Aggiornato al 14/07/2026

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

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Quando l'imprecisione diventa orientamento

 

di Achille De Tommaso

 

Tre articoli, tre metodi, una sola distorsione; su la Repubblica del 7 luglio 2026

In questo periodo passo una parte delle giornate in spiaggia, e in spiaggia, si legge il giornale. Così torno a fare una cosa che ormai mi capita di rado: comprare quotidiani di carta. Come conseguenza del simpatico dibattito tra Teofrasto e “Y”, mi è venuta l'idea di mostrare, nelle prossime settimane, come molti articoli, proprio attraverso ciò che con una parola indulgente chiamiamo imprecisione, illuminino un problema più profondo dell’informazione. Non parlo di censura, e nemmeno di ordini calati dall'alto; parlo di quella debolezza dell'autonomia giornalistica che Reporters Without Borders segnala, con categorie e indicatori propri, quando descrive le difficoltà del sistema italiano dell'informazione.[1] E voglio farlo senza sconti di parte: il fenomeno attraversa giornali di ogni orientamento. Il bias non è un monopolio della sinistra, così come l'ignoranza dei fatti non è un monopolio della destra.  

Un caso quasi da laboratorio mi è capitato sotto gli occhi nell'edizione del 7 luglio 2026 di la Repubblica: tre articoli, nello stesso giornale e nello stesso giorno, mostrano tre modi diversi in cui la distanza tra ciò che è verità e ciò che il giornale ci racconta, si riduce parecchio; ma senza che magari ce ne accorgiamo. O, anche se ce ne accorgiamo, pensiamo sia normale.

Mastrolilli, la Libia e la Casa Bianca: quando l'ipotesi diventa scenario

Il primo articolo, firmato da Paolo Mastrolilli, titola: “un ruolo sulla Libia, così la Casa Bianca prova a ricucire con Roma”. Il titolo è assertivo, la Casa Bianca prova a ricucire, e lo strumento sarebbe un ruolo affidato a Italia e Turchia nella stabilizzazione della Libia e nello sfruttamento delle sue risorse, così da rassicurare l'ENI che teme di restare tagliata fuori.[2] Il problema emerge appena si scende nel testo, dove la costruzione poggia su formule come l'alto funzionario dell'amministrazione Trump, la fonte diplomatica, la fonte confessa. Chi è l'alto funzionario? Quale posizione occupa? Parla a nome dell'amministrazione o esprime una valutazione personale? La fonte diplomatica appartiene a quale Paese, a quale livello, con quale accesso reale ai processi decisionali? Non lo si dice, quindi non lo sappiamo, e non possiamo verificarlo. Qui il criterio 4A mostra subito la sua utilità. La fonte può magari essere autorevole, ma il lettore non è in condizione di saperlo. Può essere aggiornata, ma non se ne controlla il contesto. Può essere autentica, ma non se ne verifica l'esistenza. Soprattutto non è autonoma, perché l'intero circuito informativo dipende dalla fiducia accordata al giornalista e alla testata. Le fonti anonime appartengono alla storia del giornalismo, ma l'anonimato non può diventare una licenza narrativa: più la fonte è opaca, maggiore dovrebbe essere la prudenza dell'enunciato. Qui accade quasi il contrario, perché da fonti che il lettore non può valutare nasce una rappresentazione politica talmente ben definita da diventare titolo.

C'è poi un secondo cedimento, e riguarda la verifica sul campo. Se andate a guardare cosa fanno davvero gli americani in Libia, il quadro contraddice la promessa rassicurante. Le major statunitensi non stanno cedendo il terreno all'Italia. ConocoPhillips ha firmato con TotalEnergies un accordo venticinquennale da oltre 20 miliardi di dollari tramite la libica Waha Oil, Chevron ha ottenuto un blocco esplorativo nel bacino di Sirte, la prima licenza dal 2007, ExxonMobil valuta quattro blocchi offshore.[3] L'analisi indipendente parla di un asse Washington-Ankara che ridisegna la Libia lasciando l'Europa fuori gioco,[4] mentre a fine giugno il capo dell'intelligence turca Ibrahim Kalın incontrava Saddam Haftar a Bengasi per posizionare Ankara su entrambi i fronti libici, quello di Tripoli e quello della Cirenaica.[5] Domanda semplice. Se gli Stati Uniti stessero davvero preparando un ruolo guida per l'Italia, perché le loro compagnie si muovono per conto proprio, e perché l'ENI si ritrova, come ha scritto chi segue il dossier energetico, circondata a casa propria? La risposta più sobria è che il funzionario anonimo non ha rivelato una decisione, ha lanciato magari un flebile segnale politico; un pallone sonda alla vigilia di Ankara; ripreso in prima pagina e presentato al lettore come qualcosa di più solido di ciò che è.

Foschini e Ossino, l'attentato a Ranucci: quando l'accusa diventa fatto

Il secondo caso è, a mio giudizio, ancora più istruttivo. Il richiamo di prima pagina dell'inchiesta firmata da Giuliano Foschini e Andrea Ossino recita: “svolta sull'attentato a Ranucci, indagato Lavitola, è il mandante”.[6] Fermiamoci sulla grammatica: non sarebbe il mandante. Non accusato di essere il mandante. Non per gli investigatori è il mandante. Non presunto mandante. Semplicemente: è il mandante.  Come sappiamo, una persona indagata non è, giudiziariamente accertata come autore del reato: l'iscrizione in un'indagine è una fase di un procedimento di verifica, il titolo cartaceo ne anticipa invece l'esito.

Ma qui compare un particolare paradossale e interessante. La stessa edizione online del giornale adotta una formulazione più cauta, parla di Lavitola come indagato e, nel sommario, di chi potrebbe essere il presunto mandante. Se il condizionale e l'aggettivo presunto sono necessari online, per quale ragione scompaiono sulla carta? La risposta più plausibile e intrigante potrebbe essere che il cartaceo ha bisogno di titoli altisonanti; perché il cartaceo non si vende più (mi vengono in mente i titoloni dei giornali del pomeriggio, di una volta: quando dovevano far comprare un giornale a chi ne aveva già comprato uno la mattina…).    

 Di Peri e lo psicologo Lancini: quando l'opinione diventa quasi diagnosi

Il terzo articolo è forse il più interessante sul piano deontologico, perché indossa il camice di un medico. L'intervista di Miriam Di Peri a Matteo Lancini reca il titolo, “dai suoi messaggi emergono segnali di squilibrio”, con riferimento a Donald Trump, e nell'attacco si legge una frase rivelatrice: non ci è dato sapere se esista una diagnosi, ma dei segnali psichiatrici ci sono.[7] È una formulazione che riconosce esplicitamente l'assenza di una diagnosi; ma, nello stesso momento, introduce la categoria dei segnali psichiatrici. Lancini è psicologo e psicoterapeuta autorevole nel suo campo, docente alla Bicocca e alla Cattolica, presidente della Fondazione Minotauro; ma proprio per questo la questione deontologica dovrebbe essere chiara in lui. Infatti, fino a che punto è scientificamente legittimo inferire uno squilibrio o dei segnali psichiatrici da messaggi pubblici di una persona mai esaminata, senza anamnesi, senza colloquio clinico, senza osservazione strutturata, senza accesso alla storia medica? E non è questa una mia opinione: esiste una regola deontologica precisa, nota come regola Goldwater, formulata dall'American Psychiatric Association nel 1973 come Sezione 7.3 del codice etico e riaffermata e ampliata nel 2017 proprio in relazione al dibattito su Trump; essa recita: “è scorretto per un professionista esprimere un'opinione clinica su una figura pubblica che non ha personalmente esaminato e che non ha prestato il consenso”.[8] L'American Psychological Association è sulla stessa linea.[9]

Qui emerge anche un evidente problema di simmetria. Proviamo a sostituire il nome di Trump con quello di un leader politicamente gradito alla testata: immaginiamo un quotidiano conservatore che, dopo alcuni messaggi controversi di un presidente progressista, intervisti uno psicologo e titoli, dai suoi messaggi emergono segnali di squilibrio. La reazione sarebbe probabilmente immediata: patologizzazione dell'avversario politico, abuso dell'autorità scientifica, stigma psichiatrico, diagnosi a distanza. E sarebbe una critica fondata; ma qui il metodo scientifico non serve, perché il bersaglio si chiama Donald Trump; e, poiché è da mesi che ci dicono che Trump è scemo, il lettore trova confermate queste tesi da un autorevole psicologo.

Considero questi tre articoli molto più interessanti: nel primo l'ipotesi diventa scenario, nel secondo l'accusa diventa fatto, nel terzo l'opinione quasi diagnosi. Sono procedimenti differenti, ma condividono una struttura sola: il grado di certezza espresso dal linguaggio supera il grado di certezza consentito dalle evidenze accessibili al lettore. È questo lo scarto che dovrebbe preoccuparci.

E invece questo scarto non ci preoccupa; la stampa italiana ci ha abituati all’imprecisione.

Come dicevo, nel prosieguo mi piacerà comprare e a controllare quotidiani anche di destra e di centro, aspettandomi di trovare errori e forzature ovunque, perché la fallibilità non ha colore politico; ma ricordando che l'imprecisione sistematicamente orientata è già una forma di informazione non libera.

 

[1]Reporters Without Borders, World Press Freedom Index, scheda Italia. Gli indicatori RSF segnalano da anni pressioni politiche, concentrazione della proprietà e minacce ai giornalisti come fattori che limitano l'autonomia del sistema informativo italiano.

[2]la Repubblica, 7 luglio 2026, articolo di Paolo Mastrolilli. Sintesi online consultabile in Open, open.online, 7 luglio 2026.

[3]Startmag, La corsa di ConocoPhillips, Exxon e Chevron al petrolio della Libia, giugno 2026, startmag.it.

[4]Difesa Online, Libia: l'asse USA-Turchia ridisegna il Paese, Europa fuori gioco, 23 febbraio 2026, difesaonline.it.

[5]OSMED, Gli Stati Uniti e lo stallo libico: tra Haftar, Tripoli e ONU, 6 luglio 2026, osmed.it.

[6]la Repubblica, 7 luglio 2026, inchiesta di Giuliano Foschini e Andrea Ossino, edizione cartacea. L'edizione online adotta una formulazione più cauta, con indagato e presunto mandante.

[7]la Repubblica, 7 luglio 2026, intervista di Miriam Di Peri a Matteo Lancini, titolo Trump, lo psicoterapeuta Lancini: dai suoi messaggi emergono segnali di squilibrio, repubblica.it.

[8]American Psychiatric Association, The Principles of Medical Ethics with Annotations Especially Applicable to Psychiatry, Sezione 7.3 (regola Goldwater), 1973, riaffermata e ampliata nel 2017.

[9]American Psychological Association, dichiarazione a sostegno del principio: uno psicologo non deve offrire una diagnosi mediatica di una figura pubblica vivente mai esaminata.

 

Inserito il:13/07/2026 11:57:09
Ultimo aggiornamento:13/07/2026 18:14:00
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