Aggiornato al 16/05/2026

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Voltaire

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L’AI maggiorenne: da software ad asset politico-economico  

di Vincenzo Rampolla 

 

Sorprendente la velocità con cui il dibattito pubblico sull’AI cambia vocabolario. Fino a pochi mesi fa il mercato era ossessionato dai creativi software di simulazione dialoghi, dalle prove virali, dalle promesse strabilianti di produttività totale; oggi il lessico si è improvvisamente orientato su parole meno seducenti, più rischiose: sorveglianza, infrastrutture energetiche, normativa aperta, sicurezza nazionale, disponibilità, apertura (deployment). È un segnale dalla tecnologia. Rintanata in second’ordine, la maschera di interesse commerciale prende a mutarsi in asset economico e politico. A grandi passi si sta avvicinando alla maggiore età.

La notizia diffusa da Google sull’utilizzo di modelli AI per individuare all’istante una vulnerabilità, destinata potenzialmente a un attacco su larga scala rappresenta forse uno dei momenti più trascurati nella cybersecurity. Gli hacker hanno finito di trastullarsi con l’AI, hanno battezzato una nuova era: finita quella dei genietti padroni del mestiere, scatenati minatori di falle nei sistemi altrui, a iosa sul mercato. Dove prenderanno adesso la matematica per scandagliare montagne di software 24 /24 ore, senza esaurimento, senza frustrazione, senza ansie e sonno e senza un centesimo in tasca?

Per decenni la sicurezza informatica ha funzionato come una strana aristocrazia tecnica. Mitici i migliori cacciatori di falle (bug hunter), per metà matematici e l’altra con test di indagine e ricerca di punti deboli, basati su ignoranza o leggerezza. Bisogna essere bravi per sapere scavare in profondità e scovare i bug, ci vogliono tempo, abilità e acume. L’AI sta mettendo a nudo le pecche. I limiti, messi fuori gioco, vanno al tappeto. Che dice Google con la ricerca di bug pilotata dall’AI?  Google urla al Pianeta: vi massacro… tutti quanti. E sventola la bandiera del cybercrime.

Se i modelli diventano così potenti da cogliere e identificare ignoti bug prima dell’uomo, la cybersecurity da attività artigianale diventa produzione industriale automatizzata. È una mutazione, un cambio di pelle, come nelle rivoluzioni industriali. Sì. E il rapporto capitale/ lavoro si ribalta: un Security Senior da solo potrebbe fare le scarpe a un intero team.

Ci sarà un motivo della nascita della nuova OpenAI Deployment Company (OpenAI Azienda a Disposizione, Azienda-Per-Te) da poco annunciata?

La parte più interessante dell’annuncio di OpenAI per fare da AI Integrator dedicata allo sviluppo operativo dell’AI nelle aziende, non è la valutazione da $10 Mld della nuova Deployment Company né i $4 Mld di investimento iniziale raccolti da nomi di prestigio, da Goldman Sachs a SoftBank, da McKinsey & C a Capgemini. Risponde Phoenix, con cinico affondo, decisamente rivelatore: la Silicon Valley ha finalmente capito che il vero business dell’AI non è costruire modelli. È entrare negli organigrammi aziendali e colonizzare i processi operativi dall’interno.

E OpenAI non vuole più essere semplice fornitore di infrastrutture, deve diventare operatore strategico permanente dentro le imprese. Vuole possedere il piano operativo dell’AI. È una mutazione enorme. Anche culturale. La Silicon Valley ha sempre nutrito un certo disprezzo aristocratico verso la consulenza, lenta, umana e basata su diapositive e autorità. Si sveglia ora e scopre che il business più profittevole del pianeta non è vendere software, ma vendere trasformazione a qualunque momento. Il mantra è: Essere Artisti del Futuro.

Parlano le cifre. Per ogni $ speso in software, le aziende ne tiran fuori 6 in servizi, rapporto che esiste da decenni e motivo per cui la consulenza globale è diventata una industria multi-trilionaria. La differenza è che ora i Promotori AI vogliono mettersi in tasca quei dollari, senza intermediari. Senza collaborare con McKinsey… diventare McKinsey stesso, con accesso privilegiato ai modelli frontier (addestrati a potenza di calcolo superiore a 10^26 operazioni, tra i sistemi di AI Generativa più avanzati e potenti al mondo). OpenAI prevede il coinvolgimento dei cosiddetti Forward Deployed Engineer (Specialista Dedicato all’Avviamento) figure tecniche di massima disponibilità che lavorano direttamente all’interno dell’azienda cliente per collegare ai dati il modello AI, ai processi e agli strumenti usati dall’organizzazione; sono guide, leader di future squadre di intervento molto rapide, con tecnici altamente specializzati.

La Silicon Valley non cambia, nonostante il martellante marketing sulla creatività distribuita e sui trucchi per imbonire clienti. È accaduto con il cloud, con i motori di ricerca, con gli smartphone, con i social network e ora con l’AI. Ogni ciclo tecnologico inizia inneggiando alla democratizzazione e chiude con la concentrazione di capitale, del potere di calcolo e della dipendenza sistemica.

Nel frattempo il vero centro gravitazionale dell’industria si è spostato ancora più in profondità, annegato nei sistemi elettrici. La nuova guerra industriale AI non riguarda più i modelli, ma l’energia mascherata da silicio. I Data Center stanno diventando l’equivalente odierno dei pozzi di petrolio del ‘900. Colui che controlla potere di calcolo, reti energetiche, chip e impianti di raffreddamento controlla l’autostrada dell’AI.

Wall Street punta con crescente attenzione su società elettriche, infrastrutture cloud, semiconduttori e forniture energetiche. È una transizione quasi brutale. L’AI Generativa consuma energia in quantità che i profeti continuano sistematicamente a sottovalutare. Non ci arrivano. Dietro ogni interazione apparentemente magica esiste una catena industriale gigantesca fatta di turbine, cavi, trasformatori, acqua per il raffreddamento e centrali elettriche. Il lato intelligence del sistema è forse la componente meno cara, da piazzare di volta in volta, nel lungo termine.

È una compressione strutturale della velocità industriale, spremendo processi che richiedevano settimane o mesi. E la riduzione del tempo non produce soltanto efficienza ma tocca la gerarchia stessa delle organizzazioni, lentamente i Boss perdono il monopolio della pianificazione temporale: la produzione è diventata quasi istantanea. Non sanno adeguarsi. Chi ha la cultura del metodo?

Siamo al dunque: l’AI non sta semplicemente automatizzando il lavoro umano, sta comprimendo il tempo economico. Le aziende che operano con cicli decisionali trimestrali rischiano di trovarsi improvvisamente in competizione con organizzazioni che snocciolano il ciclo in giorni. È una mutazione competitiva incisiva, più della semplice automazione dei dipendenti.

Questa accelerazione cozza con la dimensione normativa europea. Ovvio. Le bozze dei regolamenti pubblicate dall’UE sull’Article 50 dell’AI Act mostrano come Bruxelles intenda muoversi. Molte startup europee scoprono improvvisamente i disastri criminali dei barometri economici continentali imposti dalla fantasia belga: effetti della verginità culturale economica dei Boss al potere.

Purtroppo, gran parte degli ignari autori dell’AI l’ha interpretata come una formalità. Basta incollare un’etichetta con su Prodotto dall’AI, aggiornare i termini di servizio e tirare avanti, senza batter ciglio. Le linee guida europee impongono in aggiunta un approccio molto burocratico e raffinato, ossequioso e pedante: rendiconti continui, rapporti, studi, analisi, convegni, tracciabilità dei sistemi, trasparenza operativa permanente, ossessiva. In due parole, eterni costi strutturali.

E gli Usa, che fanno? Percorrono una strada diversa ma politicamente convergente. Le dichiarazioni dell’FBI sull’uso crescente dell’AI per identificare sospetti, accelerare investigazioni e supportare operazioni di sicurezza mostrano come la sorveglianza algoritmica stia lentamente entrando nella normalità amministrativa. E la Cina? Per anni, non è stata dipinta pubblicamente come laboratorio globale del controllo digitale centralizzato, nel male e nel bene?

Usa e Cina convergono su una stessa convinzione operativa: sapere elaborare smisurati volumi di dati con l’AI è un eccezionale vantaggio strategico. Non deve essere ignorato. La logica della sicurezza nazionale tende quasi sempre a divorare le resistenze culturali iniziali.

Anche il mondo della consulenza sta affrontando questa trasformazione con malcelati timori. I nuovi ingegneri di OpenAI che iniziano a infilarsi direttamente nei processi aziendali sono lontani mille miglia dai prezzolati burattini accademici inguantati e sanno sempre più di Strategic Advisor, puzzano di cliente, non di dopo barba.

La grande minaccia per le Società di Consulenza tradizionali non è l’AI che sostituisca integralmente i consulenti; è che riduca brutalmente il numero di persone dedicate a produrre analisi, reportistica, simulazioni e sviluppi operativi. Un gruppo che prima richiedeva 50 Analisti potrebbe presto essere sostituito da 5 Consulenti specialisti supportati da infrastrutture AI avanzate. Il margine economico si sposta dal lavoro umano all’abilità di calcolo.

Resta un ultimo pensiero. In Italia il vero cammino verso il digitale non è semplicemente infrastrutturale, è culturale e manageriale. Molte imprese continuano a trattare la trasformazione digitale come un acquisto di software, anziché ridefinizione del modello operativo. È una differenza spaventosa. Investire in tecnologia senza modificare processi e cultura aziendale non è solo stonato, produce quasi sempre l’equivalente economico del motore da corsa montato per tirare un carretto.

La parte più succulenta dell’intera fase storica è forse quella emersa per partenogenesi: l’AI sta smettendo di essere percepita come tecnologia separata. Maturando, sta diventando tessuto operativo invisibile di sistemi economici, militari, burocratici e industriali. È il momento esatto in cui una tecnologia diventa realmente potente e decisamente pericolosa. Quando nessuno la nota più come elemento di seduzione distinto e smagliante è segno che ti è entrata sotto pelle, che ha già iniziato ad addestrare le ingorde mani del potere. Presto scaverà nel DNA. E politici e media, quanto ci mettono a capirlo?

Consultazione: Rapporti UE Article 50 - AI Act; Rivista AI Maggio2026. Treccani AI.

 

Inserito il:16/05/2026 18:15:07
Ultimo aggiornamento:16/05/2026 18:24:53
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