Aggiornato al 28/05/2026

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

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Il Papa, l’IA e il diritto di parlare di ciò che non si conosce

di Achille De Tommaso

 

La critica più dura a Magnifica Humanitas, l’enciclica firmata da Papa Leone XIV il 15 maggio 2026, non riguarda il diritto del Pontefice di intervenire sull’intelligenza artificiale. Quel diritto non è in discussione. L’algoritmo IA tocca oggi la carne viva di tutto ciò che conta davvero: il lavoro, la libertà, i conflitti, la scuola, l’informazione. Ambiti in cui la Chiesa, da Leone XIII in poi, ha sempre rivendicato il dovere di dire la sua parola morale. Il problema è un altro, e più delicato. Quando un’autorità religiosa entra in un terreno così tecnico e complesso, bisogna capire dove finisce il magistero etico e dove inizia l’incompetenza che si traveste da profezia. E non dare tutto per oro colato.

***

Leone XIV non è uno sprovveduto. Ha una formazione solida: studi in matematica a Villanova, teologia e diritto canonico all’Angelicum. Eppure, una laurea scientifica del 1977 e un dottorato in diritto ecclesiastico non ti rendono automaticamente esperto di modelli fondazionali, architetture transformer, cybersecurity o geopolitica dei semiconduttori. Ed è proprio qui che sorge la domanda scomoda: ha davvero senso che il Papa si pronunci con tanta sicurezza su questioni tecniche che, per sua natura, non può padroneggiare fino in fondo? La linea di separazione è sottile. Quando il Papa parla come custode dell’umano, la sua voce è importante e necessaria; ma quando invece pretende di fare una diagnosi scientifica della rivoluzione in corso, il rischio di inciampare diventa concreto.

Nei passaggi in cui ricorda che la persona non è un dato, che la guerra non va automatizzata e che il lavoro non può ridursi a cieca obbedienza alla macchina, la Chiesa fa il suo mestiere e resta nel proprio campo. Quando però dipinge l’intero universo tecnologico come un unico blocco minaccioso, una specie di “Babele digitale”, il discorso scivola. Le metafore bibliche, da sole, non bastano più a spiegare una realtà così articolata.

Il vero guaio è come queste parole vengano recepite. Molti fedeli tendono ad attribuire al Papa un’aura di superiorità anche quando parla di scienza o di economia, confondendo l’infallibilità (che il Catechismo limita rigorosamente a fede e morale) con una sorta di onniscienza generale. Ma il Papa non è infallibile sulle reti neurali né sui modelli linguistici. Può indicare una direzione etica, ma non ha più autorevolezza di un ingegnere, di un epistemologo o di un economista dell’innovazione.

Il rischio è che una società già incline alla paura dell’IA, alimentata da media spesso superficiali, trovi nell’enciclica la benedizione religiosa per le proprie ansie. Invece di aiutare le persone a comprendere, un testo così cupo rischia di autorizzarle semplicemente a spaventarsi meglio. Questo approccio rigido finisce per mettere tutto nello stesso calderone: l’IA che aiuta a diagnosticare un tumore molto prima dell’occhio dell’oncologo; e quella usata per la sorveglianza di massa; i software educativi e i sistemi di manipolazione cognitiva; l’open source e i monopoli industriali. È un po’ come certi psicologi da talk show che, pur dicendo cose sensate sugli effetti degli schermi sui ragazzi, pretendono di spiegare il funzionamento della macchina invece di occuparsi della mente umana. La Chiesa farebbe meglio a spingere le persone a diventare più colte, più critiche e più responsabili di fronte alla tecnologia, piuttosto che dipingere il mostro e invitare a barricarsi. Senza questo passaggio, la cura pastorale rischia di trasformarsi in un paternalismo elegante, ma pur sempre una resa.

Lo stesso limite si vede nella scuola “post-meritocratica” descritta da Mauro Nemesio Rossi: se rispondiamo alla rivoluzione digitale solo con retorica dell’inclusione e della relazione senza regole, non proteggiamo i ragazzi. Li disarmiamo. Un giovane senza logica, senza capacità di argomentare e senza metodo per verificare le fonti non sarà più umano davanti all’algoritmo: sarà solo più facilmente manipolabile.

L’errore di fondo dell’enciclica sta nel trattare l’IA come una potenza morale monolitica, mentre siamo di fronte a un arcipelago di tecnologie molto diverse tra loro. Parlare di diagnostica medica, armi autonome e chat generative con la stessa categoria della “disumanizzazione” può funzionare in un’omelia dal pulpito di una chiesa, ma mostra una certa povertà analitica quando si tratta di capire il fenomeno nella sua complessità.

Detto questo, su alcuni punti l’enciclica colpisce nel segno: i monopoli delle Big Tech, lo sfruttamento del lavoro, le armi autonome. Ha il merito di aver ricordato che l’IA non è un mezzo neutrale, ma un’infrastruttura di potere. Però denunciare il Leviatano non significa saperlo governare. E sulle soluzioni concrete, come standard di audit, competenze pubbliche, modelli aperti, cloud sovrani, il documento resta piuttosto vago.

C’è poi un aspetto quasi paradossale e…buffo. Secondo alcune indiscrezioni, parti dell’enciclica potrebbero essere state scritte con l’aiuto dell’IA. Se confermato, sarebbe un bel colpo di scena: ne parli male, ma lo usi…

In definitiva, Magnifica Humanitas è un’enciclica solenne nei toni ma fragile nei contenuti tecnici. Nobile negli intenti, ma fumosa nella pratica. Leone XIV ha fatto bene a mettere i colossi del tech di fronte alle proprie responsabilità. Ha però mostrato i limiti di chi, pur con le migliori intenzioni, osserva questa rivoluzione da fuori.

La fede può ancora spingere chi costruisce le macchine a interrogarsi; però, poiché non è più in grado di fermarle, può sforzarsi ad indicarci la via per governarle con saggezza.

 

Inserito il:28/05/2026 13:00:48
Ultimo aggiornamento:28/05/2026 13:11:46
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