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Aggiornato al 17/07/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Zoya Samoilenko (Kiev, Ukraina, 1924 – Kiev, 2002) - Conversation in a Train Compartment

 

Io dico, io penso, io faccio

di Monica Soave

 

Ho sempre immaginato di essere la protagonista di una di quelle scene cinematografiche in cui lei, spettinata, distratta e con qualche briciola sul maglione si imbatte in quel momento inaspettato e rivelatorio che porterà gli eventi in ordinata fila indiana verso il finale perfetto che lo spettatore desidera.

In realtà, a pensarci bene, con la giusta musica e la giusta scenografia chissà quante scene che ora ricordo a malapena sarebbero potute essere perfette per qualcuno di quei momenti hollywoodiani. La protagonista di queste scritture ad hoc per i più incalliti sognatori non è mai da sola, se non per quel tempo necessario a descriverla…perennemente pensierosa e preda di fantasticherie acute ed inconcludenti. Quell’attimo, in cui senza sentirla parlare già un po’ la conosciamo, si conclude con l’arrivo di lui, o di un'altra lei, ma di solito un lui. Già i pensieri dei lettori, o in quei casi degli spettatori, galoppano verso eventuali nuovi principi azzurri; nuovi nel senso contemporanei eh! Si, perché anche i principi azzurri di questi tempi non sono più gli stessi! Dove andrebbero con quegli spadini, la riga sul pantalone e il cappello col pennacchio? Credo non molto oltre il primo circolo nerd. Oggi il principe azzurro ha bisogno di tutt’altre qualità, non scherziamo…!

Dopo qualche ricerca tra le mie memorie mi sovviene tutto ad un tratto un momento proprio perfetto per la camera di questo ipotetico regista confuso; e mi torna in mente un pomeriggio di quasi dieci anni fa in cui, tornando verso casa non mi accorsi di aver preso il treno con un mio vecchio conoscente, all’epoca compagno di studi. Era un bel pomeriggio primaverile, guardavo fuori dal finestrino con quell’aria sognante che da sempre mi contraddistingue e che al liceo mi valse il titolo di “Madonna Addolorata”, con quell’arroganza della giovinezza per cui si crede non solo di saper già tutto pressappoco di ogni cosa, ma anche di avere già l’esperienza giusta per permettersi di sottovalutare rischi e pericoli di certe scelte azzardate…e forse, ma forse no, è anche giusto che sia cosi.

“Ehi!” sentii dire all’improvviso. Con aria decisamente maldestra si era seduto proprio davanti a me quel giovane vecchio. Non ero mai riuscita a decifrare bene quel ragazzo, talvolta mi sembrava confuso e fuori posto ovunque si trovasse, altre volte mi sembrava avesse qualche rotella storta e quasi mi sentivo di doverlo accudire accorgendomi poi che non ne aveva alcun bisogno…mi aveva dato tante impressioni diverse ma tra queste una era sempre presente, che fosse un adulto nei panni di un ragazzetto impacciato, piuttosto solo e poco complice dei comuni affari della sua generazione.

“Ehi” risposi.

Di rado con lui si riusciva a mantenere una conversazione leggera ma la cosa non pesava perché, invece, si riusciva a mantenere benissimo il silenzio, senza quell’ingombrante obbligo di dover parlare. Iniziò a dirmi dei corsi, era piuttosto preoccupato per il fatto che si avvicinavano gli esami ma a lui proprio non riusciva d’imparare quelle ultime cose spiegate. Ascoltai per un po’ quel suo sfogo, visto che più che un dialogo era un confuso e inceppato monologo, ma ben presto piantò gli occhi a terra scuotendo lievemente la testa, un po’ rassegnato un po’ in colpa per avermi tediato con le sue preoccupazioni. Non amava molto parlare di sé e anche nel rispondere alle domande diceva quel tanto che bastava a non sembrare scortese.

Mi disse quindi, con aria riflessiva ‘Io, io! se facessimo caso a quante volte diciamo io in una sola giornata…prova una volta, prova a non dirlo mai per un giorno intero, vedrai quant’è difficile”

Era ovvio a cosa alludeva, per lui anche quel piccolo momento di sfogo aveva rappresentato un attimo di autoreferenzialità che non andava assecondato; il suo bisogno non si era curato di quel mio momento di riposo ma lo aveva sovrastato e rubato senza giri di parole.

Gli eventi della mia vita non presero una via dolce e scorrevole dopo quelle parole, l’intreccio non si sciolse immediatamente, non fu la mia formula magica come ogni film a questo punto vorrebbe ma di certo mi rimase addosso e tante volte in questi anni ci ho pensato, chiedendomi che fine avesse fatto quel ragazzo.

Quelle semplici parole non avevano nulla di intellettualmente difficile da comprendere, ma tanta difficoltà c’era invece nel sentirle. L’ego, del resto, non può essere di certo scardinato con la parola, il consiglio o il patteggiamento. La protezione che l’io ci offre è l’ancora più forte che abbiamo e sottrarci a quell’abbraccio è una sfida che può durare una vita. L’ego ci salva, ci nutre, ci giustifica, ci assolve, ci fa sentire buoni anche con il coltello dietro la spalla del nemico, o ancor peggio, dell’amico… e noi, inconsapevolmente, gli regaliamo il potere di drogarci e convincerci. Crediamo di esserne padroni fino a quando non ce lo troviamo contro, sabotatore senza ovvie spiegazioni dei nostri progetti. La nostra buona azione quotidiana sarebbe togliergli solo un pizzico di importanza superando quel capriccio del bimbo che grida “Io dico, io penso, io faccio!”

Lo ricordo oggi come fosse trascorso solo un attimo, e lo ringrazio di quelle parole tanto vere e dure; di certo la regia di quei film non avrebbe mai scelto quel ragazzo, ma per quella scena di vita vera, invece, era perfetto.

 

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Inserito il:14/05/2019 14:16:28
Ultimo aggiornamento:14/05/2019 18:20:37
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