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Il cielo contato male dal “Corriere” sulla guerra dei droni
di Achille De Tommaso
Analisi di due articoli del Corriere della Sera dell'8 luglio 2026: Francesca Basso, «Zelensky: apparteniamo all'Alleanza. Kiev offre droni e chiede difese aeree», e Lorenzo Cremonesi, «La battaglia dei cieli»


Quello che segue è il secondo articolo di analisi della “imprecisione” culturale dei giornali italiani.
Il Corriere della Sera dell'8 luglio 2026 ha dedicato un paginone con due articoli alla guerra dei cieli tra Russia e Ucraina, e le due pagine raccontano, con strumenti diversi, la stessa storia. Nella cronaca da Ankara, Francesca Basso segue Zelensky al vertice Nato e ne raccoglie insieme l'offerta e la richiesta. Nell'analisi militare, Lorenzo Cremonesi costruisce la sua «battaglia dei cieli» attorno a una tesi netta: “l'Ucraina ha rivoluzionato la guerra con i suoi droni e Mosca insegue”. È una narrazione scritta bene; il problema è ciò che lascia credere al lettore, cioè che nei cieli comandi Kiev. Invece, sui numeri che contano davvero, i lanci, le incursioni e la capacità di produzione, non è così. Applico il metodo di verifica, articolo per articolo, tenendo separati i fatti dalle cornici giornalistiche interpretative.
La liturgia dell'arma decisiva
Prima di entrare nel merito dei droni va isolato un riflesso che percorre entrambe le pagine e che il lettore attento conosce da anni. Basso riporta la frase con cui Zelensky, ad Ankara, definisce il suo scopo: costruire una solida difesa contro i missili balistici russi, «l'unico obiettivo che dobbiamo ancora raggiungere in Europa». È scritto in buona fede, ed è una richiesta legittima di un presidente; ma quell'unico obiettivo che resterebbe da raggiungere è l'ultima voce di una liturgia lunga quanto la guerra: “unico” prima di ottenere cosa? Prima di ottenere la vittoria?
Ricordiamo: nel 2023, per Zelensky, l'arma decisiva per la vittoria erano i carri armati, i Leopard e gli Abrams, e furono dati. Poi furono gli aerei, gli F-16, senza i quali non si poteva contendere il cielo. E furono dati. Poi venne la controffensiva di primavera, annunciata per mesi come la spallata risolutiva, e così non fu. Poi fu il permesso di colpire in profondità dentro la Russia con i missili a lungo raggio, presentato come la chiave per spezzare la logistica di Mosca, e fu dato. Ora sono i Patriot e gli intercettori antibalistici. Ogni volta la fornitura successiva è quella che cambierà le sorti del conflitto. Ogni volta, ottenuta l'arma, la guerra è proseguita, e una nuova richiesta ha preso il posto della precedente. E poi Zelensky afferma, tenendo presente che vuole vendere droni all’occidente, in cambio dei Patriot, che: “eliminiamo circa 30.000 soldati russi ogni mese, la stragrande maggioranza colpita da droni”. Non è un rimprovero a chi combatte per sopravvivere, ed è persino comprensibile che un presidente in guerra chieda tutto ciò che può. È un rilievo sul modo in cui la stampa faccia credere ai lettori che ciò che dice un presidente disperato, sia vero. Per quanto riguarda i “30.000 soldati russi eliminati” dati che comprendono i feriti), dobbiamo ricordare, non avendo sicuri dati a disposizione sugli eliminati ucraini, che nel gennaio 2024 l'ex procuratore generale dell’Ucraina, Yuriy Lutsenko, parlava di circa 30.000 perdite ucraine al mese e mezzo milione di caduti e feriti complessivi. È una stima vecchia, quindi la citerei giusto come contesto di riflessione, non come dato del 2026.
Basso: la cronaca regge, la vetrina no
Detto questo, l'articolo di Francesca Basso è cronaca; il Forum Difesa a margine del summit di Ankara è reale, l'offerta di Zelensky di condividere con l'Alleanza le competenze sui droni attraverso l'iniziativa Drone Deal è documentata; ma c’è un parametro falso che si annida in una frase, quella che la cronista, furbetta, correttamente, riporta tra virgolette come parola di Zelensky: “l'Ucraina dispone della più grande e avanzata capacità al mondo nella guerra con i droni”. La responsabilità qui non è di chi cita fedelmente. È del titolo e dell'impianto della pagina, che prendono l'autoelogio di una parte belligerante e lo lasciano scorrere come fotografia della realtà, senza un solo dato di segno opposto. Zelensky sta vendendo un prodotto, i droni ucraini, a clienti europei, ed è ovvio che ne esalti il primato; ma un giornale che ripeta quel primato senza contraddittorio, non sta informando, sta facendo da vetrina; infatti, come vedremo sotto, questo “primato” è ampiamente smentito.
Cremonesi: la verità di partenza e i due errori
L'analisi di Lorenzo Cremonesi, come articolo più sotto nella pagina, è addirittura più ambiziosa, e proprio per questo più esposta. «La battaglia dei cieli» parte da una verità: i droni hanno rivoluzionato la guerra, e la scuola ucraina degli operatori FPV è talmente avanzata da essere paragonata, scrive Cremonesi, agli istruttori israeliani ricercati in tutto il mondo dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967.[1] Ma questa è un'osservazione fondata solo in parte, perché, nel dominio tattico degli FPV, l'Ucraina eccelle davvero; ma gli FPV sono droni “First Person View”, cioè comandati in tempo reale da un operatore umano a mezzo video; non hanno niente a che fare con gli sciami di droni per lunga distanza, comandati da remoto e anche con controllo satellitare, in cui gli ucraini non sono all’avanguardia.
Quando si dice che l'Ucraina è superiore alla Russia nella guerra dei droni si commette, quindi, un errore di classificazione: si parla dei «droni» come se fossero una sola arma. Non lo sono: Kiev ha sviluppato una straordinaria capacità nell'impiego dei piccoli FPV ad ala rotante, quadricotteri economici, agilissimi e micidiali nel combattimento ravvicinato. Possono fermarsi a mezz'aria, inseguire un veicolo, entrare in un edificio e colpire attraverso un'apertura: poche centinaia di dollari, componenti commerciali e capacità di assemblaggio distribuita. Ma la fisica presenta il conto: un quadricottero consuma una parte rilevante della propria energia semplicemente per sostenersi in aria; per questo l'ala fissa, più costoso e complesso, è aerodinamicamente più efficiente e offre maggiore autonomia, raggio e capacità di trasporto. La letteratura tecnica sugli UAV conferma il vantaggio energetico dell'ala fissa nel volo orizzontale rispetto ai multirotori.
C'è poi un secondo elemento, forse ancora più importante: l'FPV classico richiede un pilota impegnato nella conduzione del singolo velivolo; un drone ad ala fissa a lungo raggio può invece seguire una rotta programmata mediante sistemi di navigazione e autopilota. Le evoluzioni più recenti stanno inoltre introducendo navigazione assistita dall'IA e riconoscimento del bersaglio, pur mantenendo spesso l'uomo nella decisione terminale.
Ed è precisamente qui che emerge il vantaggio russo. Nella guerra industriale dei droni ad ala fissa a lungo raggio, la Russia dispone oggi di una capacità di massa che l'Ucraina non ha ancora eguagliato. Il sistema Geran/Shahed è diventato un'arma prodotta industrialmente e impiegata in sciami. L'Ucraina, va detto, sta recuperando rapidamente; anche lei ha droni ad ala fissa, che colpiscono ormai la logistica russa tra 25 e 200 chilometri dietro il fronte e i sistemi a lunghissimo raggio hanno dimostrato capacità di attacco a migliaia di chilometri. Ma la capacità di compiere un'incursione eccezionale non equivale alla capacità di produrre e lanciare migliaia di tali velivoli ogni mese. È questa la differenza fondamentale. Perciò, Kiev ha avuto un vantaggio formidabile nell'innovazione tattica degli FPV; Mosca ha trasformato l'ala fissa a lungo raggio in un sistema industriale di guerra. E l'ala fissa, proprio perché più efficiente, capace di raggiungere grandi distanze e di seguire rotte programmate senza impegnare un pilota per ogni velivolo durante l'intera missione, è probabilmente la piattaforma più adatta alla guerra di massa e di profondità.
L'Ucraina ha reinventato il drone come arma del singolo combattente. La Russia lo sta trasformando in artiglieria aerea industriale. Confondere le due cose significa non capire la guerra che si sta combattendo.
E i missili?
Un forte cedimento nel senso dell’articolo è poi nella frase che descrive una importante dinamica dello scontro: l'Ucraina punterebbe tutto sui droni – dice Zelensky - e «Mosca risponderebbe con l'uso massiccio di missili balistici». Ma quel «risponde» è una parola che rovescia la realtà: l’articolista fa credere che la Russia, incapace di tenere il passo nei droni, ripieghi sui missili. È il contrario: la Russia, come abbiamo visto, nei droni non insegue affatto, domina per numero di lanci e per capacità di produzione, e i missili balistici non sono un ripiego, sono l'arma con cui colpisce l'unica falla che l'Ucraina non può chiudere.
Il secondo cedimento è aritmetico, ed è nel riquadro «I Raid» dell'infografica che accompagna il pezzo: vi si legge che, secondo il capo di Stato maggiore Oleksandr Syrskyi, i droni ucraini avrebbero colpito 18.000 obiettivi a maggio, il 12,7 per cento in più di aprile. La cifra è sbagliata di un ordine di grandezza: il numero che Syrskyi ha diffuso l'11 giugno, e che tutte le testate che lo hanno ripreso riportano concordi, non è diciottomila, è quasi centottantamila.[2] Il «più 12,7 per cento» coincide, la fonte è quella, ma il valore assoluto ha perso uno zero. Ma, anche fossero centottantamila, quegli impatti misurano una cosa sola, quante volte un drone ucraino ha centrato un bersaglio, in gran parte al fronte con gli FPV a corto raggio; e i russi quanti impatti hanno effettuato? Questa è una misura di effetto tattico, non di controllo dei cieli; metterla al centro di un pezzo che discute chi vinca la guerra dell'aria è come stabilire chi domina una partita di calcio contando i tiri in porta di una sola squadra.
Chi domina davvero i cieli
Perché sull'asse che decide chi tiene sotto assedio le città dell'altro, la massa da attacco a lungo raggio, il primato è russo e non ucraino. La Neue Zürcher Zeitung ha descritto i cieli sulla rotta russa verso la Crimea come una zona letale, e l'Institute for Science and International Security di Washington conta per maggio 2026 un record di circa 8.161 droni lanciati dalla Russia, 5.181 dei quali d'attacco del tipo Geran e Shahed, a una media di 263 velivoli a notte, mentre l'Agence France-Presse conferma oltre 8.150 droni più circa 211 missili nel solo mese, il 24 per cento in più di aprile.[3] Questi sono i numeri delle incursioni, e non appartengono a Kiev.
Sulla produzione il divario diventa, poi, incolmabile, e ha una seconda bandiera. Il drone che riempie i cieli ucraini è lo Shahed-136 iraniano, ribattezzato Geran-2, prodotto da Mosca su licenza, in quello che il Washington Post ha chiamato un franchising, con Teheran che cede progetto, componenti e know-how e la fabbrica di Alabuga che lavora senza sosta.[4] L'intelligence militare ucraina (fonte ucraina!) stima per il 2026 una produzione russa di circa 110.000 droni a lungo raggio, 60.000 d'attacco e 50.000 esche, il 40 per cento in più del 2025, con un ritmo che sale da 142 pezzi al giorno a gennaio verso i 455 di dicembre, e oltre 57.000 velivoli già impiegati dal 2022.[5] Nessuna produzione ucraina di armi analoghe si avvicina. Ecco il fatto che il paginone del Corriere non dice: per lanci, per incursioni e per fabbriche, il cielo è russo.
I missili e la paura vera di Zelensky
E qui si chiude il cerchio con la richiesta di Ankara. La paura di Zelensky non sono i droni, che le sue difese abbattono in buona percentuale, ma i missili balistici, che passano quasi sempre. Nella notte del 6 luglio, alla vigilia del summit, la contraerea ucraina ha fermato gran parte dei droni; ma non ha intercettato nessuno dei circa ventinove balistici lanciati su Kiev. Il motivo è la penuria mondiale di intercettori Patriot PAC-3, l'unico asset capace di fermare Iskander e Zircon: la guerra contro l'Iran del febbraio 2026 ne ha bruciati l'equivalente di diciotto mesi di produzione, Lockheed ne fabbrica circa seicento l'anno, e quasi venti Paesi sono in coda.[6] Il portavoce Yurii Ihnat e il ministro Mykhailo Fedorov lo dicono senza giri di parole: la Russia intensifica i balistici non perché le manchino i droni, ma perché sa che l'Ucraina non ha con cosa fermarli.
Ecco perché Basso, correttamente, riporta Zelensky che a Ankara implora sistemi antimissile e li definisce l'obiettivo che ancora resta.
Dove Kiev primeggia davvero
Per non commettere lo stesso peccato di parzialità, va detto con nettezza dove l'Ucraina primeggia. Negli FPV tattici a corto raggio rivendica un vantaggio di 1,5 a 1 sui russi, salito a 1,6 a 1 in giugno, e ne produce tra 30.000 e 50.000, con controllo a fibra ottica al mese. Nei colpi speciali in profondità, come quelli rivendicati proprio ieri su Bryansk e Belgorod contro microelettronica, depositi di carburante e impianti chimici, l'iniziativa ucraina è documentata, e Cremonesi la racconta bene. [7] Ma questi sono altri cieli. Il punto non è che l'Ucraina perda ovunque, è che le due pagine del Corriere hanno scelto i domini in cui vince e li hanno spacciati per la fotografia di tutta la guerra dell'aria.
E veniamo al titolo: “Kiev offre droni e chiede difese aeree”; mi chiedo se Zelensky e il giornalista abbiano fatto i conti: mentre un drone FPV costa dai 500 ai 2000 dollari (visore compreso), un singolo missile Patriot PAC -3MSE costa circa 3,5 milioni di dollari; e una batteria completa (radar, centro di comando, ecc..) oltre un miliardo. Quindi, se Zelensky ha in mente degli scambi, una batteria Patriot da oltre un miliardo equivale teoricamente al costo di due milioni di FPV economici. E una batteria di Patriot tiene sotto controllo solo un’area che va dai 45 ai 150 km.
In sintesi
Un paginone, due articoli, due firme, un solo effetto. Il lettore del Corriere dell'8 luglio chiude il giornale convinto che nei cieli comandi Kiev e che i missili russi siano la reazione affannosa di chi insegue. I numeri raccontano il contrario: la Russia lancia più droni, ne fabbrica dieci volte tanti, e usa i balistici non per disperazione ma per colpire dove l'Ucraina è scoperta. Nel mezzo, un errore di un fattore dieci sul numero simbolo, e una richiesta di armi presentata da Kiev, come le cinque che l'hanno preceduta: quale ultimo passo verso la vittoria. Nessuno ha mentito. Si è soltanto scelto, riga dopo riga, il dettaglio che conforta; e taciuto quello che pesa.
Ed è così: il lettore non esce dal giornale con la menzogna, ma esce quasi-informato, o meglio: informato al contrario.
[1]Lorenzo Cremonesi, «La battaglia dei cieli», Il punto militare, Corriere della Sera, 8 luglio 2026. La frase «Mosca risponde con l'uso massiccio di missili balistici» e le sezioni «Cambio di scenario», «La lezione di Kiev» e i riquadri «Doppio fronte» e «A Bryansk e Belgorod» sono nel testo dell'articolo.
[2]Riquadro «Obiettivi centrali» dell'infografica «I raid» a corredo del pezzo di Cremonesi, grafica di Francesca Basso, Corriere della Sera, 8 luglio 2026. La cifra di 18.000 obiettivi colpiti a maggio (+12,7% su aprile) attribuita a Oleksandr Syrskyi è errata per difetto di un ordine di grandezza: il dato diffuso da Syrskyi l'11 giugno 2026 e ripreso in forma concorde da numerose testate internazionali è di circa 180.000 obiettivi. Il valore è autocertificato dal sistema ucraino Delta, privo di definizione pubblica del termine «obiettivo», e proviene da una parte belligerante.
[3]Neue Zürcher Zeitung (NZZ), 4 giugno 2026, «Ukrainische Drohnen verwandeln die russische Hauptroute zur Krim in eine Todeszone». Dato di massa indipendente: Institute for Science and International Security (Washington), «Monthly Analysis of Russian Shahed-136 Deployment», giugno 2026: a maggio 2026 circa 8.161 droni lanciati dalla Russia (circa 5.181 Geran/Shahed d'attacco), media di 263 velivoli a notte. In linea l'analisi AFP sui bollettini dell'aeronautica ucraina: oltre 8.150 droni a lungo raggio più circa 211 missili nel solo mese, +24% su aprile.
[4]Sull'origine iraniana dello Shahed-136 (designazione russa Geran-2) e sul carattere di franchising dell'accordo Iran-Russia: Washington Post, «Inside the Russian effort to build 6,000 attack drones with Iran's help». Sull'impianto di Alabuga (Yelabuga, Tatarstan), scala confermata da immagini satellitari: Institute for Science and International Security (David Albright, Sarah Burkhard).
[5]Intelligence militare ucraina (HUR) elaborata da Defense Express, 15 maggio 2026: circa 110.000 droni a lungo raggio nel 2026 (circa 60.000 d'attacco e 50.000 esche, +40% sul 2025); ritmo da circa 142 pezzi al giorno a gennaio verso circa 455 a dicembre; oltre 57.000 velivoli impiegati dal 2022 (Ukraine War Analytics, drone-warfare.com su dati CSIS e ISIS). I dati sulla capacità russa provengono in parte dall'intelligence ucraina, parte in causa, ma la scala industriale di Alabuga è corroborata da analisti occidentali indipendenti e da rilievi satellitari.
[6]Attacco su Kiev del 6 luglio 2026: intercettati quasi tutti i droni e i missili da crociera, nessuno dei circa 29 missili balistici (Iskander e Zircon), almeno 20 vittime. Dichiarazioni di Zelensky e del portavoce dell'aeronautica Yurii Ihnat (Euronews, United24 Media, The War Zone). Penuria globale di intercettori Patriot PAC-3: circa metà delle scorte statunitensi consumata nella guerra contro l'Iran del febbraio 2026, produzione Lockheed Martin di circa 600 pezzi l'anno, quasi 20 Paesi in attesa (The War Zone, IBTimes, National Security Journal, ABC News). Appelli di Zelensky al vertice di Ankara: IBTimes, Politico.
[7]Vantaggio ucraino negli FPV di 1,5 a 1 in maggio 2026, salito a 1,6 a 1 in giugno (dichiarazioni di Syrskyi); produzione ucraina di FPV a fibra ottica tra 30.000 e 50.000 al mese (Ukraine War Analytics). Colpi ucraini su Bryansk e Belgorod: rivendicazione dello Stato Maggiore ucraino riportata dallo stesso Cremonesi e ripresa dalle agenzie, 7 luglio 2026. Droni navali nel Mar Nero: rassegna Kyiv Post e Kyiv Independent, 2026.
9 https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11174836/?utm_source=chatgpt.com

