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Voltaire

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La Magnifica Humanitas di Leone XIV e l'umanesimo industriale

di Mauro Nemesio Rossi

 

L’enciclica papale Magnifica Humanitas di Leone XIV, anticipata lo scorso 15 maggio, sull'Intelligenza Artificiale, riporta il pensiero alla Rerum Novarum di Leone XIII, quando si parlava dell’evoluzione e delle complicanze del lavoro dovute ai cambiamenti tecnologici che, oltre 135 anni fa, stavano lentamente modificando la qualità della vita. L’avvento dei modelli generativi e dei sistemi autonomi di decisione rappresenta una discontinuità sistemica. Ci troviamo oggi di fronte a una ristrutturazione dei rapporti di produzione analoga alla transizione manifatturiera dell’Ottocento.

Magnifica Humanitas si oppone all’ottimismo dei mercati che investono una cifra smisurata per una prospettiva di alti guadagni futuri, mentre una piccola pattuglia di conservatori mostra un pessimismo ingiustificato. Ma la tecnologia deve rimanere un mezzo e mai un fine, uno straordinario prolungamento delle capacità umane.

La visione di Leone XIV ben si ispira al pensiero olivettiano, là dove affermava che il progresso materiale è legittimo e fecondo solo se genera contemporaneamente progresso spirituale, culturale e sociale. Nei prossimi anni bisognerà, come leader, intellettuali e manager, saper rimanere umani; non conterà tanto la capacità o la velocità di un computer quantistico, ma il preservare quel nesso indissolubile tra la profondità del pensiero eleatico – non a caso il primo elaboratore della Olivetti si chiamava Elea – e la concretezza del lavoro quotidiano nell'era della complessità computazionale.

Tuttavia, mentre la critica dominante si divide tra il neoluddismo catastrofista e il feticismo tecnologico della Silicon Valley, il dibattito teologico nato dalle anticipazioni del testo vaticano sembra trovare un compromesso: una via verso quell’umanesimo che in Italia, nella seconda metà del Novecento, trovò spazio nella prassi industriale di Adriano Olivetti.

Per chi ha vissuto la cultura eporediese, la questione sollevata dal Papa è la stessa concezione che lega la filosofia presocratica alla nascita dell'elettronica commerciale e ai primi esperimenti applicati di intelligenza artificiale nelle nostre banche d'affari, messi in atto dalla ricerca della Olivetti nel 1987.

I commenti della stampa, da La Civiltà Cattolica alle riviste di filosofia della tecnologia, evidenziano come il documento papale eviti la gabbia della demonizzazione della tecnica. Il punto non è la macchina, ma la custodia dell'umano.

Il metodo scelto dal Papa, che ha destato scalpore e che è il vero punto di svolta, è stato la convocazione al tavolo di presentazione di Christopher Olah di Anthropic. In questo, però, non c’è una capitolazione della Chiesa al potere tecnocratico, bensì la rivendicazione di un'alleanza transdisciplinare. Il Papa non può affrontare problemi che riguardano il mondo universale con ciò che non si comprende intrinsecamente. L’enciclica, credo, complessivamente affronterà la logica secondo cui, per fecondare la tecnica di valori etici, occorre dialogare con chi possiede le chiavi algoritmiche, superando lo storicizzato divorzio tra cultura umanistica e cultura scientifico-tecnologica.

Quando parliamo di calcolatori e di "pensiero della macchina", l'Italia possiede una primogenitura straordinaria. Nel 1959, sotto la guida visionaria di Adriano Olivetti e il genio tecnico di Mario Tchou, nasceva l'Elea 9003, il primo supercomputer commerciale interamente a transistor al mondo. Il nome "Elea" non fu una sigla solo tecnica o un acronimo algido. Fu scelto per evocare la polis di Elea, nella Magna Grecia, la scuola filosofica di Parmenide e Zenone. L'elettronica non nasceva per sostituire l'intelletto umano, ma per elevarlo, radicandosi nella tradizione del pensiero occidentale. L'Elea 9003 non era solo un trionfo di ingegnerizzazione, abbellito dall'estetica razionalista del design di Ettore Sottsass; era una macchina pensata per integrarsi in un ecosistema in cui il lavoratore non era servo del tempo-macchina, ma supervisore di un processo di liberazione dal lavoro alienante.

Papa Leone XIV sembra recuperare inconsciamente l'eredità dell'Elea: l'appello a non disgiungere la potenza di calcolo dalla massima consapevolezza filosofica. I transistor del sì e del no di allora, come le reti neurali di oggi, rimangono inutili se privati di un ambiente umano che ne orienti il fine ultimo.

Un ulteriore riscontro concreto va cercato anche nel momento in cui l'informatica ha iniziato a lambire i confini dell'Intelligenza Artificiale propriamente detta. Molto prima del boom odierno dei modelli generativi testuali, nel 1987, la divisione Olivetti Ricerca di Pozzuoli, sotto la guida di Alessandro Osnaghi, realizzava uno studio pionieristico sul potenziale applicativo dell'Intelligenza Artificiale per il Banco di Napoli. In quell'anno, il settore bancario internazionale considerava l'informatica un mero strumento di automazione contabile o di calcolo tradizionale. Olivetti, sotto la spinta di convegni specialistici congiunti con la sua ex concorrente IBM tra Sorrento e Milano, intuiva che la vera frontiera risiedeva nella gestione della complessità decisionale e semantica. Lo studio sviluppato per la banca commissionaria era pronto a creare sistemi esperti capaci di affiancare il management nell'analisi del rischio e nella comprensione dei mercati complessi, salvaguardando il fattore relazionale e territoriale tipico del credito di prossimità. L'approccio di Olivetti Ricerca nell'87 conteneva già il rifiuto di quella che oggi l'enciclica definisce "dittatura dell'algoritmo predittivo": lo strumento tecnologico doveva servire ad ampliare la visione del decisore umano, non a sostituirne il giudizio etico e la responsabilità personale.

L'Intelligenza Artificiale, per sua natura probabilistica e statistica, persegue l'eliminazione dello scostamento quadratico medio; il rischio ontologico della nostra epoca risiede nella progressiva meccanizzazione dell'essere umano.

Quando i sistemi di IA vengono utilizzati come uniche metriche di valutazione delle performance lavorative, cognitive o creative, l'uomo viene costretto a retrofiltrare il proprio pensiero per renderlo digeribile e conforme all'algoritmo. Scompare così lo scarto interpretativo, quell'intuizione divergente che Adriano Olivetti riconosceva come il motore autentico della creatività operaia e dirigenziale, la stessa che permise la nascita dell'Elea. L'enciclica ci ricorda che l'efficienza non è una virtù teologale né un fine antropologico; la fragilità, il dubbio e il percorso non lineare sono gli spazi originari in cui si genera la libertà dell'uomo e, di conseguenza, l'innovazione autentica.

Il dibattito sull'automazione dei compiti cognitivi non può essere ridotto a una contabilità di posti di lavoro persi o guadagnati, né alla pur sterile discussione sui sussidi universali di stampo assistenzialista. Il lavoro è lo strumento di elevazione spirituale, intellettuale e culturale dell'individuo, il mezzo attraverso cui l'uomo si fa co-creatore della realtà e partecipa attivamente alla Comunità.

 

Inserito il:25/05/2026 17:26:17
Ultimo aggiornamento:25/05/2026 17:32:01
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