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Aggiornato al 14/11/2018
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Flavia Vizzari (1957 – Messina) – Insieme

Il Desiderio: Egosoggettività ed Alterità.

“Com’è che diceva un tale che ho conosciuto?

 Un uomo vale quanto le cose che ama”

Saul Bellow

 

Lo stimolo a riflettere con Voi su questo argomento mi è venuto dalla lettura del testo di Massimo Recalcati, “La forza del desiderio” (2014).

Quando pensiamo al “desiderio” in sé siamo portati a dirigere la nostra attenzione verso ciò che consideriamo più o meno importante per noi avere, qualcosa che ci manca e che vorremmo.

E’ desiderio d’ “altro”.

L’illusione del nostro tempo è che siano gli oggetti a darci felicità e il più grande errore è considerare anche le persone alla stregua di “oggetti”, che possano essere cambiati a seconda del variare dei nostri piaceri, nell’aleatorietà che ci dà la sola idea di possedere il nuovo. 

Io sono dalla parte di Gustave Thibon, che sostiene: “Ama ciò che ti rende felice, ma non amare la tua felicità”.

Sarebbe insito nel concetto stesso di desiderio l’Egosoggettività , per non dire l’egoismo del pensare a ciò che noi vorremmo “possedere”.

Ma l’altro? Ci chiediamo (e qui provo a chiedermelo con il Vostro aiuto) cosa voglia l’altro, in un rapporto d’amore, ad esempio? Ci chiediamo se i desideri egosoggettivi coincidono con l’alterità? Se noi consideriamo importante solo ciò che vorremmo per noi, sottovalutando, invece, ciò che l’altro vorrebbe o, peggio ancora, cercando di condurre l’altro, trascinandolo, verso il nostro desiderio, in nome del: “ Per amore mio devi fare questa o quella cosa”?

Dunque, “uscire “ da se stessi per “entrare” nel desiderio dell’altro.  E’ ciò che accade in alcune coppie sadomasochiste non perfettamente “sintoniche”: nelle coppie di questo tipo il sadico asservisce alla sua “dipendenza” sessuale (ma non necessariamente sessuale, si potrebbe più generalmente parlare di coppie in cui uno dei due comanda e l’altro obbedisce, o meglio, si piega al comando del o della partner).

Dico “ non perfettamente sintoniche”, perché nelle coppie sadomasochiste “tradizionali” i ruoli sono definiti “ab origine”, l’intesa tra chi comanda e chi obbedisce è praticamente immediata, non c’è bisogno di trascinare nessuno dalla propria parte.

Ma non è di questo che volevo parlare.

Il mio “desiderio” era proprio quello di affrontare l’argomento di quanto a volte sia difficile comprendere e rispettare l’alterità e pretendere, invece, che l’altro stia lì pronto a soddisfare la nostra soggettività.

Già il termine “desiderio” implica in sé il concetto di “differimento”, di dilazione: desidero qualcosa che, forse, posso avere, ma posso non sapere quando ciò potrà accadere, potrebbe anche non accadere mai, potrebbe trattarsi di un desiderio che al momento sembra realizzabile, ma poi può non diventare più realizzabile.

O potrebbe essere, in modo simil-delirante, irrealizzabile sin da subito: quasi un sogno ad occhi aperti.

Dicevo che il desiderio porta con sé il concetto della dilazione, della dilatazione temporale, a differenza del “bisogno” che ha in sé il concetto dell’urgenza: se ho fame, perché non mi nutro da troppe ore, ho bisogno di mangiare e potrei non riuscire ad aspettare molto, ma potrei desiderare di mangiare, ad esempio, l’anguria in inverno ed allora so che dovrò dilazionare il mio desiderio all’estate.

Il bisogno, dunque, porta in sé il concetto di non-differimento, il desiderio deve essere quasi sempre differito.

Desiderio è attesa, è desiderio dell’attesa stessa.

L’etimologia, infatti, ricorda Massimo Recalcati, viene da “desiderantes”, che, per Giulio Cesare sono i soldati sopravvissuti al campo di battaglia, che attendono i loro compagni ancora impegnati a combattere.

Il desiderio, dunque, comporta anche il rischio della perdita.

Desiderare ciò che non si ha e rischiare di non poterlo avere mai o non poterlo avere più. Nell’esperienza dell’innamoramento si desidera l’altra o l’altro, quando si è già “presi” da lei o da lui.

La vita ci offre la possibilità di fare degli incontri, che sono assolutamente casuali, ma la prosecuzione di un rapporto o, prima ancora, il voler rivedere quella persona, diventa una scelta che non lasciamo più al caso.

L’innamoramento è in qualche modo una debolezza dell’Io, una sua fragilità, non si decide di chi innamorarsi ma succede, ci si arrende all’altro.

E’ l’oggetto dell’amore che causa il desiderio che, in una relazione intersoggettiva “sana”, come già puntualizzato altrove nello studio sul Narcisismo, trova il suo soddisfacimento nel rapporto soggetto-soggetto, mentre nel narcisista diventa relazione soggetto-oggetto, l’altro è asservito al proprio piacere o, meglio, l’altro assume la funzione di soddisfare la prepotenza del narcisista di apparire (e la conferma di essere, della quale ha bisogno).

Una volta qualcuno mi chiese se desiderare una persona poteva essere paragonabile al desiderare un oggetto. Ecco, questo potrebbe essere un esempio della mancanza di rispetto dell’alterità, come se appunto l’altro potesse essere paragonato ad un oggetto, privo di una propria volontà ma, semplicemente, asservito al nostro volere.

In un rapporto amoroso alla pari il proprio desiderio diventa desiderio del desiderio dell’altro, non semplicemente soddisfacimento del proprio desiderio, come dice bene Recalcati.

E’ questa la vera domanda d’amore, chiedersi quale è il desiderio dell’altro, e cercare una risposta assieme, nell’alterità. Anzi, ancora di più: il mio desiderio esiste in quanto riconosciuto dal desiderio dell’altro. Altrimenti diventa un desiderio fine a se stesso. Ma ci si chiede come sia possibile conciliare il proprio desiderio con il desiderio dell’altro, come si possa conciliare soggettività ed alterità, senza cadere nella “simbiosi” e nella fusione, che sono patologiche.

Il desiderio esige, da una parte, anche di avere un proprio oggetto, una sua realizzazione, una propria vita indipendente dall’altro, da una parte, e dall’altra di conciliarsi con altri “oggetti” che sono appunto i “soggetti” nella relazione intersoggettiva.

Non è affatto semplice, se si parte dal presupposto che soddisfare il desiderio dell’altro potrebbe significare rinunciare al proprio desiderio, perché si ha la sensazione che la vita muoia, ma, d’altro canto, non volere che l’altro soddisfi il proprio desiderio, non è più desiderio del desiderio dell’altro, ma desiderio del proprio desiderio, non più conciliare l’egosoggettività con l’alterità.

Da qui il conflitto, la lotta, la sofferenza propria e/o altrui.

La conciliazione tra i due aspetti potrebbe avvenire in quello che Recalcati chiama “egoismo creativo” che andrebbe fino in fondo al proprio desiderio, superandolo, per creare un ponte col desiderio dell’altro, mentre nell’ “egoismo restrittivo” si vorrebbe semplicemente che l’altro diventasse come noi.  

Dunque, amare l’originalità e la creatività del desiderio, che, a volte, inaspettatamente, ritroviamo ne “La felicità non è avere ciò che si desidera, ma desiderare ciò che si ha” ( Oscar Wilde).

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Inserito il:18/03/2016 08:40:33
Ultimo aggiornamento:06/04/2016 10:17:44
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