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Aggiornato al 21/04/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Innocente Salvini (1889-1979) - La spartizione della polenta - 1971

 

Consociativismo e competitività

di Gianni Di Quattro

 

Nel nostro paese vige il consociativismo che forse è proprio insito nella nostra cultura e nel nostro comportamento da sempre. Si esprime in modo aperto e formale qualche volta, il più delle volte si realizza in modalità di fatto, proprio perché il paese nella politica, nelle imprese, nei cittadini non vede altra soluzione se non quella della spartizione, come direbbe Piero Chiara.

Consociativismo significa che ogni settore della società riesce ad avere una fetta di qualcosa e che tutti riconoscono che ciò è importante ed operano perché tutti, anche avversari, possano avere la loro parte. Chi governa da sempre ha solo un programma e cioè quello di dare un po’ a tutti, di accontentare tutti a prescindere che questa politica consenta al paese uno sviluppo.

Una politica senza scelte insomma, ecumenica direbbe il dirimpettaio del Tevere. Per questo quello che viene dato non è stabilito per legge e quindi non diviene un diritto, ma viene elargito mediante decisione volta a volta dai governi e dal parlamento in modo da rinnovare di continuo l’alleanza con i vari settori della società o forse si può dire più propriamente la complicità.

Questo modo di procedere fra l’altro ha appesantito la struttura statale favorendo la nascita e la crescita del potente apparato burocratico e soprattutto ha favorito l’espansione dell’enorme debito pubblico che oggi rappresenta la vera grande palla al piede per lo sviluppo del paese impedendone nel contempo la modernizzazione. Il debito pubblico è cresciuto perché si è continuato a spendere a favore di tutti, chiudendo anche gli occhi sugli sprechi nella volontà che questi comunque tenessero buoni strati di popolazione operanti al confine della legalità e che garantivano una pace sociale in cambio.

Patti scellerati insomma che un cattolico fervente dovrebbe confessare. E mentre si spendeva non si cresceva perché non si può crescere se non si fa una politica industriale che garantisca lavoro e occupazione e non si può fare una politica industriale se non si operano delle scelte e non si indirizzano gli investimenti.

La nostra società consociativa naturalmente, come avviene ovunque dove vige la regola poco per tutti e molto per pochi, rappresenta l’antitesi, il contrario della società competitiva. La società competitiva è quella dove il merito viene in primo piano anche rispetto ai bisogni e dove si riesce a mettere in moto la crescita sociale e la modernizzazione proprio per la competitività che crea emulazione, sfida, progettualità e realizzazioni a scopo di lucro personale, ma dove però mettendo insieme le varie iniziative si crea lavoro, occupazione, consumi, in poche parole sviluppo.

La competitività è stata sempre avversata non solo per fatti culturali, ma soprattutto perché una società dove il merito è la regola, dove chiunque può raggiungere qualsiasi risultato anche se non fa parte di una famiglia o di un clan o di un partito, è più difficile da gestire e che normalmente favorisce l’alternanza delle forze politiche in base appunto all’andamento della economia e alle opportunità sfruttate o perse nel giudizio dei cittadini e delle sentinelle sociali come i media o i centri  di osservazione e di elaborazione politica.

E questa alternanza non era ovviamente gradita ai due partiti che hanno dominato lo scenario politico del paese dalla fine della seconda guerra mondiale sino a quando la magistratura non ha iniziato l’operazione tangentopoli distruggendo la pace politica del paese, peraltro già messa in crisi dall’azione di una terza forza, quella socialista, che nei dieci anni precedenti all’intervento dei Tribunali aveva tentato  di inserirsi in modo paritario nella spartizione non volendo accontentarsi del ruolo e delle ricompense del passato.

Forse a tale proposito quelli che hanno avviato il motore di tangentopoli volevano eliminare questa terza forza che cominciava a diventare pericolosa perché rappresentava uno strumento di turbamento di un equilibrio senza riuscire a frenare quando il processo ha imboccato una deriva verso il basso molto ripida e senza luoghi di sosta.

In ogni caso tangentopoli ha mischiato le carte ed ha reso cosciente una delle consorterie più importanti del paese, e cioè la magistratura, della sua forza, spingendola verso il potere che da allora non ha più mollato. In altri termini la società consociativa si difende tutte le volte che movimenti strani possono metterne in pericolo il sistema che coinvolge tutti e infatti sono proprio tutti quelli che godono di questo stato di cose che si alleano di fatto per contrastare il pericolo rappresentato da qualcuno che agita troppo le acque dello stagno sociale in cui siamo immersi da sempre.

Quello che è avvenuto con i socialisti per distruggere i quali si è messo in moto tangentopoli anche se poi non si è riuscito a limitarne i confini proprio per la complicata rete connettiva, quello che avviene quando qualcuno, in modo cosciente o incosciente, cerca di operare per lo sviluppo sociale e magari parla di merito, di imprenditorialità competitiva e non protetta, di sburocratizzazione, di professionalità, di modernizzazione, di responsabilità.

Soprattutto di responsabilità e di semplificazione. Questa ultima l’opposto della complicazione che è il presupposto del consociativismo. Ed a questo proposito viene anche il sospetto che la vittoria dei no al referendum sulle modifiche costituzionali sia stata soprattutto il frutto di una ampia alleanza sociale per battere e scacciare Renzi. 

Perché questi con la politica che continuava a dichiarare di voler fare avrebbe potuto rappresentare un pericolo e portato il paese su una spiaggia non gradita ai principali poteri dello stesso, quelli forti di cui si parla ma che non si nominano (magistratura, scuola, sindacati, burocrazia, organizzazioni criminali).

Forse è così che si spiega il risultato semplicemente, al di là di errori commessi o di altre disattenzioni che rappresentano solo e in definitiva delle technicality. Il fatto è dunque che il nostro paese in conclusione non riesce ad andare verso la competitività ed è difficile continuare a mascherare anche a livello internazionale il nostro stato sociale e il nostro ancoraggio nel passato.

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Inserito il:24/12/2016 13:00:36
Ultimo aggiornamento:24/12/2016 13:03:07
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