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Aggiornato al 22/10/2021

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Durba Sen - (India) - Strife,Intolerance and Unrest

 

L’intolleranza, una mappa dell’odio via social

di Vincenzo Rampolla

 

È da poco uscita l’ultima Mappa dell’Intolleranza, progetto ideato cinque anni fa da Vox- Osservatorio Italiano sui Diritti, Associazione no profit nata per promuovere e tutelare i diritti grazie ad accese campagne e battaglie. Fondata da Silvia Brena, giornalista e da Marilisa D'Amico, costituzionalista, ne fanno parte antropologi, giornalisti, medici, avvocati e sociologi. L’analisi dei dati del quinquennio consente l’estrazione e la geolocalizzazione dei tweet con parole considerate sensibili in base al livello di aggressività e mira a identificare le zone e i settori di maggiore diffusione dell’intolleranza. Perché Twitter? Non è il social network più gettonato, ma induce a re-twittare e dà l’idea di una comunità virtuale in relazione dinamica e inesauribile; abbinato all’hashtag dà un’immediata chiave d’accesso a una sintesi chiara e espressiva dell’impulso trasmesso dalla persona e dell’effetto indotto. Mappa autentica e attendibile, non di sapore ancorato a un modello teorico di simulazione.

Di 6 gruppi, denominati cluster, donne, omosessuali, migranti, disabili, ebrei e musulmani si è cercato di rilevare il sentimento che anima le communities online, significative per la garanzia di anonimato spesso offerta, ovvero per la maggiore libertà di espressione e per una interattività garantita. Strumento essenziale per la mappatura del cosiddetto hate speech (parole d’odio), la Mappa dell’Intolleranza si è rivelata validissimo strumento per scovare e affrontare i fenomeni di cyberbullismo, dimostrando ancora una volta come i social media diventino un veicolo privilegiato di stimoli all’intolleranza e all’odio verso target minoritari, dovuti alla vorace correlazione tra un certo tipo di linguaggio aggressivo, crudo e volgare e le cronache di violenza. Fattore determinante nell’analisi dell’anno della pandemia sono le ansie, le paure e le difficoltà infiltrate e accumulate dal vissuto quotidiano delle persone, capaci di aizzare un diffuso tessuto di tensione e vettori di conflitti. Il contesto di crisi sanitaria e di criticità globale hanno prodotto scenari differenti da quelli dei primi anni della Mappa.

Isolati e allarmati, per molti i social sono diventati finestra privilegiata di incontro e di dialettica: ambienti brulicanti e tirannici, ove germinano le basse dinamiche relazionali delle masse, nel lavoro e nel privato. Colpisce un dato.

Si odia di meno e lo hate speech è diminuito molto rispetto al 2019, dato rilevante anche se il periodo preso in esame nel lavoro del 2020 è stato più lungo.

Si odiano le categorie sociali più esposte ai cambiamenti e agli adattamenti necessari per superare l’attuale crisi pandemica: le donne e i migranti.

Si odiano gli ebrei, sempre in modo stabile, perché storicamente in ogni periodo di crisi sono oggetto di intolleranza.

Entrando nel dettaglio, la metodologia di lavoro scorre in tre fasi:

1. La prima relativa all’identificazione dei diritti, il mancato rispetto dei quali incide sul tessuto connettivo sociale, è la fase seguita dal Dipartimento di Diritto Pubblico italiano e Sovranazionale dell’Università degli Studi di Milano.

2. La seconda è la fase focalizzata sull’elaborazione di una serie di parole sensibili, correlate con l’emozione che si vuole analizzare e la loro contestualizzazione, lavoro svolto a Roma dal Dipartimento di Psicologia Dinamica e Clinica della Facoltà di Medicina e Psicologia dell’Università La Sapienza, specializzato nello studio dell’identità di genere e nell’indagare i sentimenti collettivi che si esprimono in rete.

3. Nella terza si compie la vera e propria mappatura dei tweet, con un software progettato dal Dipartimento di Informatica dell’Università di Bari, piattaforma di Social Network Analytics & Sentiment Analysis, che utilizza algoritmi di AI per comprendere la semantica del testo, individuare i contenuti richiesti e estrarli.

In un’ottica sociologica i dati sono ulteriormente analizzati e elaborati dal team di ITS TIME (Italian Team for Security, Terroristic Issues & Managing Emergencies), Centro di ricerca legato al Dipartimento di Sociologia dell’Università Cattolica di Milano.

Come fattore di analisi finale è stato introdotto il livello di aggressività, dotato di un software istruito per estrarre i tweet più aggressivi, evidenziandone il livello di virulenza. Le categorie previste dalla scala MOAS (Modified Overt Aggression Scale) hanno orientato la valutazione.

La Mappa dell’Intolleranza è stata pensata come progetto di prevenzione, soprattutto per Amministrazioni locali, Scuole, Associazioni che operano sul territorio, per chiunque abbia bisogno di strumenti adeguati e mezzi di interpretazione di realtà sempre meno codificabili per combattere l’odio e l’intolleranza. La Mappa giova a chiunque creda che ogni essere umano debba servirsene per alimentare la cultura del dialogo in una socialità malmenata.

Sono stati estratti e analizzati 1.304.537 tweet, rilevati tra marzo e settembre 2020. Tra questi, 565.526 i tweet negativi. Si evidenzia una ridistribuzione dei tweet negativi totali; infatti nel 2019 i cluster più colpiti sono stati i migranti (33%) seguiti da donne (26%), islamici (15%), disabili (11%), ebrei (10%) e omosessuali (5%).

Nel 2020, occupano i primi posti donne (50%) e ebrei (18%), seguiti da migranti (14%), islamici (12%), omosessuali (3%) e disabili (2%).

Rispetto agli anni passati, i linguaggi d’odio si sono diffusi su tutto il territorio nazionale,

con concentrazione geografica dei tweet soprattutto nelle grandi città: Antisemitismo: Roma; Xenofobia: Milano; Disabilità: Milano, Napoli, Venezia; Sessismo: Milano, Napoli, Firenze, Bologna; Islamofobia: Bologna, Torino, Milano, Venezia; Omofobia: Milano, Napoli, Bologna, Venezia. E l’odiatore non è più l’anonimo leone da tastiera che lancia il sasso di un tweet e poi nasconde la mano. Oggi si fa riconoscere. Vuole farsi riconoscere! dice Vittorio Lingiardi, ordinario di Psicologia Dinamica alla Sapienza. Ha il petto in fuori e rivendica la ribalta. Non si sente più solo, ma legittimato. Si tratta di un cambiamento radicale e preoccupante. Sempre gli stessi, invece, i bersagli dell’offesa.

A fronte della conferma delle categorie più colpite (donne, ebrei, migranti, islamici), emerge una certa stabilizzazione, soprattutto verso omosessuali e disabili.

Forti, assidui e mirati gli attacchi contro le donne, con una peculiarità. Oltre agli immancabili atteggiamenti di body shaming (critiche umilianti al corpo), molti attacchi hanno avuto come contenuto la competenza e la professionalità delle donne. È il lavoro delle donne che emerge come fattore che scatena un hate speech misogino, elemento mai apparso con questa evidenza nelle precedenti Mappe e porta alla riflessione sul lavoro delle donne legato al nuovo modo di lavorare durante la pandemia, con forte attenzione alla modalità smart working.

Altro cluster importante è l’antisemitismo, crescente in valore assoluto rispetto al 2019 (oggi 18% sul totale dei tweet negativi rilevati, nel 2019 10%). Sorprende, in questo caso, la tendenza ascensionale registrata negli anni, passando ai dati attuali con una progressione costante dal 2% nel 2016. E se sono note le pesanti espressioni di antisemitismo nel corso delle epoche storiche attraversate da crisi e paure, disaggregando il dato si coglie invece una curva più positiva. Tra tutti i twitt sugli ebrei, infatti, i positivi nel 2020 superano per la prima volta i negativi: 74% tweet positivi contro 25% negativi. Nel confronto con novembre - dicembre 2019, il peso era nettamente invertito (70% negativi contro 30% positivi).

Bersaglio prediletto degli hater sono i musulmani. I tweet di odio e discriminazione riferiti ai musulmani si accostano alla più generale categoria della xenofobia (12% di tweet negativi sul totale di tweet negativi rilevati nella prima Mappa, 14% di tweet negativi sul totale di tweet negativi rilevati nella seconda). L’odio via Twitter contro i musulmani viene rinforzato e attivato sia da eventi nazionali (caso liberazione e rientro in Italia di Silvia Romano), che da eventi internazionali (attacco terroristico a Reading il 20 Giugno). Infine, si nota che la distribuzione geografica dei tweet d’odio o di discriminatori contro i musulmani sia più diffusa sull’intero territorio nazionale, pur con picchi in alcune città del Nord Italia.

Per la disabilità, nonostante le notizie riportino fatti e eventi positivi in relazione a una maggiore consapevolezza, l’attenzione verso queste iniziative ha comunque generato tweet di intolleranza e odio. Ciò suggerisce una caratteristica tipica dei social network: capacità di alterare e snaturare il contesto del messaggio, fino a una esaltazione negativa.

Nel 2019 si osserva l’infiltrazione di un nuovo fattore di analisi: il livello di aggressività.

È stato pertanto predisposto il software per estrarre i tweet più aggressivi, evidenziandone il livello di virulenza e valutandoli secondo le categorie utilizzate dalla scala MOAS. Nella sua prima formulazione ha contribuito a far percepire non solo la negatività e gli atteggiamenti intolleranti e discriminanti, ma anche il sottile orientamento violento di questi messaggi.

Nel periodo 2017-18 il bersaglio dell’offesa è diretto a ogni cluster: donne, omosessuali, immigrati, islamici, ebrei e disabili e quasi sempre prende di mira il corpo: disprezzato nella sua sessualità e nel suo genere, ridicolizzato o umiliato attraverso la deformazione, la mutilazione, la mortificazione, verbalmente aggredito o addirittura stuprato. Si tratta di un attacco primordiale, diffuso da gruppi che culturalmente mirano a ciò che deve essere  considerato debole, diverso o inferiore. Cesare Pavese ha detto: Si odiano gli altri perché si odia se stessi. Manzoni ha aggiunto: È uno dei vantaggi di questo mondo quello di potere odiare ed essere odiati senza conoscersi. Ecco dunque che l’insulto può essere letto come una turpe forma di difesa psichica dirigendo l’attacco su caratteristiche, connotati e aspetti primari dell’altro.

La svalutazione e il disgusto diventano i motori inconsci del tweet o del post discriminatorio. Data l’assenza di interazioni fisiche, contatto visivo, condivisione delle espressioni facciali e del tono della voce, i filtri e le autocensure si sfaldano, le mediazioni si annullano e la comunicazione si fa più insolente e sfrontata, libera da pudori e riguardi verso il prossimo.

Sono stati estratti e analizzati 6.544.637 tweet, rispetto ai 2.659.879 della Mappa rilevati tra maggio e novembre 2017 e tra marzo e maggio 2018, considerando 76 termini sensibili. Tra questi, 547.151 sono stati i tweet negativi. I termini sono stati individuati a partire da quelli che nelle precedenti rilevazioni sono risultati più frequenti; inoltre, è stata diffusa a livello nazionale un’indagine online, che chiedeva agli intervistati di indicare 5 termini negativi che avrebbero rivolto a ognuno dei 6 cluster.

Che fare? Molti studi recenti possono venire in aiuto, quando spiegano che nelle giuste condizioni, il contatto frequente tra gruppi etnici diversi può generare fiducia e abbassare l’ostilità reciproca. Ciò emerge dalla distribuzione dei tweet islamofobi nelle diverse regioni, le più colpite essendo quelle dove la presenza di immigrati di fede musulmana è minore. Ma gli stessi studi spiegano anche che se società altamente omogenee incontrano per la prima volta persone esterne, il contatto può inasprire il conflitto.

Scrive in merito la sociologa Adia H.Wingfield, commentando il razzismo negli Usa: Nella maggior parte delle interazioni sociali, i bianchi sono visti come individui. I soggetti che appartengono alle minoranze razziali scoprono, invece, fin da giovani che spesso la gente li giudicherà in quanto membri del loro gruppo e li tratterà secondo gli stereotipi, di solito negativi, affibbiati a quel gruppo.

Imperturbato, un pugno di haters seriali e professionali, sale alla ribalta perché capace di ottenere un effetto nefasto sulle comunicazioni e sulle interazioni in rete, riuscendo a scardinare ogni protezione, con lo scopo di distruggere, sottrarre o dominare.

Scrive Leopardi: Nessuna qualità umana è più intollerabile nella vita ordinaria, né infatti tollerata meno, che l’intolleranza.

 

Inserito il:07/04/2021 12:31:02
Ultimo aggiornamento:07/04/2021 12:46:13
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