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Aggiornato al 19/02/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal
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Luigi Rossetto (1958 - ) – Ricordi di scuola

Scuola: tanto rumore per poco?

Il professor Ichino, ex sindacalista CGIL, politicamente inquieto, sta dedicando la vita professionale al tema del lavoro. Non è anti-sindacato, a parere mio e di molti altri in condizione di meglio giudicare. E’ però ferocemente anti-fannulloni, o anti-menefreghisti, e perciò combatte i sindacati che tutelano di fatto queste categorie, magari fingendo di tutelare ben altro. 

Sembra essere questo il caso dei sindacati degli insegnanti, in lotta contro l’ipotesi di riforma del Governo. Scrive in merito il professor Ichino: “C’è qualcuno che abbia capito quale tipo di valutazione dell’insegnamento vogliano coloro che contestano la riforma della scuola? Rifiutano la valutazione oggettiva dei test standardizzati Invalsi, rifiutano la valutazione soggettiva degli studenti e delle famiglie, rifiutano quella del preside, rifiutano quella per merito e utilità effettiva delle competenze di chi aspira a essere immesso in ruolo. In realtà non vogliono alcuna valutazione. La rifiutano in nome di un valore: la “libertà di insegnamento” (salvo impedire a un istituto scolastico di cambiare una virgola dei programmi ministeriali). Che questo valore finisca col tradursi in troppi casi nella libertà di insegnare male o di non insegnare affatto, questo non li preoccupa minimamente. Perché la scuola a cui pensano loro esiste esclusivamente in funzione degli interessi non di chi ci studia, ma di chi ci lavora; e in particolare di chi più teme la valutazione del merito. Per questo si sono sempre opposti a tutte le riforme, da qualsiasi parte venissero proposte: perché per loro, a ben vedere, anche se non glielo sentirete mai ammettere, la scuola perfetta è quella in cui il merito individuale e collettivo del corpo docente non conta nulla. Esattamente ciò che accade nella scuola attuale”.

Che c’è da aggiungere?

Da parte mia solo la valutazione di un ex ministro della Pubblica Istruzione (allora si chiamava così) che chiacchierando di riforma scolastica ebbe a dire, in forma assolutamente privata: “questo ministero è il più grande datore di lavoro italiano, il più grande ufficio di collocamento. Qualunque riforma ne deve tenere conto”. Più esplicitamente, come dice Ichino, contano più gli interessi (e il peso elettorale) di chi ci lavora che quelli dei destinatari del servizio. Perché di un servizio si tratta, dopo tutto. 

Mi sono fatto allora l’idea che in quel contesto un approccio di tipo aziendalistico, che valuti le esigenze del mercato (cioè studenti, famiglie, livelli di formazione superiori, mercato del lavoro) e strutturi la “produzione” di conseguenza non funziona, perché la produzione, cioè l’insegnamento, è una componente straordinariamente rigida, quasi immodificabile. In termini manageriali si potrebbe dire che la scuola è product driven, non market driven: io questo so e questo insegno, come credo o posso. E mi giudico, eventualmente, da me.

Per questo motivo ritengo che la cosiddetta riforma sia fin troppo cauta, tanto che non la chiamerei nemmeno “riforma”. Di fatto la disputa politico-sindacale in corso riguarda quasi soltanto i timidi accenni di riconoscimento del merito, e conseguentemente del non merito, perciò anche in caso di approvazione le nuove norme non sembrano in grado di esprimere effettivo cambiamento dei fattori qualitativamente più significativi, come i modelli di erogazione della formazione e i suoi contenuti.

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Inserito il:24/05/2015 22:53:48
Ultimo aggiornamento:15/06/2015 09:28:10
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