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Aggiornato al 19/09/2018

 

A Vanvera (20)

di Massimo Biondi

 

Professore comunicante 1

Nel precedente “A vanvera”, di ormai un mese fa, purtroppo, lamentavo l’invadenza del professor economista Perotti che criticava qua e là, lui sì un po' a vanvera. Mi era parso eccessivo, ma poi ho capito da dove derivava l’eccesso. E’ stato pubblicato un suo libro, del Perotti. Ecco spiegata la vis polemica, parsa effettivamente molto accentuata: quegli interventi non erano a sostegno di principi economici ma di strategie di marketing. Adesso abbiamo capito.

Dovessi mai pubblicare un libro (rischio inesistente) precederei il lancio dicendo di avere saputo che Renzi è figlio naturale di Verdini. E bisessuale.

 

Professore comunicante 2

Altro professore che ama il palcoscenico è Tito Boeri, piazzato all’INPS per meriti a me ignoti. Io, ex manager, ritengo che a dirigere l’istituto ci stava meglio un manager di un esibizionista carino (pare piacere alle donne) imbevuto di teoria. Un manager come lo penso io se avesse avuto necessità di calcoli di matematica attuariale o di altro genere si sarebbe innanzi tutto rivolto alle risorse interne, probabilmente sufficienti per quantità e competenze. Diversamente avrebbe usato un consulente esterno come potrebbe essere lo stesso Boeri – o altri meglio di lui, magari società – per prestazioni tecniche specifiche e limitate. Ma metterlo alla Presidenza è stato un errore purtroppo non infrequente nei carrozzoni pubblici ma estraneo, che mi risulti, alla cultura dell’azienda privata.

Ora l’INPS ha un presidente fotogenico che esterna a più non posso. Un manager come dico io avrebbe esternato in privato, col governo, e poi agito in silenzio per realizzare quanto il governo, cioè l’azionista, aveva deciso. Un manager come dico io lavora per l’azienda, un accademico ambizioso e pieno di sé lavora prima di tutto per se stesso. Onore alle eccezioni, che ci sono state.

Inoltre è da dimostrare che un docente universitario sappia gestire un’organizzazione fatta di persone, procedure, obiettivi e culture. Prima se ne torna in Università meglio è. Per l’INPS. Per gli studenti non saprei.

 

Selfie

Pessima l’abitudine dei selfie, in particolare quando lo scatto presuppone di sfruculiare persone più o meno famose. Di solito la discriminante fama-non fama è il passaggio in TV: se ci sei passato sei persona famosa, non importa cosa hai fatto o detto, se non ci sei passato non lo sei. Amore per la semplificazione, in questo caso innocua.

Non so di quanta fama goda Oliviero Toscani, fotografo, ma lui ha trovato un modo, rozzo ma efficace, di scoraggiare l’esaltazione per i selfie. Ne ha negato uno a un ragazzo calabrese dicendogli, più o meno: perché dovrei? Per quanto ne so potresti essere mafioso. Brutta cosa i selfie, d’accordo, ma anche la soppressione dell’educazione e l’esaltazione del pregiudizio.

 

Stress e politica

I ricercatori di due università israeliane hanno scoperto che andare alle urne aumenta i livelli di cortisolo, l’"ormone dello stress", il quale stress può influenzare le scelte politiche.

Secondo altri scienziati, americani, in politica tendiamo a elaborare gli stimoli senza farli passare attraverso la corteccia cerebrale, lasciando iniziativa all'istinto. Processo che a sua volta svilupperebbe ansia.

Il consiglio che deriva dagli studiosi sarebbe quello di non discutere troppo di politica con amici e parenti e a informarsi di meno: gli elettori più tesi sono infatti quelli che utilizzano molto i social media, scrive il Washington Post.

Allora aveva ragione mia mamma, che diceva spesso, sospirando: beata ignoranza!

 

Beata vecchiaia

Altra ricerca, stavolta più concreta e, ahimè, triste: i giovani dei tempi correnti sono più poveri dei loro genitori. Secondo il rapporto Caritas 2016 l’indice di povertà aumenta con il diminuire dell’età.

La crisi la stanno pagando i giovani, meno garantiti e sempre più poveri. Secondo i dati raccolti dalla Caritas degli oltre 4,5 milioni di poveri totali, il 46,6 per cento ha meno di 34 anni. E al sud, nota a margine di non secondaria importanza, tra chi si rivolge ad un centro di ascolto i due terzi sono italiani.

In un Paese vecchio essere vecchi ha i suoi vantaggi.

 

Riforma gattopardata

Il Consiglio di Stato, nel quale i fremiti riformatori devono essere meno accesi di quelli del congresso di Vienna, ha esaminato la legge delega di riforma della PA, muovendo alcuni rilievi. A tutto, praticamente, soprattutto ai punti essenziali.

Non va bene l’assunzione come funzionari dei vincitori di concorso: subito dirigenti devono essere. Todos caballeros.

Ma per i dirigenti non vanno bene nemmeno i criteri di scelta, tra l’altro perché non valorizzano le competenze acquisite (leggere anzianità non sarebbe sbagliato).

E anche le valutazioni non sono omogenee tra comparti: ruolo unico, criteri unici, anche se riferiti ad amministrazioni diverse per dimensione, finalità e altro. Tutti uguali, come i robot.

Non vanno bene poi nemmeno gli incarichi troppo brevi (cioè anche se il lavoro è terminato devono proseguire. L’importante è il lavoro in sé, sembra implicitamente dire il Consiglio di Stato, non l’obiettivo da raggiungere).

Insomma, non va bene niente. Al contrario della Pubblica Amministrazione attuale e le regole attuali, che evidentemente a parere dei sopracciò rasentano la perfezione.

La burocrazia è pensata per i burocrati, non per i cittadini, e così deve restare.

 

Lavori nuovi, sindacati vecchi

Foodora, come altre società simili nate in tutto il mondo, offre nelle grandi città un servizio che rende più semplice consegnare pranzi e cene a domicilio. Attraverso un’app (sarebbe applicazione, ma la lunghezza delle parole non è in linea con le caratteristiche degli smartphone) l’affamato confronta l’offerta di vari ristoranti aderenti al servizio, sceglie, ordina, paga, riceve, mangia, di solito entro un’ora. I ristoratori allargano il giro d’affari senza aumentare il numero dei coperti e non devono gestire la consegna, solo far trovare pronto nel momento concordato quanto ordinato. 

Al ritiro dal ristorante e consegna al consumatore finale ci pensa un lavoratore dotato di bicicletta, di solito, che riceve tutte le indicazioni del caso e un compenso (modesto) da Foodora, appunto. Questa società si occupa di realizzare e gestire la piattaforma digitale, l’app; definire accordi con i ristoratori; promuovere il servizio presso i consumatori; selezionare e gestire una rete di “consegnatori”, che Foodora chiama rider, non assimilabili ai classici fattorini in quanto non sono assunti da nessuno e non dipendono dal fornitore. Sono dei lavoratori autonomi ai quali Foodora fornisce le coperture previdenziali e assicurative e un contributo attraverso convenzioni alla manutenzione della bicicletta, che non deve essere una spesona.  Ma il compenso è a consegna, non a tempo, il che ha sollevato recentemente proteste senza esito.

In questo modello di business, molto simile a UBER, la caratteristica più evidente è il trasferimento di una parte non secondaria del rischio di impresa, quello che in un’economia sana è alla base del diritto al legittimo profitto, su una parte debole. La più debole.

Se la domanda manca, anche solo una sera, Foodora non avrà profitto ma nemmeno i costi delle consegne; il ristoratore può al massimo avanzare qualche cibo che sarà in grado di riciclare l’indomani, nulla di nuovo né eclatante; il consumatore finale non rischia assolutamente nulla, come logico. Quello che rischia è il rider, che sta lì pronto a inforcare la bici ma se non viene chiamato non guadagna un centesimo. Il che, per uno che accetta un lavoro del genere, non deve essere una banalità.

Tutto ciò che è nuovo è per sua natura interessante, giusto o sbagliato che sia, che abbia o non abbia un futuro. Quello che scoraggia, in Italia, è che attorno a questi fenomeni la reazione più diffusa solitamente è il “ferma tutto”. Poi, ma solo poi, seguono eventuali dibattiti, analisi, confronti, qualche corteo, aperture di tavoli, proposte di legge, eccetera eccetera. Anche, o soprattutto, da parte di quelli che pretendono che si crei lavoro, nel senso di “posti”, senza peraltro avere alcuna idea sul come crearlo, salvo quella tradizionale delle assunzioni a tempo indeterminato, meglio se con vincolo perpetuo, meglio ancora se da parte dello Stato.

 

Educazione delegata

Pare che nel mondo della scuola gli studenti protestino soprattutto in autunno, quando il tempo è ancora buono e andare in corteo un piacere. Poi si mettono a studiare.

Quelli che protestano a tempo pieno sono gli insegnanti e, più ancora, i genitori.

Uno dei motivi del contendere sono i compiti a casa. Secondo molti genitori bastano quelli in classe, che a casa durante la settimana ci sono le chat, la palestra/fitness, lo shopping e altri diversivi. Poi viene il week end e lì non ci devono essere disturbi, che papà e mamma – quelli di certi ambienti - si devono riposare.

Altro motivo di frequente malumore dei genitori paiono essere gli stessi insegnanti. Perché sono scarsi? No. Perché sono severi, a loro giudizio. O perché ritengono che prendano malignamente di mira proprio il loro figliuolo/a, personalmente, senza motivo (o per odio sociale, sostengono alcuni svampiti).

Ricorrente, dicono gli insegnanti, questo genere di polemica. Ricorrente la difesa del pargolo a prescindere. Fenomeno in crescita, secondo loro. In famiglia regni il quieto vivere. Niente rimproveri. Meno che mai scapaccioni. Educazione delegata: tata, chi può; nido, chi può; asilo; scuola.

Poi assistiamo ad affermazioni secondo me oscene, come quella della mamma che commentando le bravate da codice penale del figlio accoltellatore ha lamentato non la dolorosa situazione di avere un figlio con tendenze criminali e con coltello a disposizione, per strada, ma la mancanza di una pattuglia della polizia, che avrebbe dovuto essere presente proprio in quel momento in quel luogo per fermare la mano del discoletto e sottrarlo alle seccanti trafile dell’interrogatorio ed eventuali conseguenze.

Dopo la scuola direttamente le forze dell’ordine. Come a Sparta, dove però i fanciulli erano trattati con una certa severità, che oggi non sarebbe gradita.

 

Minacce incombenti

Notizia dal Gazzettino: “San Marco, drone contro il campanile. Poi lo schianto tra i tavolini del caffè”. Tutto bene, questa volta. Nessun ferito. Ma come continuerà la faccenda dei droni? Ci sono limiti all’uso, ma si sa quanto siano rispettate le regole in Italia. Per andare oltre quell’uso limitato in aree non popolate sarebbe necessaria una licenza che rilascia l’ENAC: con quella aumentano le possibilità. Comprese, temo, quelle di commettere reati: entrare in locali chiusi ma con finestre aperte, spiare, sganciare bombette.

Un piccione viaggiatore, che può essere guidato da un malintenzionato invece che dal cervello, non acutissimo ma non criminale, del piccione. Gli interessati possono acquistare droni con una certa facilità: online, da Amazon a tanti altri, oppure in negozio. E’ facilissimo. Come acquistare un elmetto protettivo, un copricapo che potrebbe trovare un suo perché anche fuori dai cantieri.

 

BrexIN

Pare che i nativi dell’Ogliastra siano tra i più longevi al mondo. Per questo fin dal 2003 è attivo un progetto che raccoglie dati su una serie di aspetti riguardanti tanto i vivi quanto i defunti. La raccolta dispone già di circa 160 mila provette contenenti, secondo i ricercatori, i segreti del "genoma dei centenari". Una delle banche dati genetiche più importanti del mondo.

Ebbene, c’è stato un furto. Sono sparite le provette. Quante? Non si sa esattamente. Mille, minimizza Tiscali News. 14.000 secondo la Stampa, ripresa da altri media, per un valore di circa 258.000€. Unione Sarda precisa però che 258.000€ non è il valore del materiale rubato ma sarebbe il prezzo di tutta la banca dati, con storie famigliari, anamnesi e terapie vecchie di quattro secoli, regolarmente venduta (o svenduta) ad una società britannica facente capo ad un italiano.

La conferma arriva dal Financial Times: ha ragione Unione Sarda. 258.000 sono gli euro pagati alla società proprietaria della banca dati per l’acquisto di tutti i campioni biologici appartenenti a 12600 persone. Nessun furto, almeno nel senso classico di impossessarsi di qualcosa contro la volontà del proprietario.

Il proprietario venditore consenziente è la SharDNA, società che FT descrive come pittoresca: creata da Renato Soru (condannato a tre anni per evasione fiscale), poi ceduta al San Raffaele (ospedale controllato dal Vaticano andato in bancarotta a seguito di uno scandalo finanziario), poi fallita. Anche le precisazioni che ho messo tra parentesi sono di FT, che deve averle aggiunte per rendere più interpretabile il quadro anche a lettori che poco sanno di Soru e del San Raffaele.

La società acquirente, precisa sempre FT, si chiama Tiziana, ragione sociale non tipicamente britannica, che creerà una filiale in Sardegna per la gestione della banca biologica.

Secondo qualcuno, per esempio il deputato Pilo, Tiziana – britannica - avrebbe acquistato per 258.000€ una cosa – italiana - che ne vale circa 4 milioni.

Usiamo i proverbi, che sono saggezza popolare: 1. Gatta ci cova 2. Se son rose fioriranno. A Londra però. In Sardegna speriamo che rimangano almeno i vecchi.

 

Pensierino

  • Nulla è più equamente distribuito del buonsenso: nessuno pensa che gliene occorra una quantità maggiore di quella che possiede. Cartesio

 

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Inserito il:22/10/2016 18:29:39
Ultimo aggiornamento:22/10/2016 18:40:36
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