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Aggiornato al 16/12/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal
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Vincent Van Gogh (1853-1890) – Still life with three books -1887


Il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite prende posizione sul diritto alla cultura e alla scienza e la politica del copyright.

 

Il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite prende posizione sul diritto alla cultura e alla scienza e la politica del copyright.

Il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha pubblicato a marzo un rapporto relativo al diritto dei cittadini di accedere alla scienza e alla cultura e alla tutela delle opere dell’ingegno.

Il rapporto, redatto dalla Special Rapporteur Farida Shaheed (dopo un processo di consultazione pubblica), è estremamente sofisticato, da un punto di vista giuridico e, più in generale, sotto un profilo culturale.

L’art. 27 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo prevede due importanti diritti. Il primo riconosce ai cittadini il diritto di partecipare in maniera libera alla vita culturale della propria comunità (oggi, per comunità dobbiamo intendere quella mondiale, tenuto conto degli strumenti di diffusione delle informazioni come Internet), trarre vantaggio dalle arti e dall’accesso all’avanzamento scientifico e i suoi benefici. Il secondo diritto riconosce agli autori la protezione degli interessi morali e materiali scaturenti dalla produzione artistica, letteraria e scientifica.

Sono diritti di pari valore perché risiedono nello stesso documento. Essi però sembrano porsi se non in contrasto, quanto meno suscettibili di un coordinamento, che tenga conto dei valori e degli interessi in gioco. Questa dualità percorre il rapporto che commentiamo.

Ad esempio, si fa riferimento a precedenti posizioni del “Committee on Economic, Social and Cultural Rights” (un’istituzione delle Nazioni Unite) che in un suo Commento Generale del 2005 ha legato gli interessi materiali degli autori con la loro capacità di godere di un adeguato standard di vita, ma riconoscendo che i corrispondenti diritti vanno protetti purché non costituiscano un ostacolo eccessivo alla partecipazione culturale.

In questo senso, il rapporto non manca di notare che oggi sussista un deficit democratico nella politica internazionale del copyright. In particolare viene evidenziato che i negoziati sul commercio internazionale sono svolti quasi segretamente (come sta avvenendo per la scrittura dell’ACTA, “Anti-Counterfeiting Trade Agreement”), con una sostanziale partecipazione delle grandi corporation ma senza un’uguale rappresentanza per i portatori di interessi differenti, quelli dei cittadini anzitutto.

Un altro “richiamo” alla politica generale del copyright si basa sull’elegante distinzione tra la tutela accordata dal diritto d’autore e quella scaturente dall’”authorship”. Sotto il profilo attinente i diritti umani, il termine “autore” va compreso come includente i soggetti singoli, i gruppi e le comunità che hanno realizzato un’opera creativa, anche quando questa non è tutelabile secondo le norme del copyright. Per questo, sono autori sia quelli professionali (tra cui vanno inclusi gli editori), sia coloro che amatorialmente realizzano opere dell’ingegno.  Diversamente dal copyright, il diritto umano al riconoscimento dell’authorship non è trasferibile in quanto legato all’affermazione  della dignità umana e rivendicabile da “creatori umani”, che siano donne, uomini, individui o gruppi collettivi. Anche quando un autore cede i diritti di sfruttamento economico relativi alla propria opera a un editore o distributore, <<il diritto alla protezione dell’authorship rimane in capo agli autori (umani) la cui visione creativa realizza il lavoro di espressione>>.

Su questa scia, il rapporto segnala che una distinzione importante va tracciata tra gli autori umani e le corporation titolari di diritto. Viene riconosciuto che l’industria editoriale gioca un ruolo importante per la diffusione della cultura, per l’innovazione delle applicazioni creative, per provvedere a remunerare il lavoro degli autori e degli altri soggetti della catena produttiva. Cionondimeno gli interessi economici delle corporation non possono assurgere allo status di diritti umani. Secondo la prospettiva di questi ultimi, la politica del copyright e le pratiche dell’industria vanno giudicate in base alla qualità assicurata per gli autori umani (anche attraverso la tecnica del “copyright reversion” che permette agli autori di rinegoziare i contratti, spesso sbilanciati, nei confronti degli editori) e l’interesse del pubblico alla partecipazione alla vita culturale.

Il diritto di proprietà è un diritto umano universalmente riconosciuto. Secondo il rapporto, il diritto di proprietà obbliga gli Stati a dotarsi di norme sul copyright. Ciò non toglie che gli Stati siano liberi di bilanciare le loro legislazioni per promuovere gli interessi degli autori, il diritto di ognuno di prender parte alla vita culturale e un altro importante diritto umano, che è il diritto all’istruzione.

Come si vede, la materia è molto controversa, si pensi solo agli strumenti di attuazione ed enforcement oggi attuati per provare a limitare il fenomeno dell’uso abusivo delle opere d’autore online. Si è realizzata una cultura del permesso, che, insieme alla durata spropositata del copyright, ha ingessato il sistema, anche in una logica di rispetto dei diritti umani prima citati.

Vediamo cosa offre il rapporto al dibattito sul copyright, in termini di soluzioni.

Il suo ultimo paragrafo ha il titolo “Promoting cultural participation through exceptions and limitations”.  

Viene essenzialmente riconosciuto che le eccezioni e le limitazioni del copyright (come, ad esempio, quelle che si applicano per le citazioni di brani di opere d’autore per fini educativi) costituiscono un elemento vitale dell’equilibrio che le leggi sul copyright devono assicurare tra gli interessi dei titolari esclusivi nel controllo della circolazione delle opere d’autore e quelli della collettività alla partecipazione culturale.

Quasi paradossalmente, e per spingere in questa direzione, il rapporto ammette che funzione cruciale delle eccezioni e limitazioni è quella di contribuire al finanziamento della produzione artistica. Questo perché le stesse eccezioni e limitazioni si applicherebbero attraverso un sistema di licenze obbligatorie che potrebbero favorire le “transazioni creative” e il ritorno economico degli stessi autori.

Il rapporto indica altri benefici scaturenti dall’attuazione delle eccezioni e limitazioni del copyright. Queste possono favorire l’attività di “nuova” creatività. Le eccezioni e limitazioni permettono i lavori di caricatura, parodia, pastiche e appropriazione attraverso il “prestito” di lavori precedenti al fine di esprimere nuove e innovative espressioni creative. Le stesse eccezioni e limitazioni possono contribuire a espandere le opportunità educative attraverso l’accesso più largo ai materiali di istruzione nei paesi in via di sviluppo o nelle regioni rurali. Vengono anche citati i vantaggi legati all’espansione dell’utilizzo delle opere d’autore per l’accesso no profit ai materiali culturali (in caso di eventi di beneficienza o religiosi), per l’adattazione dei lavori creativi a favore di utilizzatori con disabilità, la traduzione dall’originale delle opere d’autore (con particolare riferimento alle lingue meno comuni) e, più in generale, l’utilizzo remunerato secondo tariffe calmierate per l’utilizzo degli stessi lavori creativi nei paesi in via di sviluppo.

Spazio nel rapporto è dedicato anche alle tecniche di “open licensing”, attraverso cui le opere d’autore vengono concesse con gli strumenti che vogliono gli autori autolimitare il proprio controllo sulla loro circolazione, come avviene per miliardi di lavori creativi attraverso Creative Commons, lo strumento più comune in questa direzione. 

Questi sono temi che per lo più sfuggono alla discussione generale in materia di copyright, generalmente concentrata sull’esame degli utilizzi non autorizzati dei lavori creativi (chi scrive cerca di evitare l’usurato e abusato termine di “pirateria”) e degli strumenti che limitano i medesimi.

Il rapporto ci fa infine scoprire alcuni esempi virtuosi svolti in alcuni paesi. Il Brasile ha lanciato una consultazione pubblica per la riforma della legge sul diritto d’autore attraverso Internet e sono state ricevute migliaia di proposte “dal basso” che contribuiranno alla riscrittura delle sue norme. In Gran Bretagna, la nuova legge sul copyright adottata nel 2014 è stata formata a seguito una consultazione pubblica svolta con l’apporto di tutti gli stakeholder. In Messico si è proceduto con l’adozione di norme che rendono libero l’accesso ai risultati della sperimentazione scientifica e anche l’Italia si è dotata di norme sull’open access quando la ricerca scientifica è finanziata con fondi pubblici resi disponibili dall’Unione Europea o dagli enti nazionali e locali. In Sud Africa i testi di studio sono concessi in licenza per l’uso pubblico attraverso Creative Commons e messi in rete per la loro libera consultazione. In India, l’organizzazione no profit Pratham Books pubblica libri di testo in undici lingue locali normalmente trascurate dagli editori tradizionali e attraverso licenze Creative Commons distribuisce un milione di libri ogni anno, una goccia nell’oceano di un paese con un miliardo e trecento milioni di abitanti ma comunque un esempio importante di disseminazione della cultura.

Il rapporto, pur riconoscendo la centralità del copyright, è dunque chiaramente “schierato” verso l’affermazione dei diritti umani dell’accesso alla conoscenza e alla partecipazione alla vita culturale.              

Non ha mancato di suscitare le critiche dell’industria culturale e anche di autori affermati, in una logica conversativa. Queste posizioni rischiano di diventare antistoriche. Mentre va combattuta la diffusione abusiva massiva delle opere d’autore (svolta a scopo di lucro e con danno immediato all’industria culturale), la normativa in materia di copyright va rilassata per favorire le logiche democratiche di partecipazione al gioco culturale: si è usato non a caso il termine gioco perché riconduce ai milioni di bambini dei paesi svantaggiati che hanno diritto all’istruzione e a una crescita culturalmente sana che si riflettono inevitabilmente sulle loro condizioni economiche, le quali devono essere almeno dignitose.     


http://www.ohchr.org/EN/Issues/CulturalRights/Pages/AnnualReports.aspx

Inserito il:04/04/2015 14:22:19
Ultimo aggiornamento:20/04/2015 00:30:51
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