo aggiornamento:05/06/2019 22:03:55
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