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Aggiornato al 25/06/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Copertina di The Updated Last Whole Earth Catalog del 1974

 

The way we were

di Sergio Fabris

 

Il 17 novembre scorso, su Twitter, Kevin Kelly annunciava con enfasi la celebrazione, avvenuta a San Francisco, del cinquantennale dell’uscita del primo numero del “Whole Earth Catalog”. La notizia mi ha emotivamente coinvolto suscitando una serie di ricordi di quando, trovandomi in USA, stavo scoprendo le “diverse Americhe”. Uno Stato di dimensioni continentali, che ha mescolato al suo interno: nativi pellerossa, emigranti e pellegrini provenienti dall’Europa, neri dall’Africa, latinos dal sud America; ricchi, poveri, schiavi, galeotti, fuggiaschi. Un crogiolo di diverse etnie, religioni, lingue, costumi, tradizioni, culture, con tutte le contraddizioni che la complessità comporta. Un “melting pot” che rappresentava per me un grande esempio di costruzione di una democrazia moderna, avanzata, multirazziale, che aveva vinto la II Guerra Mondiale e si candidava a guidare il mondo occidentale.

Sono andato a frugare tra la vecchia documentazione e l’ho trovata! Una copia originale della pubblicazione che avevo acquistato nel 1971 per 5 $ in un book shop di Phoenix: The Last Whole Earth Catalog”. The Last, perché quello era in effetti l’ultimo numero della pubblicazione del catalogo, anche se sotto, la stessa haedline, furono in seguito emesse altre pubblicazioni tra cui, nel 1984, un catalogo del software.

Kelly, un personaggio poliedrico, di cui ho letto il libro “Quello che vuole la tecnologia” pubblicato in Italia nel 2010, dove ha anche raccontato le vicende della sua avventurosa vita giovanile e lo sviluppo delle sue attività di saggista e di businessman, era stato collaboratore del Catalog assieme al fondatore dell’iniziativa Steward Brand. Entrambi membri del Portorola Institute, organizzazione “no-profit” di Menlo Park, California, che raccoglieva: ricercatori, accademici, ingegneri, programmatori di computer, artisti …, molti membri dei movimenti di controcultura.

All’inizio considerai la pubblicazione come una delle tante curiosità americane che stavo via via scoprendo, anche se poi, osservandone attentamente la struttura, e le modalità con cui venivano proposti i prodotti, si capiva che il tutto era organizzato con obiettivi ben focalizzati e rimasi affascinato dalle finalità, dai contenuti e da come gli argomenti venivano trattati.

Nel tempo del Movimento per i diritti civili e della guerra in Vietnam, il catalogo promuoveva la visione “per un ritorno alla natura”, una rivoluzione pacifica, per trasformare il paese rafforzando la cultura e l’acquisizione di capacità lavorative autonome degli individui.

Un nuovo ordine sociale, alternativo alle istituzioni gerarchiche dell’intera società. Il Catalog rifletteva l’orientamento olistico, sistemico, cibernetico di Brand; le sezioni tematiche su cui erano distribuite le voci costituivano idealmente i nodi di una rete informativa in cui i temi trattati rispecchiavano una visione globale e nello stesso tempo formavano un valido sistema informativo, enciclopedico, che portava i lettori a passare dai particolari strumentali alle tematiche generali, secondo le interpretazioni aggiornate della scienza e delle tecnologie.

Il Catalog, che aveva anche vinto il National Book Award, segno questo di un significativo apprezzamento, era arrivato a listare circa 1100 voci su 450 pagine. Ogni voce era corredata da immagini, spiegazioni, prezzi e fornitori. Le copertine riportavano foto della Terra riprese da uno dei voli spaziali, foto che Brand aveva direttamente richieste alla NASA. Sul frontespizio primeggiava lo statement dei principi e delle motivazioni che il Catalogo si proponeva di raggiungere. Nelle varie sezioni, con l’obiettivo di orientare culturalmente i lettori, troviamo libri di biologia, geologia, anatomia, astronomia, storia, biografie, riviste …. etc. Tra i libri voglio citare: “The human use of humans beings” di Herbert Wiener, dello stesso autore “Cybernetics”, “Understanding Media” e “Culture is our Business” di Marshall McLuhan, “The year 2000” di Herman Khan e Anthony Wiener, “The logic of scientific discovery” di Karl Popper …...

Per le voci relative agli strumenti venivano illustrate le modalità di costruzione e d’uso con disegni e diagrammi di orientamento. Un’opera ben realizzata, complessa, per un progetto ambizioso, utopico, che si è inserito nella storia dello sviluppo dell’era digitale. Sfogliandolo ci si rende conto, ancor oggi, che si rivolgeva ad un pubblico di una certa levatura culturale, e difficilmente poteva promuovere un movimento popolare di trasformazione sociale. Avevo acquistato la pubblicazione per curiosità, e avevo poi realizzato che si trattava di un manifestazione culturale “border line” tra i diversi orientamenti culturali che si agitavano negli States in quegli anni e che sono poi confluiti nei movimenti di controcultura protestatari e radicali degli anni’70.

Nel 1971 mi trovavo in Arizona dove stavo seguendo uno staging di formazione sui large computer systems nel laboratorio General Electric della Deer Valley. Per me si trattava di un salto tecnologico importante e vivevo quella opportunità con molto entusiasmo. Era la seconda mia esperienza negli USA.

La prima era stata nel ‘69 per un corso presso il Management Development Center della General Electric, situato a Crotonville on Hudson, a un’ora di treno a nord di New York. In quel gruppo di studio ero l’unico partecipante europeo, con una conoscenza scolastica della lingua inglese, immerso in una classe di solidi manager abituati a gestire organizzazioni che producevano centrali elettriche nucleari, sistemi di puntamento di missili lanciati da sottomarini in immersione, motori per aerei supersonici… e così via. Un’esperienza molto suggestiva e interessante dal punto di vista professionale ma con difficili interazioni di socializzazione con persone fortemente orientate alla cultura dell’establishment governativo-militare. In quel periodo le tensioni che agitavano gli USA comportavano pesanti implicazioni socio-politiche: la guerra fredda, l’attivismo degli studenti per i diritti civili, le tensioni razziali bianchi/neri, la struttura burocratica autoritaria dell’Amministrazione e la guerra in Vietnam. Il successo degli studi e dei libri di Norbert Wiener avevano diffuso nel milieu culturale una visione del mondo come sistema informativo in cui i vari componenti dinamici sono continuamente alla ricerca di equilibrio. La “systems theory” era diventata una “way of life”, trovando applicazione in molte discipline accademiche: la metafora dei computer come base di una nuova disciplina aveva trasformato la cibernetica in uno dei dominanti paradigmi intellettuali dell’era post-bellica. Questa era la base su cui l’industria e la tecnocrazia politico-militare ha poi creato i sistemi di difesa come ad esempio il Sage per la difesa aerea che doveva individuare i bombardieri sovietici con a bordo le armi nucleari. Queste erano le basi culturali che dominavano l’ambiente manageriale a Crotonville.

A partire dagli anni ’60 molti americani avevano cominciato ad aver paura che le istituzioni politiche, militari, industriali e accademiche, che avevano sviluppato la bomba atomica, iniziassero a trasformare il loro atteggiamento democratico e che all’ombra del pericolo della guerra nucleare, sulla spinta della tecnocrazia della guerra fredda, le modalità di Ricerca e Sviluppo e della Difesa venissero sottratte al controllo politico.

La reazione coinvolse principalmente i movimenti giovanili nelle università e nei gruppi hippie che, alla fine degli anni ‘60 erano in forte sviluppo. Si stima che gli hippie fossero circa 750.000 persone che vivevano in più di diecimila “Communes” sparse in tutta la nazione, culturalmente frammentate a seconda delle focalizzazioni che andavano dalle droghe pesanti e leggere, alla vita sessuale, agli orientamenti psichedelici, religiosi, intimistici e politici. Il movimento giovanile di contestazione che era allora in piena evoluzione, diede origine a due distinti, ma in molti casi sovrapposti, movimenti sociali che furono definiti genericamente di “controcultura”.

Il primo, conosciuto come “New Left”, a orientamento radicale, nacque dalle battaglie per i diritti civili. Tendente a formare nuovi partiti politici, fu per anni attore principale delle proteste contro la guerra in Vietnam. Il loro riferimento culturale era principalmente il filosofo Herbert Marcuse con il suo saggio “L’uomo a una dimensione” . Il secondo raccolse l’eredità delle varie primavere culturali generate dalla reazione alla guerra fredda, orientate ai problemi intimistici di consapevolezza, e ai rapporti interpersonali, trovando vie di realizzazione nella musica rock, nelle droghe, nello Zen Buddista, nell’edonismo e nell’ecologia. Questa mappa complessa di orientamenti viene generalmente identificata come “New Communalism”.

La reazione dell’establishment a questi movimenti era sempre stata piuttosto energica. Le manifestazioni di protesta sfociavano sovente in scontri tra dimostranti e forze dell’ordine. Gli accadimenti del 1968 erano stati poi piuttosto drammatici: le proteste per il massacro dei civili vietnamiti a My Lai, l’assassinio di Martin Luther King con i violenti moti di protesta in molte città, l’assassinio di Robert Kennedy, allora candidato democratico per la Presidenza. L’atteggiamento dei miei compagni di corso nei miei confronti è sempre stato aperto, cordiale e collaborativo ma per il loro orientamento decisamente conservatore, capivo che non erano ben disposti a trattare di argomenti così delicati per la vita socio/politica degli USA con uno straniero, europeo, italiano.

La mia esperienza a Phoenix è stata molto diversa. Immerso nel mondo reale del Far West, che avevo vissuto attraverso i film western (e sui fumetti di Tex Willer), ero preso dall’atmosfera dell’ambiente, il clima prima di tutto, poi il Sonora Desert, il Gran Canyon, Sedona….. L’ambiente sociale che mi circondava esprimeva un mondo focalizzato sugli eventi e le tradizioni del territorio, poco motivato a farsi coinvolgere sugli accadimenti nazionali e ancor meno su quelli internazionali. Bisogna considerare che l’Arizona ha sempre avuto un orientamento conservatore/repubblicano. Sotto la Presidenza USA di Richard Nixon l’Arizona, in quegli anni, aveva un Governatore Richard William repubblicano; Phoenix aveva un sindaco repubblicano e il Senatore più influente era, al tempo, l’ultra conservatore Barry Goldwater, che vantava un solido curriculum militare. L’ambiente politico sociale a Phoenix era comunque tranquillo nonostante negli USA, negli ultimi mesi, il clima si fosse riscaldato : per la guerra in Vietnam erano continuamente organizzate proteste con giovani che bruciavano le cartoline precetto, e che a migliaia si erano rifugiati in Canada per sottrarsi alla condanna di reclusione che veniva assegnata come conseguenza del “rifiuto di combattere”, per le continue azioni violente della polizia e della Guardia Nazionale che durante una manifestazione aveva ucciso 4 studenti alla Kent State University. Dal ’68 in Vietnam erano stanziati oltre mezzo milione di soldati USA, questo è stato un forte catalizzatore della rivolta giovanile.

Sebbene fossi concentrato sulla tecnologia dell’informatica tradizionale dei mainframe, dell’inizio degli anni’70, ero molto attento a seguire il processo di digitalizzazione che stava maturando per entrare nell’era della micro-informatica digitale: microprocessori, memorie di massa statiche e le reti di comunicazione a pacchetto. Di questo parlavo intensamente con i progettisti del Plant. I pochi riferimenti all’attualità politica e alle dimostrazioni venivano da loro contestualizzati con accenti folcloristici sulle Communes hippie che, favorite dal clima, si erano stabilite in Arizona, a Phoenix, Scottsdale, Tempe, Flagstaff… Ma è soprattutto Arcosanti che mi ha attirato, località a nord di Phoenix, dove l’architetto italiano Paolo Soleri si era insediato per sviluppare il suo progetto di Arcology, una città ecologica ideata per sfruttare al meglio gli spazi urbani, e dove si erano stabiliti anche alcuni gruppi hippie. Erano tutte comunità dove circolava molta droga e dove trovavano rifugio anche alcuni veteran di ritorno dal Vietnam. L’ambiente dell’Arizona, a differenza della California e della East Cost, non incentivava la protesta sociale.

Il Catalog, anticipando le nuove tendenze sociali e tecnologiche, con la sua irriverenza verso le istituzioni, l’enfasi sull’autodidattica, la predilezione per la cibernetica, l’innovazione tecnologica ed i computer, come elementi per realizzare un mondo di liberazione personale, attraeva le giovani generazioni.

Kelly e Brand li ritroviamo negli anni successivi come promotori di iniziative anticipatorie dello sviluppo delle tecnologie digitali . Nel 1985 sono tra i fondatori del Whole Earth’Lectronic Link (WELL) locato nella Bay area di San Francisco. Un sistema per le comunicazioni che veniva usato principalmente da professionisti collegati con lo sviluppo delle tecnologie digitali costituendo un social virtual network, anticipazione dell’emergente Internet . Nel 1993 sono tra i fondatori a San Francisco della rivista Wired, di cui Kelly è stato Executive Editor per 7 anni, mentre Brand con la sua visione di “Technology Utopianism” aveva fortemente influenzato l’orientamento editoriale dei primi anni della rivista, focalizzandola su come le tecnologie emergenti influenzano,la cultura, l’economia e la politica. Wired, che ha avuto tra i fondatori e collaboratori anche Nicholas Negroponte, creatore del Mit Media Lab, ha registrato un grande successo ed è oggi pubblicata anche in Italia, Giappone, Germania e Inghilterra. Molte persone che hanno partecipato alla cerimonia del cinquantenario della pubblicazione del Catalog, erano ex collaboratori, che sono poi stati coinvolti, a diversi livelli, nel processo di sviluppo della Silicon Valley. Molti hanno come riferimento Steward Brand, lo considerano un’icona che ha anticipato l’evoluzione culturale del movimento di controcultura alla nascente industria dei personal computer.

Lo stesso Steve Job aveva descritto il Catalog come “un Google cartaceo” 35 anni prima della sua realizzazione in internet e la frase con cui aveva chiuso il suo intervento all’Università di Stanford “Stay Hungry. Stay Foolish.” era uno dei tanti motti che venivano citati da Brand sull’ Whole Earth Catalog.

 

Mi rendo conto che nel rivivere la mia piccola storia personale sono condizionato dalle emozioni e dai sentimenti che provavo allora, al contatto con la grande Storia di un Grande Paese e che nella narrazione le due vicende si intrecciano con due diversi livelli di interesse. Ho comunque trovato utile ricordare uno dei filoni, tra i più curiosi, che hanno accompagnato lo sviluppo della Silicon Valley, in particolare di quello che sarà etichettato come “Technology Utopianism” di cui il Whole Earth Catalog, WELL e Wired sono stati momenti di testimonianza. La storia continua con altri filoni: Cyberspace, California Ideology ….. e Technological Singularity, una complessa articolazione di temi culturali.

 

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Inserito il:07/02/2019 09:14:43
Ultimo aggiornamento:07/02/2019 09:35:35
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