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Aggiornato al 14/12/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Sofiya Inger (Kirov, Russia, 1960 – Indianapolis) - Forgiveness

 

Saper perdonare

di Asteria Bramati

 

La diffusione di azioni e linguaggi violenti nel web preoccupa, sempre, di più genitori e insegnanti.

Un libro molto interessante su questo tema è Razzismi 2.0. Analisi socio-educativa dell'odio in rete di Stefano Pasta.

Ed anche quando l'odio non si trasforma in razzismo é evidente che la rete amplifica la cattiveria e la mancanza di perdono se qualcuno commette un errore, anche, grave nella propria vita.

Ma che cosa significa perdonare? Significa in primo luogo rinunciare all'odio, alla rabbia, al risentimento. Questo non significa né sopprimere il ricordo di quello che é accaduto, né fare degli sconti a chi ci ha offeso, ma, smettere di provocarsi una inutile sofferenza ripercorrendo nella propria mente all'infinito ogni dettaglio del male subito.

Quella del perdono é una qualità che genitori ed insegnanti dovrebbero insegnare ai propri figli ed alunni, ma, che spesso l'attuale società, ormai molto secolarizzata, ha dimenticato di formare nelle giovani generazioni.

I neurologici ci indicano che perdonare migliora la qualità del sonno, contribuisce ad abbassare la pressione arteriosa, diminuisce il rischio di abuso di alcool e droghe e consente di avere relazioni più soddisfacenti. Perdonare, migliora la qualità della vita.

Il perdono ha, anche, una spiegazione evolutiva. Se è accertato che siamo biologicamente programmati a reagire alle offese con aggressività, è altrettanto confermato che é innata nell'uomo (ma anche nelle scimmie) una capacità di propensione alla riconciliazione e alla cooperazione.

Se si analizza la storia dell'umanità, emerge in modo evidente che i gruppi che al loro interno si perdonavano avevano più successo dal punto di vista riproduttivo, grazie al fatto che sapevano riparare i loro legami.

Ma il perdono, ci dicono gli studiosi, deve, in primo luogo, essere nei confronti di se stessi.

Fintanto che non ci si perdona si resta incatenati all'autore del danno, prigionieri di emozioni logoranti. Perdonare rende liberi. Non solo, perché smettiamo di coltivare emozioni tossiche che vengono continuamente create anche dalla rete, ma anche ci si accorge spesso di essere stati a nostra volta responsabili di azioni cattive, e con il tempo si diventa più inclini a perdonare anche se stessi.

Il perdono é un percorso che va insegnato e che richiede pazienza e che comporta il superare ostacoli anche molto difficili. La sua complessità é stata indagata, anche, tramite la risonanza magnetica all'università di Pisa, da una ricerca condotta da Piero Pietrini e pubblicata su Frontiers in Human Neuroscience, dove ha dimostrato che il perdono è una attività molto articolata che coinvolge diverse aree del cervello, tra cui la corteccia prefontale dorso laterale (associata alle decisioni), la corteccia del cingolo, il precuneo e la corteccia parietale inferiore (associati all'empatia).

Il perdono é la base per costruire una società cooperativa. “In principio fu la collaborazione”, quest'ultima é importante in quanto permette di trasmettere il pensiero simbolico (il linguaggio) e la cultura. Entrambe attività collettive tipiche dell'uomo.

Il cervello di ogni persona tende ad adattarsi all'ambiente circostante, e se questo ambiente trasmette, secondo le dinamiche di gruppo, come quelle diffuse in rete, messaggi negativi e violenti, esso si adatterà a questi contenuti più ostili.

Secondo le indicazioni che ci forniscono le neuroscienze, il perdono e lo spirito di altruismo non solo derivano dalle nostre intenzioni, ma sono una diretta conseguenza del nostro comportamento indotto dal cervello. Quest'ultimo agisce in modo effettivamente altruistico, per punire chi tradisce la cooperazione tra le persone, fondamento della nostra società. Il cervello fa questo per propria egoistica gratificazione, rilasciando dopamina. Secondo Motterlini, filosofo ed esperto di scienze cognitive, esiste una” mano invisibile” insita nel nostro cervello, simile a quella descritta da Adam Smith, che ci spinge a fare bene.

Ma perdonare ed essere perdonati significa, in primo luogo, riconoscere le proprie colpe.

La rete non insegna ai giovani questa virtù; è invece uno dei compiti che si deve prefiggere un buon insegnante, usando come monito quello che ci ricorda Jacques Derrida, uno dei più grandi filosofi francesi del Novecento, che ci dice: «Perdonare il perdonabile, il veniale, lo scusabile, ciò che si può sempre perdonare, non è perdonare. Il perdono prende senso, cioè, trova la sua possibilità di perdono, proprio là dove è chiamato a fare l’impossibile, a perdonare l’imperdonabile». Come non ricordare l'episodio dell'insegnante “sfregiata” in viso da un suo allievo, che Lei ha saputo perdonare.

 

Inserito il:26/11/2019 17:20:13
Ultimo aggiornamento:26/11/2019 17:51:21
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